Burkina Faso: il ritorno del “boia”
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Lo scorso 20 ottobre è stata una data decisiva per il Burkina Faso; l’Assemblea legislativa di transizione ha approvato, all’unanimità, la reintroduzione della pena di morte nel codice penale. Questa riforma è stata fortemente voluta, sostenuta e promossa dal trentottenne astro nasce della politica africana e più giovane presidente del Continente, il capitano Ibrahim Traoré, e dal Consiglio dei ministri della giunta militare golpista, motivando tale reintroduzione come forma di “protezione” in risposta alla grave situazione di sicurezza in cui versa il Paese.

Difatti la popolazione del Burkina Faso vive in un incessante stato di emergenza, dovuto alla violenta insurrezione di gruppi jihadisti legati ad Al-Qaeda e all’Isis, i quali hanno il controllo su estese zone del Paese. Traoré si trova alla guida del Paese dal 30 settembre 2022, dopo aver preso il potere con un colpo di Stato che ha spodestato il presidente Paul-Henri Sandaogo Damiba. Nonostante la Costituzione definisca il Burkina Faso come una “Repubblica Semipresidenziale”, di fatto, allo stato attuale delle cose, il Paese è governato da una giunta militare autoritaria definita, come di prassi, “governo di transizione”, ma che in pratica si è auto-prorogato il dominio del Paese fino al 2029, data che dovrebbe aprire a nuove elezioni.

Il capitano Traoré gode di un forte sostegno popolare, soprattutto tra i giovani. Dal suo insediamento vi sono state diverse riforme sulla gestione del Paese a partire dal punto di vista economico, dove possiamo evidenziare la nazionalizzazione di risorse come la gestione delle miniere d’oro, l’apertura di raffinerie locali per trattenere la ricchezza nel Paese, ma particolare attenzione va data alla situazione geopolitica dove ha tagliato nettamente i legami storici e militari con la Francia e i partner occidentali, decidendo anche di abbandonare l’Ecowas (la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale) per formare, insieme alle giunte militari di Mali e Niger, l’Alleanza degli Stati del Sahel (Aes). Per quanto riguarda i rapporti internazionali ha stretto forti accordi di cooperazione militare ed economica con Cina, Russia e Turchia.

Ma soprattutto, come abbiamo precedentemente evidenziato, la riforma statale più importante ha riguardato i diritti del popolo Burkinabé, con la reintroduzione della pena di morte in un nuovo codice penale per reati come l’alto tradimento, il terrorismo e lo spionaggio. Edasso Rodrigue Bayala, avvocato e ministro della Giustizia e dei Diritti umani del Burkina Faso, ha dichiarato tramite un comunicato sui social che: “A seguito delle votazioni, l’Assemblea dei popoli del Burkina Faso ha adottato all’unanimità il nuovo codice penale del Burkina Faso. Questa riforma legislativa mira a rafforzare l’ordine pubblico, consolidare i valori fondamentali della Nazione e garantire la sicurezza delle persone e dei beni”.

L’abolizione della pena di morte avvenuta ufficialmente nel 2018, era stata fortemente voluta dalla presidenza di Roch Marc Christian Kaboré, motivando tale scelta come progresso dei diritti umani, nonostante l’ufficializzazione nel 2018 il paese era già considerato abolizionista poiché l’ultima pena capitale era avvenuta nel 1988. Il dibattito sull’attuazione della pena di morte resta una delle controversie etiche, giuridiche e sociali più complesse e divisive. Fratturando l’opinione pubblica tra coloro che la sostengono, basando le proprie argomentazioni su una logica retributiva di giustizia, considerandola una misura estrema ma necessaria per punire i reati più gravi e garantire la sicurezza collettiva. Dall’altro lato gli abolizionisti, contestano tale atto facendo leva sull’inviolabilità del diritto alla vita.

La scelta di uno Stato di adottare o meno la pena capitale non ridefinisce soltanto il suo sistema penale, ma riflette i valori cardine su cui si fonda la sua intera civiltà. Tuttavia alcuni Paesi, nella fattispecie africani, ostentano l’applicazione della pena capitale come deterrenza a delinquere, ma va considerato che, soprattutto in ambito jihadista, il terrorismo a scopo stragista è un fine dell’esistenza dell’estremista islamico, quindi la percezione della morte assume un valore lontano da quei principi etici spesso considerati dogmi.

Aggiornato il 28 ottobre 2026 alle ore 09:41