Africa occidentale: kush, una droga da globalizzazione?

L’Africa sub sahariana e saheliana, oltre essere minata dall’espansionismo jihadista che fatalmente sta scuotendo contesti sociali già profondamente instabili, è ora colpita dai devastanti effetti della diffusione di una nuova droga sintetica chiamata kush. In particolare dalla Sierra Leone, dove è iniziata la produzione della kush, si è diffusa rapidamente in Liberia e Guinea; in questi Stati viene consumata soprattutto da giovani sotto i 30 anni, ma gradualmente sta coinvolgendo anche donne e uomini adulti. Una droga dagli effetti devastanti che porta i consumatori a cadere improvvisamente in una condizione di catalessi.

Questa droga chimica ha una grande facilità di diffusione, soprattutto grazie ai costi molto contenuti facendo sì che la fascia di tossicodipendenti comprenda anche disoccupati ed emarginati. I consumatori sono chiamati “kushmen”, la kush è particolarmente diffusa nei centri più grandi come Monrovia, capitale della Liberia e Freetown, capitale della Sierra Leone, ma essendo in rapida espansione, sta investendo molteplici paesi dell’Africa occidentale, rappresentando l’orrido volto di una criticità sociale non immaginata. Una criticità che mette in scena figure di giovani uomini e donne che, come zombie, con deambulazione precaria, sguardo perso nel vuoto, e corpi spesso segnati da ferite, piaghe ed infezioni, vengono visti vaganti sui marciapiedi e sulle strade trafficate nella totale assenza della percezione di se stessi e della realtà circostante, incarnando i devastanti effetti di una droga che ha fatto il suo primo esordio nell’ultimo decennio.

Questa problematica sociale ha indotto molte organizzazioni ad approfondire gli studi sul fenomeno kush, tra questi un recente rapporto della Global organized crime index, che ha rivelato che i mercati delle droghe sintetiche in Africa occidentale si stanno espandendo con estrema facilità, diversificando l’offerta e causando conseguenze sociali sempre più disastrose e devastanti, sia per la salute pubblica, che per le già complesse condizioni di convivenza sociale che portano giovani e comunità emarginate a incrementare il disagio in molte aree endemiche. Inoltre tale condizione, favorisce l’accesso a un sistema che produce nuovi attori criminali. Tale droga è talmente presente nell’ambito della tossicodipendenza che da un ulteriore studio condotto dall’Ospedale psichiatrico dell’università della Sierra Leone, risulta che quasi il sessanta percento dei pazienti in cura dall’uso di sostanze psicoattive ha fatto uso di kush. Nonostante tale fenomeno sia soggetto a monitoraggio continuo, stante la sua pericolosità sociale, compreso l’aspetto della criminalità legata alla produzione e spaccio, la risposta regionale è continuamente superata dalla rapida evoluzione del mercato delle droghe sintetiche.

Quindi un intervento efficace da parte degli operatori sanitari, delle forze di sicurezza e delle organizzazioni della comunità è estremamente complesso, tanto è che un eventuale controllo su tale fenomeno socio-criminale deve prevedere un coinvolgimento articolato tra gli stati interessati della regione. Inoltre, dai vari studi effettuati è emerso un punto di criticità che riguarda il controllo dei confini, notoriamente blandi sotto il punto di vista della vigilanza, nonché soggetti a facili corruzioni degli addetti ai posti di frontiera, non solo sul traffico delle droghe sintetiche come il kush, ma anche su altre mercanzie legate al contrabbando in generale, compreso il fiorente mercato clandestino delle armi; quindi una maggiore cooperazione regionale, magari alzando il livello di sicurezza, anche internazionale, porterebbe una migliore gestione delle frontiere e l'applicazione di concreti sistemi di monitoraggio.

Una operazione di controllo, ad ampio raggio, è stata organizzata dall’Airport communication project, organismo dell’Ufficio delle Nazioni unite contro la droga e il crimine, strutturato per contrastare questo tipo di dinamiche legate al traffico di droga negli aeroporti. Un’iniziativa su vasta scala che sostiene i controlli negli aeroporti internazionali finalizzati a intercettare droghe, altra merce illegale oltre a passeggeri considerati ad alto rischio. Lo scorso anno con l’Operazione Harmattan, da non confondersi con una precedente operazione francese effettuata in Libia, ha coordinato le autorità della Costa d’Avorio, Guinea-Bissau, Benin, Togo, Gambia, Mali e Nigeria al fine di contrastare il traffico di droghe sintetiche effettuate utilizzando aerei cargo e spedizioni postali. Operazione che ha dato portato arresti e soprattutto il sequestro di tramadolo (un antidolorifico di tipo oppioide), cannabis, fentanyl, cocaina, nonché tabacco e contanti.

Si può affermare che il kush nell’Africa occidentale è il frutto della globalizzazione? Certamente le droghe sintetiche erano una caratteristica e restavano confinate nei “Paesi occidentali”, come Europa e Stati Uniti. La globalizzazione ha permesso la diffusione in nuovi territori, espandendosi subdolamente ma con rapidità vertiginosa. Una espansione di un mercato criminale strutturato con complesse e articolate catene di spaccio, dove operano con cinismo e spregiudicatezza pericolosi e organizzati cartelli della droga, intermediari e infine spacciatori di strada, creando un business dai profitti senza precedenti.

Così in questi ultimi anni, silenziosamente, il consumo della kush, che può essere fumata e inalata, sta lasciando uno strascico di devastazione sociale nelle aree urbane dove viene spacciata e consumata, causando soprattutto nelle grandi città dell’Africa occidentale decine di migliaia di morti, aggravando scenari già di per sé difficili.

Aggiornato il 29 luglio 2026 alle ore 09:57