Onu, la Russia ha commesso crimini di guerra e contro l’umanità
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Non occorre bombardare direttamente un’abitazione per mettere in pericolo la vita di chi vi abita. Basta distruggere la centrale che la riscalda, interrompere la distribuzione dell’elettricità, lasciare un’intera città senz’acqua e attendere che il gelo faccia il resto. È questa la strategia che la Russia ha perseguito sistematicamente contro la popolazione ucraina, trasformando infrastrutture indispensabili alla sopravvivenza in bersagli militari. Adesso non sono soltanto Kyiv o le organizzazioni umanitarie a denunciarlo. È una commissione indipendente delle Nazioni Unite a concludere che Mosca ha commesso crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Il 26 ottobre 2026, la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta sull’Ucraina, istituita dal Consiglio dei diritti umani dell’Onu, ha presentato all’Assemblea generale un rapporto che ricostruisce gli attacchi russi contro il sistema energetico ucraino dall’autunno del 2022, soffermandosi sulle conseguenze devastanti dell’inverno 2025-2026. Le conclusioni sono inequivocabili: le autorità russe hanno deliberatamente colpito obiettivi civili e condotto una campagna di attacchi riconducibile a una politica statale finalizzata a privare la popolazione di servizi essenziali e a infliggerle gravi sofferenze. Non si tratta di episodi isolati né di conseguenze impreviste delle operazioni militari.

Secondo gli investigatori, nel corso degli anni i bombardamenti sono diventati sempre più frequenti, intensi ed estesi geograficamente, con ondate coordinate di centinaia di missili e droni. Durante l’ultimo inverno, quando le temperature sono precipitate fino a 21 gradi sottozero, milioni di ucraini hanno dovuto affrontare prolungate interruzioni della fornitura di elettricità, riscaldamento, acqua e gas. Per comprendere la dimensione degli attacchi bastano i dati raccolti dall’Ufficio dell’Alto commissario Onu per i diritti umani: tra ottobre 2025 e marzo 2026 sono stati documentati almeno 423 attacchi russi contro impianti di produzione, trasmissione e distribuzione dell’elettricità e almeno 74 contro centrali di cogenerazione e altre infrastrutture di riscaldamento. Dietro queste cifre ci sono persone costrette a vivere in condizioni che nessuna società civile dovrebbe conoscere. Gli anziani e le persone con mobilità ridotta sono rimasti intrappolati nei propri appartamenti, impossibilitati persino a raggiungere i rifugi antiaerei per il rischio di rimanere bloccati negli ascensori durante i blackout.

Le scuole hanno dovuto sospendere le attività e numerosi bambini si sono ammalati per l’assenza di riscaldamento nelle abitazioni. La Commissione ha raccolto le testimonianze di 255 persone in diverse regioni dell’Ucraina, tra cui Kyiv, Kharkiv, Kherson e Odesa, integrandole con informazioni provenienti da medici, autorità locali e organizzazioni indipendenti. Ne emerge un quadro nel quale l’energia non rappresenta soltanto una risorsa economica o strategica, ma lo strumento attraverso il quale rendere progressivamente insopportabile la vita quotidiana della popolazione. La distruzione di una sottostazione elettrica può significare l’interruzione di apparecchiature mediche indispensabili, l’impossibilità di riscaldare un’abitazione o di garantire l’approvvigionamento idrico di un intero quartiere. Sotto il profilo giuridico, la conclusione degli investigatori assume particolare rilevanza. Il diritto internazionale umanitario non vieta indistintamente ogni attacco contro le infrastrutture energetiche, che in determinate circostanze possono costituire obiettivi militari. Impone tuttavia il rispetto dei principi di distinzione, proporzionalità e precauzione. Nel caso esaminato, la Commissione ha accertato che i comandanti russi conoscevano l’importanza vitale degli impianti di riscaldamento per le comunità civili, soprattutto durante l’inverno. La deliberata scelta di colpire obiettivi civili integra, secondo gli investigatori, crimini di guerra.

La natura organizzata degli attacchi, il loro collegamento con una politica statale e la volontà di provocare gravi sofferenze hanno inoltre condotto alla qualificazione di crimini contro l’umanità nella categoria degli “altri atti inumani”, prevista dall’articolo 7 dello Statuto di Roma. Non siamo di fronte a una questione giuridica completamente nuova. Già nel giugno 2024 la Corte penale internazionale aveva emesso mandati di arresto nei confronti dell’allora ministro della Difesa russo Sergei Shoigu e del capo di Stato maggiore Valery Gerasimov, ravvisando fondati motivi per ritenerli responsabili, tra l’altro, di crimini di guerra e crimini contro l’umanità connessi agli attacchi contro infrastrutture civili ucraine. La convergenza delle valutazioni di organismi internazionali indipendenti conferisce ulteriore consistenza al quadro delle violazioni documentate. Il rapporto denuncia anche un’altra pratica delle autorità russe, meno visibile ma altrettanto inquietante: il reclutamento fraudolento di cittadini stranieri da impiegare nella guerra di aggressione contro l’Ucraina. Gli investigatori hanno trovato prove convincenti di una rete di tratta di esseri umani che ha coinvolto persone provenienti da 29 Paesi. Attraverso intermediari e agenzie apparentemente legittime, uomini attratti da promesse di lavoro sono stati trasferiti in Russia e successivamente costretti a sottoscrivere contratti militari redatti in una lingua che spesso non comprendevano.

Una donna dei Caraibi ha raccontato che al marito erano stati sequestrati i documenti e che gli era stato imposto di firmare. Molti di questi uomini sono stati inviati nelle posizioni più pericolose del fronte; alcuni sono morti, altri risultano dispersi, altri ancora sono stati catturati dagli ucraini. Per questa condotta, distinta dai crimini contro l’umanità accertati in relazione agli attacchi energetici, la Commissione ha individuato violazioni del diritto internazionale dei diritti umani. I risultati dell’inchiesta restituiscono due aspetti di una guerra nella quale la vita umana viene sistematicamente sacrificata agli obiettivi militari del Cremlino. Da una parte milioni di cittadini ucraini sottoposti a condizioni di vita deliberatamente insostenibili; dall’altra uomini stranieri ingannati e mandati a combattere una guerra alla quale non avevano consapevolmente scelto di partecipare. In entrambi i casi, la documentazione raccolta dagli investigatori solleva interrogativi gravissimi sul funzionamento dell’apparato statale russo e sulle responsabilità di coloro che ne dirigono le operazioni. Intanto, con l’avvicinarsi di un nuovo inverno, i bombardamenti contro le infrastrutture energetiche ucraine si stanno intensificando nuovamente. Erik Møse, presidente della Commissione, ha espresso forte preoccupazione per le conseguenze che questi attacchi potrebbero avere sulla salute e sulla sopravvivenza dei civili.

È un avvertimento che arriva mentre l’Ucraina affronta il quinto inverno dall’inizio dell’invasione russa su vasta scala e il suo sistema energetico porta i segni di anni di distruzioni. Il rapporto delle Nazioni Unite pone anche l’Europa davanti a una responsabilità che non può essere esaurita attraverso dichiarazioni di solidarietà o generiche condanne diplomatiche. La protezione delle popolazioni civili, l’accertamento delle responsabilità individuali e la difesa delle norme internazionali non possono diventare questioni secondarie rispetto alle convenienze politiche del momento. Le Convenzioni di Ginevra e gli strumenti di giustizia internazionale sono nati anche per impedire che la sofferenza deliberatamente inflitta agli innocenti possa essere considerata un normale strumento di guerra. La Russia di Vladimir Putin ha trasformato il freddo, il buio e la privazione dei servizi essenziali in strumenti di pressione contro un’intera popolazione. Oggi una Commissione delle Nazioni Unite attribuisce a questa condotta una precisa qualificazione giuridica. E mentre il mondo discute di negoziati, concessioni territoriali e possibili accordi di pace, milioni di ucraini si preparano a trascorrere un altro inverno sotto la minaccia dei missili russi. La domanda non è più soltanto quando questa guerra finirà, ma se la comunità internazionale saprà impedire che la sofferenza deliberatamente inflitta ai civili resti senza giustizia.

(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza

Aggiornato il 27 ottobre 2026 alle ore 10:07