“Il 3 novembre segnerà uno spartiacque. Ma non per il risultato delle urne, vedrai, che non sarà una rivoluzione in termini pratici e avrà comunque il valore che sempre hanno le elezioni di metà mandato. Un valore di richiamo, più o meno brusco. Tra due anni si giocherà un’altra partita. No, il 3 novembre segnerà uno spartiacque nella politica mediorientale di Donald Trump e soprattutto nella politica militare. Tanto ormai manca poco…”. Dal suo ‘ufficio’ di Georgetown, nel cuore del più bel quartiere di Washington, vale a dire il lounge di un albergo lussuoso che si dice sia anche ben protetta da ogni genere di aggeggio spionistico, l’analista geopolitico e lobbista italo-americano, conosciuto una sera di tanti anni fa al ricevimento in cui l’allora Finmeccanica inaugurava i suoi uffici in riva al Potomac, è come al solito controcorrente. E come al solito illuminante. Poi nemmeno lui ha la palla di cristallo e quindi…
Non amando chi scrive le interviste, soprattutto a un ‘innominabile’, cercherò di riassumere la conversazione, che verteva sul perché gli Usa stiano assistendo praticamente senza muoversi all’offensiva dei ribelli yemeniti del movimento ‘Ansarallah’ (‘partigiani di dio’), meglio conosciuti come Houthi, dal cognome del suo fondatore. Si tratta della punta avanzata dell’Iran (e non solo) nella guerra civile variamente in corso da un quarto di secolo nello Stato in fondo alla penisola arabica, lo Yemen appunto, confinante con l’Oman e con l’Arabia Saudita che invece appoggia il governo centrale, in grande difficoltà militare.
Gli Houthi hanno messo nel mirino Riyad. In queste settimane − come ha ammesso il potente ministro dell’Energia, Abdelaziz Ben Salman − il reame, le sue infrastrutture, le sue istituzioni, la sua resilienza sono messi alla prova dagli attacchi mortali houthisti, che stanno danneggiando anche molte iniziative legate alla diversificazione economica. Ma i danni maggiori potrebbero essere arrecati all’immagine dell’Arabia Saudita e di questa monarchia che vuole accreditarsi come la vera potenza regionale e anche come cardine di sicurezza e saldezza in un’area segnata dall’instabilità. Una monarchia che della fedeltà agli Usa aveva anche fatto la cifra politica dai primi anni Cinquanta del Novecento. E ora vede vacillare le sue certezze. Anche per i propri errori, a sentire la campana americana.
Trump ha prima di tutto da colpire l’immaginario degli elettori prima del 3 novembre su due fronti: il costo dello sforzo bellico e il ricordo dell’11 settembre. Gli americani, e gli elettori del presidente in particolare, non vogliono dormire al freddo e andare a piedi per garantire la sopravvivenza delle ricche famiglie saudite. Dalle quali, ed ecco il secondo ‘punctum dolens’, provenivano alcuni dei finanziatori degli attentati dell’11 settembre 2001. L’amicizia dei Bush con la famiglia reale creò non pochi problemi ai repubblicani che però recuperarono il danno d’immagine già al voto di midterm del 2002. Con il passare del tempo la polvere si era depositata su questi dossier. Ma i venticinque anni dallo shock hanno permesso a esponenti e giornalisti democratici di riaprire quelle pagine e un intervento massiccio a favore dell’Arabia Saudita potrebbe essere visto come il frutto di un conflitto d’interessi − politico, economico, storico − del partito dell’Elefantino e lanciato con fragore nell’arena propagandistica.
All’Arabia Saudita poi Trump è deciso a far pagare due tentennamenti nell’alleanza. Prima di tutto la mancata adesione di Riyad agli Accordi di Abramo, un progetto interessante politicamente, in grado di aver permesso di stabilire relazioni diplomatiche (ed economiche) altrimenti impensabili, ma che non è riuscito a proteggere gli Stati firmatari dai missili degli iraniani e dei loro alleati. L’Arabia Saudita non sarebbe ancora matura per il riconoscimento di Israele non tanto a livello popolare quanto nei circoli di potere e nella stessa famiglia reale, un ambiente sempre complicato da gestire. Da qui discende la firma del cosiddetto Patto della Mecca fra il reame, la Turchia e il Pakistan che però non solo non ha garantito all’Arabia Saudita la sicurezza (e del resto non prevede un impegno combattente ma solo di supporto) ma avrebbe indispettito Trump, facendo decidere di mettere l’alleato sopra la graticola.
Gli Usa non possono permettersi di far vacillare l’Arabia Saudita, mettendo a rischio anche il processo di modernizzazione avviato dal principe ereditario e primo ministro Mohammed ben Salmane. Dopo le elezioni di midterm ci sarebbe da attendersi quindi una ripresa robusta dell’impegno militare Usa in particolare contro gli Houthi, una sorta di messaggio rivolto anche all’Iran. I Paesi del Golfo Persico, per disinnescare la situazione e ridurre la portata del rischio iraniano, stanno studiando e anche cominciando a realizzare, per il trasporto le loro materie prime energetiche, progetti alternativi all’attraversamento dello Stretto di Ormuz. La soluzione dell’Arabia Saudita sarebbe una serie di oleodotti con punto d’arrivo Yanbu, sul Mar Rosso, più a nord dei territori controllati dagli Houthi e dello Stretto di Bab al Mandab. I commerci mondiali non possono permettersi l’instabilità permanente della via del Mar Rosso e di conseguenza del Canale di Suez. Tanto più che un’ipotesi siffatta fungerebbe da esempio alla possibilità di mantenere sulla graticola chiunque voglia passare per il Golfo Persico. Ed ecco perché gli Usa non possono abdicare a questa porzione di ruolo di gendarme globale. E ad aver fiutato il cambiamento sarebbe proprio Teheran che avrebbe allertato i suoi alleati, a cominciare da Hezbollah, a prepararsi a una imminente guerra.
Aggiornato il 16 ottobre 2026 alle ore 10:28
