Gli attentati terroristici dell’11 settembre 2001, che causarono la morte di quasi 3.000 americani e persone di altre nazionalità, possono sembrare a qualcuno una vicenda ormai lontana. Il loro impatto, tuttavia, continua a farsi sentire ancora oggi. In effetti, l’11 settembre fu un serio monito per l’America e per l’intero Occidente, mostrando quanto facilmente terroristi e altri soggetti intenzionati a colpirci possano sfruttare le vulnerabilità dei nostri sistemi di immigrazione. E se la situazione era già grave nel 2001, negli ultimi 25 anni la minaccia di nuovi e sanguinosi attentati terroristici è aumentata considerevolmente, anche a causa dei flussi migratori su larga scala verso il Nord America e l’Europa occidentale.
La crisi dell’immigrazione di massa senza adeguati controlli che ha condotto l’Occidente alla situazione attuale, è il frutto di decenni di ingenuità, miopia e imprudenza e, soprattutto, di un vero e proprio tradimento dei propri Paesi da parte delle classi dirigenti politiche ed economiche occidentali. Nell’Europa occidentale, le origini del fenomeno risalgono al periodo successivo alla Seconda Guerra mondiale. La migrazione di massa venne imposta agli europei inizialmente riluttanti attraverso la narrazione, ormai fin troppo familiare, secondo cui “servono lavoratori”. Una giustificazione che poteva avere una sua ragion d’essere nell’immediato dopoguerra, dopo le devastazioni del conflitto, ma che oggi si è ridotta a un appello dettato dall’interesse a disporre di manodopera straniera a basso costo.
Vi era inoltre la volontà di sottolineare l’unità multietnica degli imperi britannico, francese, olandese e di altri Paesi, aprendo le porte ai sudditi delle colonie. Negli anni Sessanta e Settanta, questa tendenza fu ulteriormente rafforzata da un crescente atteggiamento di autocritica nei confronti del colonialismo, dell’imperialismo, del razzismo e di altri aspetti del passato.
Negli Stati Uniti, l’Immigration and Nationality Act del 1965 e le successive leggi adottate sulla sua scia aprirono le porte a flussi migratori di massa non adeguatamente controllati provenienti dal Sud globale. Tra le aree di provenienza vi sono anche regioni in cui il jihadismo radicale, il terrorismo islamista e altre ideologie antioccidentali, ostili all’Occidente e intenzionate a colpirlo, sono ampiamente diffuse. Le politiche migratorie adottate dall’Occidente negli ultimi decenni sembrano quasi essere state concepite per importare proprio quei fattori che minano, indeboliscono e mettono a rischio le nostre società.
Di conseguenza, quando si verificò l’11 settembre e nei giorni immediatamente successivi, l’America e l’Europa occidentale si trovarono ad affrontare un pericoloso nemico interno: una quinta colonna islamista in crescente espansione, non integrata, che sosteneva il terrorismo antioccidentale, ne giustificava le motivazioni o sceglieva di chiudere gli occhi di fronte ad esso. Quando nel 2005 uscì il celebre libro di Bat Ye’or, Eurabia, la situazione era già drammatica. Al-Qaeda aveva infatti compiuto gravi attacchi terroristici in Europa, tra cui l’attentato ferroviario di Madrid del 2004 e gli attentati di Londra del 2005. I servizi di sicurezza nazionale e antiterrorismo americani ed europei erano sottoposti a una pressione enorme, mentre l’immigrazione di massa aveva creato il terreno fertile in cui prosperavano gli estremisti e i terroristi.
Nel breve periodo, soprattutto sul fronte della lotta al terrorismo, i governi occidentali trassero alcune lezioni dagli attentati dell’11 settembre. Nacque persino la cosiddetta “Guerra al terrore”, condotta in Paesi come Afghanistan e Iraq, che non solo costò all’Occidente ingenti sacrifici in termini di vite umane e risorse, ma finì paradossalmente per portare nei nostri Paesi molti degli individui pericolosi che avremmo dovuto “combattere laggiù”. Tuttavia, in una prospettiva storica più ampia, soprattutto per quanto riguarda l’immigrazione di massa, il monito dell’11 settembre e la lezione fondamentale che avrebbe dovuto insegnarci sono stati in larga misura ignorati, con conseguenze che oggi paghiamo a caro prezzo.
Gli attacchi terroristici dell’11 settembre e la grave minaccia rappresentata dal jihadismo radicale in tutte le sue forme non sono evidentemente bastati a imporre una moratoria sui flussi migratori di massa provenienti dalle regioni in cui sono ampiamente diffuse l’ideologia islamista-terroristica e l’ostilità verso l’Occidente. Né sono stati disposti rimpatri su larga scala degli islamisti radicali ostili a noi e alla nostra civiltà. Al contrario, l’immigrazione di massa dal Sud globale è proseguita senza battute d’arresto, secondo una logica di sostanziale continuità, come se nulla fosse accaduto.
Anziché trarre conclusioni realistiche, negli anni successivi all’11 settembre le classi dirigenti politiche occidentali hanno perseverato in un’autoillusione politicamente corretta, negando qualsiasi legame tra il radicalismo islamico che alimenta e genera il terrorismo islamista e la migrazione di massa proveniente dai Paesi a maggioranza musulmana. È stata una scelta consapevole quella di chiudere gli occhi di fronte alla realtà. Eppure, le classi dirigenti e gli intellettuali favorevoli a politiche migratorie su vasta scala hanno preferito mettere a repentaglio la vita e la sicurezza dei propri concittadini, piuttosto che rinunciare a quello che considerano il dogma intoccabile dell’apertura delle frontiere.
Oggi, americani ed europei si trovano a dover fare i conti con la minaccia del terrorismo islamista, divenuta ormai una sorta di “nuova normalità”. Gli attentati di Solingen e Mannheim, in Germania, nel 2024; quelli di Boulder, in Colorado, e Manchester, nel Regno Unito, nel 2025; e l’attacco condotto con un furgone lanciato sulla folla a Berlino lo scorso luglio sono soltanto alcuni dei più recenti esempi delle conseguenze associate alla migrazione di massa.
Tutto questo è un affronto alle vittime dell’11 settembre e degli attentati terroristici che ne sono seguiti, nonché il segno di una grave e irresponsabile incapacità di trarre insegnamento da quelle tragedie. Ma non possiamo essere costretti a vivere in questo modo. Noi, cittadini delle Nazioni occidentali, rifiutiamo di essere considerati vittime collaterali sacrificabili e di vedere la nostra sicurezza immolata sull’altare di un’agenda globalista radicale che considera i confini nazionali un ostacolo da abbattere.
(*) Tratto da American Thinker
(**) Traduzione a cura di Angelita La Spada
Aggiornato il 03 settembre 2026 alle ore 09:43
