La guerra finirà quando Mosca accetterà l’Ucraina
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Il 24 agosto l’Ucraina ha celebrato il 35° anniversario della propria indipendenza. Per la quinta volta lo ha fatto mentre combatte una guerra per difendere quella stessa indipendenza. Una coincidenza che aiuta a comprendere la natura più profonda della guerra di aggressione russa contro l’Ucraina. Perché, dopo oltre quattro anni di invasione su larga scala e 12 anni dall’occupazione della Crimea, dovrebbe ormai essere chiaro che il problema per il Cremlino non è soltanto dove debba passare una linea di confine. È se l’Ucraina abbia davvero il diritto di esistere come Stato sovrano.

Questo è il nodo che continua a essere sottovalutato ogni volta che si parla di negoziati, concessioni territoriali e compromessi. Se la guerra fosse semplicemente una disputa per il controllo del Donbas o di qualche altra regione, sarebbe almeno teoricamente possibile immaginare una soluzione attraverso la diplomazia. Ma la pretesa russa è molto più radicale. Vladimir Putin non ha mai nascosto di considerare russi e ucraini “un solo popolo” e di vedere l’indipendenza dell’Ucraina come il risultato artificiale, quasi accidentale, della dissoluzione dell’Unione sovietica.

Non si tratta neppure di un’idea nata con Putin. La difficoltà russa ad accettare l’esistenza di una distinta identità nazionale ucraina attraversa buona parte della storia imperiale e sovietica. Nel 1863 una circolare dell’Impero russo arrivò a sostenere che una lingua ucraina separata “non è mai esistita, non esiste e non può esistere”. Cambiano i regimi, cambiano gli strumenti, ma resta sorprendentemente riconoscibile la stessa concezione: per Mosca l’Ucraina può esistere soltanto nella misura in cui rinuncia a essere pienamente ucraina.

Il 1991 sembrò chiudere definitivamente quella stagione. L’Ucraina divenne uno Stato indipendente riconosciuto internazionalmente e la stessa Federazione russa ne riconobbe i confini. Ma una parte significativa dell’establishment politico russo non accettò mai realmente quella separazione. Con Putin questa nostalgia imperiale si è progressivamente trasformata in un progetto politico.

All’inizio Mosca cercò di mantenere Kyiv nella propria sfera d’influenza utilizzando strumenti politici, economici e informativi. Quando questo non bastò, arrivarono le armi. Nel 2014 la Russia occupò e annesse illegalmente la Crimea e diede avvio alla guerra nel Donbas. Nel febbraio 2022 Putin tentò il passo decisivo: abbattere il governo ucraino, conquistare Kyiv e ricondurre l’intero Paese sotto il controllo russo. Il fallimento di quel progetto non ne ha modificato la finalità. Ha soltanto cambiato i mezzi con cui Mosca cerca di perseguirla.

È sufficiente osservare ciò che accade nei territori occupati. La russificazione non riguarda soltanto l’amministrazione o l’adozione del rublo. Investe la scuola, la lingua, la cultura, la memoria storica e persino la cittadinanza, attraverso la distribuzione forzata dei passaporti russi. Le Nazioni unite hanno documentato arresti arbitrari, torture, sparizioni e altre violazioni sistematiche nei territori sotto controllo russo. Non è quindi soltanto una battaglia per conquistare territorio. È anche un tentativo di trasformarne l’identità.

Ed è precisamente questo che rende tanto fragile l’idea secondo cui sarebbe sufficiente trovare un punto intermedio tra le richieste di Mosca e quelle di Kyiv. Un compromesso presuppone infatti che entrambe le parti accettino l’esistenza dell’altra. Si può negoziare un confine, una garanzia di sicurezza, un regime economico. È molto più difficile negoziare quando uno dei contendenti mette in discussione il diritto dell’altro a scegliere autonomamente il proprio futuro. Qui emerge anche uno degli errori più persistenti compiuti dall’Occidente. Per anni il sostegno all’Ucraina è stato accompagnato dalla preoccupazione di non “provocare” la Russia. Armi fornite con ritardo, capacità negate e limiti progressivamente rimossi soltanto quando la realtà del campo di battaglia li rendeva ormai insostenibili. L’obiettivo implicito è stato spesso quello di consentire all’Ucraina di non perdere, senza però creare le condizioni perché la Russia fosse costretta a rinunciare al proprio progetto. Questa prudenza avrebbe dovuto ridurre il rischio di escalation. Ha finito invece per comunicare a Mosca che il tempo poteva lavorare a suo favore.

Per questo il vero problema di qualsiasi futuro negoziato non sarà soltanto stabilire quali territori saranno controllati dall’una o dall’altra parte il giorno in cui le armi eventualmente taceranno. Sarà capire se la Russia avrà realmente rinunciato alla convinzione di poter decidere quale debba essere il futuro dell’Ucraina. Un cessate il fuoco può interrompere i combattimenti. Non necessariamente mette fine a una guerra. Se Mosca continuerà a considerare l’Ucraina una nazione artificiale, i territori occupati soltanto una prima restituzione di “terre storiche” e l’indipendenza di Kyiv una deviazione da correggere, qualsiasi tregua rischierà di trasformarsi semplicemente in una pausa. La pace arriverà soltanto quando il Cremlino comprenderà che l’Ucraina indipendente non è una situazione provvisoria da rovesciare, ma una realtà irreversibile. Ed è proprio questo il risultato che l’Occidente dovrebbe contribuire a rendere evidente.

Perché, in definitiva, la questione non è stabilire quanta Ucraina Putin sia disposto a tollerare. È affermare un principio che non può essere oggetto di negoziato: l’Ucraina esiste, è una nazione sovrana e il suo futuro appartiene agli ucraini. La guerra finirà davvero non quando Kyiv avrà ceduto abbastanza territori da soddisfare Mosca, ma quando Mosca sarà costretta a riconoscere che l’indipendenza ucraina non è negoziabile, reversibile o temporanea. Finché il Cremlino continuerà a negare questa realtà, potrà esserci una tregua. Non ci sarà pace.

(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza

Aggiornato il 27 agosto 2026 alle ore 10:31