Eurosocialisti che vanno; neo democrat socialist americani che arrivano. E questi ultimi, per fortuna di Donald Trump, con ogni probabilità potrebbero essere le mine vaganti elettorali delle prossime elezioni di midterm, facendo eleggere in non pochi distretti i propri candidati “socialisti”, al posto di quelli democrat. Questo perché un recente sondaggio Cnn/Ssrs attesterebbe al 34 per cento i simpatizzanti del nuovo corso socialista all’interno del Partito Democratico americano. La statistica fa seguito alla sorprendente vittoria alle primarie democratiche per il seggio senatoriale del Michigan di Abdul El-Sayed, un medico di 41 anni, musulmano praticante, che “doppia” in un certo senso il successo epocale del suo correligionario Zohran Mamdani (laureato in “studi africani”), eletto sindaco di New York. Tanto per capire l’aria che tira in casa democrat, sarà bene offrire al lettore una sintesi (tratta da Wall Street Journal, Wsj) del pensiero del rappresentante socialista che va per la maggiore da quelle parti, un certo Megan Romer, vicepresidente dei Socialisti democratici d’America (Dsa). Con grande sprezzo del ridicolo, il suo programma anti-liberalist prevede buone intenzioni a cascata, in base ai seguenti punti. In primis, l’abolizione del Senato, e poi, più o meno altre rivoluzioni radicali, citate nel seguente ordine: revisione (costituzionale?) dei poteri del presidente e della Corte Suprema; abolizione dell’Ice (la polizia anti-immigrazione); riduzione drastica degli stanziamenti alla Difesa; cessione delle quote azionarie detenute dallo Stato in grandi società private. Mentre tra le modifiche radicali al sistema istituzionale americano, la cui attuazione è (bontà sua) a lungo termine, Romer ha messo in primo piano l’abolizione sia delle prigioni (o, almeno, della maggior parte di quelle esistenti); sia dei confini, compresa la sanatoria generalizzata per tutti gli immigranti irregolari residenti sul territorio degli States, mettendosi così contro l’80 per cento dell’opinione bipartisan degli elettori americani. Auguri!
Lascio al paziente lettore immaginare che cosa diverrebbe l’America senza capitalismo e liberismo democratico, aspetti questi ultimi che ne hanno fatto in due secoli la prima potenza mondiale e il garante di più di 80 anni di pace in Europa. Ci manca solo l’istituzione del Partito unico (Socialcomunista) e siamo a posto, per andare sotto braccio con la Cina che, a quel punto, con il suo miliardo e mezzo di cittadini, surclasserebbe l’Occidente per progresso tecnologico e crescita economica. Curioso, però, come tutto il progressismo woke dimentichi in un colpo solo chi si dichiara da tempo (alcuni, da millenni) apertamente nemico dell’Occidente, e che lo vorrebbe distrutto e sottomesso. Come pensano i dittatori a vita di Cina e Russia e il regime teocratico di Tehran, che ci vede convertiti o morti in nome di allah, a meno che noi non si introduca come legge fondamentale civile e penale la Sharia coranica, che umilia le donne e rende blasfema e degna di morte l’intera galassia degli Lgbt, più qualcosa. Romer e gli altri, eleggendo i loro bei candidati islamici, farebbero bene a rileggersi la profezia Michel Houellebecq, contenuta nel romanzo Submission, per capire la sfida esistenziale cui vanno incontro i socialist d’America. Per ora, i discorsi politici dei loro esponenti più famosi, Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez (che il Dsa vuole candidare alle presidenziali del 2028), si ispirano alla socialdemocrazia scandinava, integrata con proposte radicali per affrontare il costo della vita e la crisi climatica, restando però molto lontani dai principi del socialismo di stampo sovietico, dato che le loro politiche si concentrano sulla ridistribuzione della ricchezza, l’espansione dei diritti civili e sociali e il rafforzamento massivo del welfare State.
Sarà anche per questo che il quotidiano della City newyorkese, Wsj, non manca di sottolineare come i nuovi leader socialisti appartengano tutti alle classi sociali agiate medio-alte che, essendo native digitali, hanno ottima padronanza delle nuove tecnologie, ovvero dei media di Internet, delle App, della multimedialità e dei metodi di comunicazione online. I Dsa si configurano, in pratica, come degli influencer politici massmediologici ante litteram, padroni della cultura politica dei campus americani più prestigiosi ed esclusivi (il movimento pro-Pal è cosa loro, in pratica), che sanno come meglio orientare il popolo connesso affinché assimili più intensamente e con la massima rapidità l’ideologia socialista. Una realtà politica distopica la loro, dettata da una comunicazione a-dialettica, che procede per slogan, la cui radiazione si diffonde in tutta l’infosfera, che ne veicola il loro modo radicale e fazioso di sentire e le sue sensazioni. In cui i nemici non sono mai quelli veri, ma creati dall’immaginario progressista, come i fascisti, i suprematisti e i repubblicani Maga americani. Dimenticandosi così che la democrazia e la libertà di espressione contengono alla radice, incontaminata da secoli, la massima volterriana: “Disapprovo quello che dici, ma difenderò fino alla fine il tuo diritto di dirlo”. E questo perché nei socialist la “sensazione” è il surrogato più efficace del pensiero, e chi sa proporla con arte possiede il talento per avere successo politico ai tempi di oggi. In pratica, seguaci e leader dei neosocialisti americani non si comportano come quei corretti cittadini che si battono per migliorare il sistema attuale americano, ma come soggetti che intendono strumentalizzare le libertà democratiche, per costruire un movimento che, se arrivasse alla Casa Bianca, sarebbe in grado di stravolgere alla radice il sistema democratico americano.
L’America, cioè, non sarebbe più il posto delle libertà, ma qualcosa di molto simile a una comune, ovvero a una comunità basata sulla condivisione dei beni, contraddistinta da un’amministrazione cittadina locale guidata da partiti socialisti (socialismo municipale) o, in alternativa, dall’autogoverno urbano. E questo accade non solo perché una parte consistente della cittadinanza odia lo status quo e vuole il cambiamento, ma per alcuni fattori generazionali ben precisi. Un giovane elettore che oggi abbia intorno ai 25 anni, nel 2008 ha visto il sistema finanziario volare a pezzi, i suoi genitori perdere la casa e nessun responsabile finanziario di Wall Street che abbia pagato il prezzo di questo disastro epocale. Originando così in molti la sfiducia radicale nell’economia di mercato. E quell’elettore giovane oggi torna a chiedersi se davvero esista un posto per lui in questo tipo di sistema economico, in cui le AI avanzate tendono a sostituire presso le grandi e medio aziende del settore anche persone con skill informatiche elevate, distruggendo molte migliaia di posti di lavoro ben remunerati. Per non parlare poi delle enormi difficoltà che oggi un giovane incontra per l’acquisto di una casa.
Per cui, per le nuove generazioni quello da seguire è il modello socialista scandinavo (che esiste e non è una utopia, ma è il salto di scala, da 28 milioni di scandinavi a 350 milioni di americani, a creare forti dubbi sulla sua implementabilità!), in quanto si basa sul connubio tra capitalismo di mercato e un welfare State globale e universalistico. Non si tratta, pertanto, di un socialismo di stampo sovietico, ma di un’economia di mercato altamente competitiva, bilanciata da una forte redistribuzione della ricchezza. E questo ci racconta la brutta fine che hanno fatto in tutto l’Occidente i meta garanti sociali: Chiesa, Partiti, Scuola e Tribunali. Ma avessero davvero ragione i socialisti democrat d’America che occorre ricominciare da Noi?
Aggiornato il 24 agosto 2026 alle ore 10:22
