Da Kyiv al Golfo, l’asse Mosca-Teheran salda le due guerre
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Le guerre in Ucraina e in Medio Oriente vengono ancora rappresentate come crisi distinte, determinate da cause differenti e combattute in teatri geograficamente lontani. È una lettura sempre meno aderente alla realtà. Tra il fronte ucraino e quello mediorientale si è infatti consolidato un collegamento operativo, tecnologico, economico e di intelligence che ha come protagonisti la Russia e l’Iran. Il 25 luglio, l’Ucraina ha colpito una nave iraniana nel Mar Caspio, provocando la morte di un marinaio. Kyiv ha sostenuto che l’imbarcazione trasportava materiale militare destinato alla Russia, mentre Teheran ha affermato che si trattava di una nave commerciale e ha inizialmente minacciato una rappresaglia. La tensione è diminuita dopo un colloquio tra i ministri degli Esteri Abbas Araghchi e Andrii Sybiha, ma l’episodio ha mostrato quanto la guerra scatenata da Vladimir Putin abbia ormai superato i confini dell’Ucraina, coinvolgendo rotte e interessi collocati ben oltre il fronte europeo. Il Mar Caspio rappresenta da tempo una delle principali arterie della cooperazione tra Mosca e Teheran. Attraverso questo spazio marittimo, relativamente protetto dall’osservazione occidentale, sono transitati armamenti, munizioni, tecnologie militari e petrolio sottoposto a sanzioni. Per la Russia e l’Iran si tratta di una rotta strategica, utile a mantenere attivi gli scambi evitando le aree sottoposte a una più intensa sorveglianza internazionale. Per l’Ucraina, quelle stesse rotte costituiscono invece parte integrante della macchina logistica che alimenta l’aggressione russa. Colpire un’imbarcazione sospettata di trasportare equipaggiamenti militari significa tentare di interrompere il flusso di risorse che consente al Cremlino di proseguire la guerra.

L’attacco nel Caspio non deve quindi essere interpretato come un episodio isolato, ma come il segnale di un conflitto che si estende lungo tutte le catene di approvvigionamento utilizzate dalla Russia. La cooperazione tra Mosca e Teheran ha conosciuto una trasformazione profonda dopo l’invasione su vasta scala del febbraio 2022. Nella fase iniziale era soprattutto l’Iran a fornire alla Russia ciò che le mancava. Teheran consegnò centinaia di droni della famiglia Shahed, economici e relativamente semplici, ma particolarmente adatti a saturare le difese aeree ucraine e a colpire città, centrali elettriche e infrastrutture civili senza consumare esclusivamente i più costosi missili da crociera. Nel 2023, l’Iran contribuì inoltre alla realizzazione dell’impianto di Yelabuga, destinato alla produzione in territorio russo degli Shahed, ribattezzati Geran-2. Secondo alcune stime, dal febbraio 2022 Mosca avrebbe impiegato circa 57mila droni derivati da questa piattaforma. Il loro vantaggio non risiede soltanto nella capacità distruttiva, ma anche nel rapporto tra costi: per abbattere un drone relativamente economico, l’Ucraina può essere costretta a utilizzare intercettori molto più costosi. Il trasferimento tecnologico, tuttavia, non è rimasto a senso unico. La Russia ha utilizzato il campo di battaglia ucraino come un enorme laboratorio militare, sperimentando i droni iraniani, osservando le contromisure avversarie e introducendo continui perfezionamenti. Ora una parte delle conoscenze acquisite sta tornando in Iran. Mosca avrebbe messo a disposizione di Teheran versioni più avanzate dei droni originariamente ricevuti, dotate di motori a reazione, telecamere per la ricognizione, collegamenti radio, sistemi di calcolo basati sull’intelligenza artificiale e contromisure contro la guerra elettronica.

L’Iran aveva fornito alla Russia una piattaforma economica; Mosca l’ha perfezionata attraverso migliaia di missioni contro l’Ucraina e ora restituisce a Teheran un’arma più sofisticata, potenzialmente utilizzabile contro obiettivi statunitensi, israeliani e arabi. Le tecnologie sperimentate nelle notti di Kyiv, Kharkiv e Odesa possono così riapparire nei cieli del Golfo. La collaborazione non si limita ai droni. L’Iran ha fornito alla Russia ingenti quantità di munizioni e proiettili d’artiglieria, mentre i due Paesi hanno istituito gruppi di lavoro per condividere esperienze operative. A questa cooperazione si aggiunge quella nel settore dell’intelligence. Secondo fonti occidentali, funzionari russi avrebbero trasmesso all’Iran informazioni utili a individuare navi da guerra, velivoli e installazioni militari statunitensi in Medio Oriente. Teheran possiede capacità satellitari limitate rispetto a quelle di Mosca e l’accesso ai sistemi russi di osservazione può migliorarne sensibilmente la pianificazione. La Russia non ha quindi bisogno di entrare formalmente in guerra al fianco dell’Iran: può limitarsi a metterlo nelle condizioni di individuare meglio i bersagli e di colpirli con maggiore precisione. Il secondo pilastro dell’alleanza è rappresentato dall’elusione delle sanzioni. Per decenni l’Iran ha imparato a sopravvivere sotto un articolato regime di restrizioni internazionali, costruendo società di copertura, reti di intermediari, sistemi di pagamento opachi e rotte commerciali difficili da ricostruire.

Dopo il 2022, la Russia si è trovata nella necessità di adottare gli stessi metodi e, sotto questo profilo, Teheran ha potuto mettere a disposizione la propria esperienza. Mosca ha sviluppato una flotta ombra per continuare a esportare petrolio, soprattutto verso la Cina, aggirando controlli, limiti di prezzo e restrizioni assicurative. Parallelamente, reti commerciali russe e iraniane acquistano attraverso Paesi terzi componenti occidentali a duplice uso, apparecchiature elettroniche e tecnologie destinate all’industria militare. Le sanzioni continuano a imporre costi significativi, ma i due regimi stanno costruendo un ecosistema economico capace di adattarsi progressivamente a ogni nuova misura occidentale. Putin ha sostenuto che l’Iran non avrebbe chiesto armi alla Russia e che Mosca non avrebbe fornito armamenti a Teheran. La dichiarazione può forse essere difesa ricorrendo a un’interpretazione estremamente formale delle parole, ma non descrive la sostanza del rapporto. La cooperazione militare non si misura soltanto contando i missili trasferiti da un deposito russo a una base iraniana. Tecnologie, software, modifiche ai droni, immagini satellitari, informazioni sugli obiettivi e capacità di aggirare le sanzioni possono risultare altrettanto importanti. Ciò non significa che Russia e Iran siano alleati privi di divergenze. Il loro rapporto rimane pragmatico e opportunistico, ma un’alleanza non deve essere fondata sulla fiducia per risultare pericolosa: è sufficiente che sia sostenuta da interessi convergenti e dalla presenza di nemici comuni.

L’Occidente continua ad affrontare separatamente la guerra russa contro l’Ucraina, l’espansionismo iraniano, la sicurezza del Golfo e l’elusione delle sanzioni. Russia e Iran hanno invece già collegato questi dossier. Un drone perfezionato in Russia può essere utilizzato contro una base statunitense in Medio Oriente; un componente acquistato attraverso una società asiatica può raggiungere tanto Yelabuga quanto una fabbrica iraniana; una petroliera della flotta ombra può finanziare entrambe le industrie belliche. Non siamo di fronte a un’alleanza militare paragonabile alla Nato, ma a qualcosa di più flessibile e difficile da contrastare: una rete di regimi che condividono armi, tecnologie, informazioni e metodi di sopravvivenza economica. Le guerre in Ucraina e in Medio Oriente vengono combattute su fronti differenti, ma sono sempre più alimentate dalla stessa macchina. Continuare a considerarle compartimenti separati significa concedere a Mosca e Teheran il vantaggio di aver compreso prima degli altri che ogni conflitto può diventare il laboratorio della guerra successiva.

(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza

Aggiornato il 05 agosto 2026 alle ore 10:55