L’Amministrazione Trump ha mostrato di privilegiare le relazioni con Tokyo rispetto a quelle con Nuova Delhi
Washington ha di recente ribadito il proprio impegno a favore di un ordine internazionale fondato sul rispetto delle regole, una mossa destinata ad essere accolta positivamente dai suoi alleati tradizionali. Una dichiarazione congiunta, sottoscritta il 12 luglio scorso dagli Stati Uniti e da 13 partner strategici asiatici ed europei, ha riaffermato il sostegno a una sentenza arbitrale di portata storica che, dieci anni fa, aveva sancito l’assenza di qualsiasi fondamento giuridico per le estese rivendicazioni territoriali e marittime avanzate dalla Cina nel Mar Cinese Meridionale. Mai come in questo momento il sostegno alla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare si è rivelato cruciale. Il controverso lancio di prova di un missile balistico intercontinentale effettuato dalla Cina all’inizio di questo mese, e definito da Pechino il secondo test di questo tipo reso pubblico, dimostra fino a che punto la Cina sia disposta a spingersi per riaffermare quelli che considera i propri diritti nella regione. Ma la dichiarazione non si è limitata a ribadire l’impegno degli Stati Uniti a favore di un ordine basato sulle regole nel Pacifico. Ha anche fornito indicazioni sulla nuova configurazione diplomatica regionale che sta prendendo forma. Insieme ai partner europei, Giappone, Australia e Filippine hanno aderito alla dichiarazione congiunta. L’India, pur avendo riaffermato autonomamente il proprio appoggio alla sentenza, non ha fatto altrettanto: ha preferito non unirsi all’iniziativa, una circostanza di particolare rilievo. Non è del resto il primo segnale di difficoltà nell’asse tra Stati Uniti e India, un rapporto che in passato era considerato particolarmente forte.
Il 16 giugno scorso, il Dipartimento della Difesa americano ha annunciato che lo US Indo-Pacific Command (Usindopacom), il Comando statunitense per l’Indo-Pacifico, avrebbe assunto nuovamente la precedente denominazione di US Pacific Command (Uspacom), Comando del Pacifico degli Stati Uniti. A prima vista, la decisione appare priva di particolare rilevanza. Del resto, poco dopo il Dipartimento della Difesa ha rilevato che “la missione fondamentale dello Uspacom e il suo impegno costante nel garantire un teatro operativo libero e aperto insieme agli alleati e ai partner regionali rimangono invariati”. Inoltre, l’eliminazione del termine “Indo” nella denominazione del comando non dovrebbe avere alcun effetto sul piano geografico. Secondo il Pentagono, “la vasta area di responsabilità dello Uspacom, che si estende dalle acque al largo della costa occidentale degli Stati Uniti fino al confine occidentale dell’India, rimane esattamente la stessa”. Gli osservatori delle dinamiche del Pacifico, tuttavia, non ne sono così certi. Secondo l’opinione prevalente tra gli analisti di politica estera, la modifica rappresenta un ridimensionamento del ruolo dell’India nel quadro strategico americano, con la perdita del ruolo di partner di riferimento nella regione. La decisione di ribattezzare il Comando come Usindopacom, annunciata dall’allora segretario alla Difesa Jim Mattis durante la prima amministrazione Trump, era stata infatti interpretata in larga misura come il riconoscimento del ruolo fondamentale dell’India quale contrappeso alla crescente influenza della Cina.
Inserito nel quadro di relazioni sempre più tese tra Washington e Nuova Delhi, il cambio di denominazione assume i contorni di un inequivocabile segnale politico rivolto all’India. Se Nuova Delhi non costituisce più il cardine della strategia statunitense nella regione, quale attore è destinato a prenderne il posto? E, soprattutto, quale fisionomia assumerà la presenza americana nel Pacifico alla luce di questo mutato equilibrio strategico? Il Giappone è, senza dubbio, il principale alleato strategico degli Usa nel Pacifico. Da lungo tempo Tokyo e Washington sono legate da un rapporto privilegiato sul piano economico, militare e della sicurezza, una partnership che costituisce il corrispettivo, nello scacchiere del Pacifico, della “relazione speciale” che lega gli Stati Uniti al Regno Unito nell’Atlantico. I due Paesi condividono inoltre la visione di un “Indo-Pacifico libero e aperto, concetto elaborato dall’ex primo ministro Shinzo Abe e oggi pienamente sostenuto dalla premier Sanae Takaichi, che ne ha recentemente ribadito i principi durante un discorso pronunciato in Vietnam. A consolidare ulteriormente questo rapporto hanno contribuito anche le eccellenti relazioni personali tra i leader dei due Paesi. Se il rapporto di collaborazione tra il presidente Donald Trump e la premier Sanae Takaichi ha ricevuto ampia attenzione mediatica, non meno rilevante è quello che si sta sviluppando tra il segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth e il ministro della Difesa giapponese Shinjiro Koizumi.
A gennaio, Koizumi è entrato nella storia come il primo ministro della Difesa giapponese a prendere parte all’Honolulu Defense Forum, occasione nella quale ha sposato la dottrina dell’Amministrazione Trump della “Peace through Strength“ (pace attraverso la forza). Solo pochi giorni dopo, il ministro giapponese ha affiancato il suo omologo americano Pete Hegseth in un allenamento alle prime ore del mattino, un gesto dal forte valore simbolico sulla solidità del rapporto personale tra i due esponenti. Il significato profondo di questa relazione va però ricercato nella geografia, più che nel simbolismo. In quanto arcipelago collocato lungo la direttrice di accesso della Cina all’Oceano Pacifico, il Giappone consente agli Stati Uniti di contenere, monitorare e ostacolare i tentativi di Pechino di ampliare la propria influenza nello spazio marittimo regionale. Tokyo garantisce inoltre la libertà di navigazione e la protezione delle navi statunitensi che attraversano il Pacifico. In un’area che concentra il 60 per cento della crescita economica globale e ospita ingenti riserve di minerali critici e tecnologie avanzate, assicurare un accesso commerciale stabile e sicuro rappresenta una priorità strategica. Dal canto suo, Tokyo sta facendo la propria parte.
La premier Sanae Takaichi ha promosso un significativo aumento degli investimenti nel settore della difesa, con un bilancio che quest’anno ha superato per la prima volta nella storia del Paese la soglia dei 58 miliardi di dollari. Ha inoltre accelerato la revisione di tre documenti strategici riguardanti la sicurezza nazionale, la difesa nazionale e l’approvvigionamento nel settore della difesa, con l’obiettivo di affrontare il complesso scenario di minacce che il Giappone si trova a fronteggiare. Nelle elezioni di febbraio, ha incassato un ampio consenso popolare al rafforzamento della capacità di deterrenza del Paese. Nel complesso, il Paese del Sol Levante ha dimostrato di possedere tanto le capacità quanto la determinazione necessarie per svolgere un ruolo attivo nel mantenimento della stabilità e della sicurezza della regione del Pacifico. Resta da valutare quale portata strategica avrà il ritorno alla denominazione Uspacom. Una cosa, tuttavia, è certa: al centro della strategia statunitense nella regione vi è un alleato solido e affidabile, che da decenni sostiene gli interessi americani nel Pacifico.
(*) Tratto dal The National Interest
(**) Traduzione a cura di Angelita La Spada
Aggiornato il 31 luglio 2026 alle ore 14:17
