Per oltre quattro anni l’Occidente ha dichiarato di voler privare Vladimir Putin delle risorse necessarie per finanziare l’invasione dell’Ucraina. Eppure, mentre si moltiplicavano i pacchetti di sanzioni, le liste di oligarchi e i beni congelati, il petrolio e il gas russi continuavano a trovare acquirenti. Cambiavano le rotte, comparivano nuovi intermediari, le petroliere modificavano bandiera e proprietà, ma il denaro continuava ad affluire nelle casse del Cremlino. Il Senato degli Stati Uniti sembra finalmente aver compreso che non basta sanzionare chi vende. Bisogna mettere di fronte alle proprie responsabilità anche chi compra. Con 86 voti favorevoli e 12 contrari, il Senato ha approvato il primo passaggio procedurale del “Lindsey O. Graham Sanctioning Russia and Iran Act of 2026”, un vasto provvedimento destinato a rafforzare la pressione economica sulla Russia e sui Paesi che ne sostengono indirettamente la macchina bellica. Non si tratta ancora del voto finale e il testo dovrà successivamente essere esaminato dalla Camera dei rappresentanti, che tornerà a riunirsi a settembre. Ma una maggioranza tanto ampia rappresenta già un segnale politico difficilmente equivocabile. Il voto è avvenuto mentre il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy si trovava a Washington e assisteva ai lavori dalla tribuna del Senato. Poche ore prima si erano svolti i funerali del senatore repubblicano Lindsey Graham, uno dei più convinti sostenitori dell’Ucraina e principale promotore della legge insieme al democratico Richard Blumenthal.
La presenza di Zelenskyy e l’intitolazione del provvedimento a Graham hanno conferito alla votazione un forte valore simbolico. Ma sarebbe un errore fermarsi alla simbologia. Il contenuto della proposta può incidere concretamente sulla capacità della Russia di continuare la guerra. La legge prevede sanzioni obbligatorie contro i vertici politici e militari russi, gli oligarchi, le banche, le istituzioni finanziarie e i grandi progetti energetici controllati dal Cremlino. Tra i possibili bersagli figurano la Banca centrale russa, Sberbank, Gazprombank e i dirigenti delle principali imprese energetiche statali. Particolare attenzione viene inoltre riservata alla cosiddetta flotta ombra: quell’insieme di vecchie petroliere, società di comodo, assicuratori opachi e registri navali compiacenti attraverso cui Mosca aggira il tetto al prezzo del petrolio e le altre restrizioni occidentali. Il provvedimento consentirebbe di sanzionare non soltanto le navi direttamente riconducibili alla Russia, ma anche le imbarcazioni straniere utilizzate per eludere le misure internazionali. È però sul fronte delle sanzioni secondarie che si trova la parte più importante della legge. Il presidente degli Stati Uniti verrebbe autorizzato a imporre dazi fino al 100 per cento sulle merci provenienti dai cinque maggiori Paesi importatori di petrolio o gas russo e dai cinque Stati maggiormente coinvolti nell’elusione delle sanzioni energetiche. Nel mirino ci sono innanzitutto Cina e India, che negli ultimi anni hanno acquistato enormi quantità di greggio russo, spesso a prezzi scontati. Il principio è semplice: continuare a comprare energia dalla Russia deve avere un costo. Finora molti Paesi hanno potuto condannare formalmente l’invasione, mantenersi neutrali o invocare generiche esigenze economiche, mentre approfittavano degli sconti concessi da Mosca.
In questo modo hanno contribuito a sostenere le entrate fiscali russe e, di conseguenza, la produzione di missili, droni, munizioni e mezzi militari impiegati contro l’Ucraina. Il nuovo meccanismo mira a spezzare questa ambiguità. Un governo potrà continuare a commerciare con la Russia, ma dovrà sapere che rischia di perdere l’accesso privilegiato al mercato statunitense. La scelta non sarà più tra solidarietà all’Ucraina e convenienza economica immediata, bensì tra il petrolio russo e i rapporti commerciali con gli Stati Uniti. Il testo contiene eccezioni per i Paesi che importano dalla Russia meno del 15 per cento del proprio fabbisogno di gas naturale e che dimostrano di stare riducendo progressivamente tale dipendenza. Prevede inoltre la possibilità per il presidente di sospendere determinate misure quando ritenga che ciò corrisponda all’interesse nazionale americano. Ed è proprio qui che si trova il principale punto debole della legge. La sua efficacia dipenderà dalla volontà della Casa Bianca di applicarla. Concedere al presidente un ampio potere discrezionale significa rendere possibile una pressione selettiva e adattabile, ma anche aprire la strada a deroghe, rinvii e negoziati bilaterali. Le sanzioni possono diventare uno strumento per costringere gli acquirenti del petrolio russo a cambiare comportamento, oppure trasformarsi in una leva da utilizzare nelle trattative commerciali con Cina, India e altri Paesi.
Alcuni democratici hanno espresso perplessità proprio sull’estensione dei poteri presidenziali in materia di dazi, temendo conseguenze sui prezzi delle importazioni e sulle famiglie americane. Sono obiezioni che non possono essere liquidate con superficialità. Tuttavia, anche l’inazione ha un costo. Ogni mese di guerra comporta nuove vittime, nuove distruzioni e nuove spese militari per gli Stati Uniti e per gli alleati europei. Su richiesta del presidente Donald Trump, nel provvedimento sono state inserite anche disposizioni riguardanti l’Iran. La legge prolungherebbe alcune misure destinate a impedire che il regime iraniano finanzi il proprio settore energetico, i programmi militari e le attività legate al nucleare. L’inclusione di Teheran ha consentito di consolidare l’appoggio della Casa Bianca e di costruire una più ampia convergenza politica intorno al testo. Per l’Europa, il voto del Senato americano contiene una lezione precisa. Non è credibile sostenere l’Ucraina e, contemporaneamente, tollerare che imprese, intermediari e governi continuino ad alimentare le entrate russe. Nemmeno è sufficiente ridurre le importazioni dirette, se poi il petrolio di Mosca rientra nei mercati occidentali dopo essere stato raffinato, miscelato o rivenduto attraverso Paesi terzi. Putin non finanzia la guerra con i comunicati del Cremlino.
La finanzia con il petrolio, il gas, le banche e le reti costruite per aggirare le restrizioni. Le sanzioni funzionano soltanto quando rendono più costoso proseguire l’aggressione rispetto al negoziato. Per questo il provvedimento americano può rappresentare un salto di qualità: non perché garantisca automaticamente il collasso dell’economia russa, ma perché tenta di colpire il sistema che permette a Mosca di trasformare le proprie risorse naturali in armi. Il voto definitivo deve ancora arrivare. Poi servirà l’approvazione della Camera e, soprattutto, un’applicazione rigorosa. Ma il messaggio inviato dal Senato Usa è già chiaro: chi finanzia la guerra di Putin non potrà continuare a dichiararsi estraneo alle sue conseguenze.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
Aggiornato il 29 luglio 2026 alle ore 11:37
