L’Africa razzista: neri contro neri

“Homo hominis lupus” è un detto universale latino di Plauto che vale per ogni colore ed etnia. Compreso, quindi, il Sudafrica, in cui è rapidamente tramontato per esclusiva colpa delle élite africane locali, corrotte e clientelari, il sogno di Nelson Mandela di una nazione di liberi in un Paese multietnico. Quando l’African National Congress (il partito di Mandela) prese il potere a Johannesburg, varò nel 2003 la famosa politica “Bee” (Black Economic Empowerment), con il fine di ridurre le disuguaglianze lasciate dall’Apartheid, nata per offrire vantaggi economici alle persone di colore. I punti chiave includono: la proprietà aziendale; l’assunzione di personale locale e l’acquisto di beni e servizi da fornitori certificati. Le aziende ottengono un punteggio calcolato in base ai parametri di assunzione, formazione, cessione di quote sociali a lavoratori di colore e acquisto di prodotti da aziende con lavoratori sudafricani. Il sistema non è privo di difetti, dato che alla prova dei fatti a esserne realmente avvantaggiati sono stati gruppi ristretti di persone benestanti. Inoltre, la cessione di finte quote di proprietà (così detta pratica del fronting) ha favorito l’aggiramento delle regole, per cui è in fieri un nuovo sistema che consentirebbe alle aziende di versare denaro in un fondo ad hoc, invece di cambiare la proprietà interna. Come tutte le politiche liberiste pilotate dall’alto, il sistema Bee ha deluso tutte le speranze di creare attraverso il suo meccanismo una classe media africana, facendo fallire i tentativi degli ultimi trenta anni di fare del Sudafrica una società più equa. Per valutarne gli effetti negativi, è sufficiente consultare il coefficiente Gini, che rappresenta una misura statistica della disuguaglianza, quantificando l’equa distribuzione di reddito e ricchezza all’interno di una popolazione data. L’indice relativo colloca oggi il Sudafrica in fondo alla classifica mondiale, per essere tra le nazioni con il più alto livello di disuguaglianze sociali!

Per di più, in base alle statistiche ufficiali, il reddito delle famiglie afrikaner (discendenti bianchi dei coloni europei) è in media quattro volte più elevato di quello delle famiglie di neri sudafricani, mentre l’indice di disoccupazione dei giovani neri è al 37 per cento, contro l’8 per cento dei pari età afrikaner. L’insuccesso fondamentale della politica Bee consiste proprio nel numero dei soggetti che ne hanno effettivamente beneficiato, dato che cento persone (tra cui spiccano il presidente Cyril Ramaphosa e il suo clan) hanno incassato qualcosa come 57 miliardi di dollari (fonte: Financial Times). Ovvero, la politica Bee ha funzionato benissimo per coloro che erano politicamente connessi al sistema di potere sudafricano, penalizzando la classe media che doveva avvantaggiarsene, oggi ancora più colpita dalle attuali difficoltà economiche del Paese. E così, come accade in tutto il resto del mondo, anche in Sudafrica i neri autoctoni hanno iniziato a colpevolizzare gli immigrati (africani) ritenendoli responsabili delle loro difficoltà a trovare lavoro, in quanto i nuovi venuti accettano paghe più basse e condizioni lavorative al di sotto degli standard minimi sindacali. Sono così nati gruppi violenti antimmigrazione, come “March and March” e altri movimenti estremisti a esso collegati che si sono coalizzati tra di loro per fissare una deadline imponendo ai migranti irregolari di lasciare il Paese entro il 30 giugno scorso. Negli ultimi tempi, nelle periferie più povere e disagiate delle città, alcuni militanti del movimento hanno aggredito gli immigrati con bastoni e coltelli, chiedendo ai loro datori di lavoro la documentazione che dimostrasse l’impiego legale dei loro dipendenti stranieri.

Dal maggio scorso, dall’inizio quindi delle proteste, sono stati uccisi almeno cinque cittadini africani di diverse nazionalità, mentre altre migliaia sono volontariamente rimpatriati su voli organizzati dai loro governi, o hanno trovato rifugio nelle chiese e in prossimità delle rispettive ambasciate. Ad alto rischio di disordini si sono rivelate le province sudafricane di KwaZulu-Natal, Gauteng e Western Cape. Le proteste si possono ritenere una conseguenza diretta della depressione economica che affligge vaste aree del Sudafrica, dove il tasso di disoccupazione è salito oltre il 30 per cento. Così, dopo essersi rivelata la più ricca e la più attrattiva delle economie africane per i migranti delle nazioni confinanti, da qualche tempo a questa parte, a causa della crisi economica, anche in Sudafrica gli immigrati irregolari sono divenuti il capro espiatorio, imponendo al Governo di Johannesburg l’adozione di misure urgenti antimmigrazione, per rispondere al crescente clima di protesta. In KwaZulu-Natal, dove sono nati i principali movimenti anti immigrati, solo nelle ultime settimane le autorità locali hanno provveduto ad espellere 12mila migranti sprovvisti di permesso di soggiorno, imponendo loro l’allontanamento da territorio nazionale entro le 24 ore.

In una località a Nord-Ovest di Durban, 1.600 malawiani sono rimasti confinati in un centro di detenzione-espulsione, a seguito del fallimento di numerosi tentativi per la loro risistemazione in aree meno turbolente. Idem per Cape Down, in cui è stata avviata la ridislocazione di migliaia di zimbabwesi alla ricerca di un’ospitalità temporanea, dopo che i loro accampamenti precari si erano ingranditi a dismisura. Tanto per capire quanto sia sottovalutato il fenomeno dell’immigrazione irregolare, ultimamente il clima di protesta ha contagiato le classi lavoratrici intermedie, con aggressioni improvvise anche nei confronti di immigrati regolari. Le manifestazioni più turbolente sono state poste in atto dal movimento xenofobo, in rapida espansione, March and March, che si è abbandonato a saccheggi e violenze nei confronti dei migranti. I manifestanti accusano pubblicamente i clandestini di essere i soli responsabili di tutti i mali che affliggono l’economia sudafricana, dalla disoccupazione al clima crescente di insicurezza. Quest’ultimo dovuto in particolare all’aumento dei reati connessi con il traffico di droga, in cui sono sempre più coinvolti i migranti irregolari che nell’insieme, secondo alcuni calcoli non ufficiali, non supererebbero i 3 milioni di persone, pari al 5 per cento della popolazione totale sudafricana. Di recente, migliaia di malawiani si sono concentrati nell’ex drive-in di Durban (un immenso parcheggio abbandonato), che fa funzioni di area di accoglienza per persone destinate al rimpatrio, in attesa di essere presi a bordo di autobus super affollati che fanno rotta su Lilongwe (capitale del Malawi), via Johannesburg. Come si vede, chi (l’Onu, attraverso l’estensione abnorme del diritto d’asilo?) ha in ogni modo favorito le migrazioni epocali, porta la diretta responsabilità delle rivolte e dei muri (reali e immaginari) antimigranti sorti in tutto il mondo, e non solo in Occidente!

Aggiornato il 15 luglio 2026 alle ore 17:22