Libano, Israele, Usa e Iran: il gioco delle parti

Il recente accordo tra Israele e Libano e il pseudo-accordo tra Usa e Iran, sottoscritti pressoché in parallelo, hanno una comune caratteristica: la quasi inutilità. Perché definire inutili questi patti? Il loro discutibile senso strategico si basa in particolare su una serie di elementi; tra questi che la diplomazia iraniana guadagna da queste sceneggiate diplomatiche, perché intanto resta al potere, potendo continuare a gestire i suoi affari e progetti, nucleare compreso; è corteggiata dai vari apprendisti negoziatori, felici di essere esposti in una questione di interesse globale, dimostrando inoltre di poter sostenere le sempre meno credibili pressioni statunitensi, indebolendo di fatto l’immagine di Donald Trump. Altro elemento è che l’Iran sta continuando a finanziare gli sciiti libanesi di Hezbollah, mantenendo in vita la sua creatura terroristica, anche se mutilata dalla mancanza della Siria e di Hamas impegnato per non scomparire, ovvero “lAsse della resistenza” strutturato per combattere Israele, e anche l’altra creatura, la “Mezzaluna sciita” strumento di influenza creato dagli ayatollah. Considerando che la sopravvivenza anche mediatica della dittatura iraniana, oggi semi-teocratica, fa restare terroristicamente attivi anche gli Houthi sciiti yemeniti. Inoltre, gli accordi firmati tra Israele e Libano sono concentrati quasi esclusivamente sul disarmo del partito Hezbollah (partito di Dio), ovvero la “malattia socio-politica” libanese; una questione che campeggia sui tavoli dei negoziati tra Washington e Teheran. In pratica un chiaro paradosso negoziale, in quanto l’Iran mette sul piatto di una ipotetica tregua la sopravvivenza di un partito politico di un altro Stato.

Ma come possiamo definire questo accordo quadro tra Israele e Libano, considerando il fattore Hezbollah e Teheran? È verosimile che questo patto sia una azione strategica israelo-statunitense che ha lo scopo di creare una spaccatura tra il fronte di Hezbollah e quello iraniano, o meglio isolare il “partito di Dio” da Teheran, quindi di ridurre o eliminare l’influenza iraniana in Libano. Ma questo obiettivo, con le attuali condizioni, non potrà mai realizzarsi, in quanto ha una criticità invalicabile, ovvero l’esistenza del regime degli ayatollah-pasdaran. Ciò è dimostrato dalle successive proteste a Beirut e altre città libanesi, di Hezbollah e degli affiliati sciiti, a seguito della firma dell’accordo quadro, tanto è che i suoi rappresentati politici si considerano i difensori del Libano di fronte a Israele, ma in realtà sono la sciagura del Libano. Così il segretario generale del movimento sciita Naim Qassem, ha definito l'accordo di Washington “nullo e non valido”, rafforzando invece, in una dichiarazione di sabato scorso, che il memorandum d’intesa tra Iran e Stati Uniti è la base di discussione utile a terminare il conflitto. Questa affermazione si innesca nell’obiettivo iraniano di sostenere comunque gli sciiti libanesi. Qassem ha inoltre tracciato una invalicabile linea rossa: non si può legare il ritiro di Israele dal Libano al disarmo di Hezbollah.

Va considerata inoltre la trappola che sono riusciti a fare scattare gli iraniani, alleati degli sciiti libanesi, nell’avere portato al tavolo dei negoziati gli Stati Uniti, e riuscendo nella non facile impresa di rafforzare la propria fiducia e la propria immagine; da ciò il rafforzamento della convinzione da parte di Hezbollah di non avere nessun interesse e nessun timore a dichiarare di non voler deporre le armi o essere smantellati. Tuttavia, i termini dell’accordo della settimana scorsa tracciano un processo sequenziale che prevede l’esercito libanese, forse meno organizzato di quello di Hezbollah, dover prendere l’effettiva autorità e controllo su tutto il territorio dello Stato, con un simultaneo concreto disarmo dei gruppi armati non statali, un chiaro riferimento ai miliziani del “partito di Dio”. Alla fine di questo percorso l’esercito israeliano dovrebbe gradualmente ritirarsi dal Libano meridionale, dove sono presenti dall’inizio di marzo, e dove sono morte almeno 4.000 persone, miliziani sciiti compresi.

Quest’accordo quadro tra Libano e Israele fa sorgere due domande: il governo israeliano può davvero ritirarsi completamente dal Libano e poi presentarsi agli elettori? E, allo stesso tempo, il governo libanese può veramente affrontare Hezbollah, che è in realtà il problema? Forse è improbabile. Resta il fatto che solo il tempo e l’attuazione dell’accordo potranno determinare se si tratta di una vera intesa o semplicemente di qualcosa firmato al fine di tranquillizzare gli Stati Uniti, sostenitore di Israele e firmatario dell’accordo quadro di venerdì scorso. Intanto Israele, Libano e Stati Uniti stanno dicendo all’Iran che la questione Hezbollah non è affare suo; non avendo nessun ruolo in Libano. Ma allo stesso tempo Yair Lapid, capo dell’opposizione israeliana, ha criticato l’accordo quadro, affermando che i suoi termini consentono all’Iran di continuare a finanziare il gruppo sciita, con la speranza di poterlo riorganizzare all’interno del Libano.

La realtà è che anche se l’accordo potrebbe sembrare una “cessione” da parte del governo libanese a Israele, è comunque una alternativa migliorare che avere gli sciiti di Hezbollah, supportati dall’Iran, che martoriano – oltre che politicamente il governo e il Parlamento del Paese – fisicamente i libanesi, soprattutto del sud.

Aggiornato il 01 luglio 2026 alle ore 11:03