Pashinyan sfida Mosca

In Armenia Nikol Pashinyan ha ottenuto una vittoria che va ben oltre il semplice risultato elettorale. Secondo i dati preliminari diffusi dalla Commissione elettorale centrale, il partito Contratto civile ha superato il 50 per cento dei voti conquistando 64 seggi su 105 nel nuovo parlamento. Un risultato netto, maturato in un clima di fortissima pressione politica, economica e diplomatica da parte di Mosca che nelle ultime settimane aveva alzato il livello dello scontro con Yerevan nel tentativo di impedire il consolidamento della linea filo-occidentale del premier armeno. L’affluenza, vicina al 59 per cento, conferma come il voto sia stato percepito dalla popolazione armena non soltanto come una normale consultazione parlamentare ma come una scelta di campo sul futuro strategico del Paese. Quasi un milione e 400mila cittadini si sono recati alle urne in un contesto segnato da tensioni crescenti con la Federazione russa, accuse di interferenze, campagne di pressione economica e aperte minacce politiche.

Pochi giorni prima del voto Mosca aveva richiamato il proprio ambasciatore in Armenia “per consultazioni”, una misura diplomatica che rappresenta uno dei segnali più gravi di deterioramento delle relazioni bilaterali. Formalmente il Cremlino ha motivato la decisione con il riavvicinamento di Yerevan all’Unione europea, ma il messaggio politico appariva evidente: la Russia considera l’Armenia ancora parte della propria sfera dinfluenza e non intende assistere passivamente ad un suo progressivo allontanamento. Non è un caso che Vladimir Putin abbia evocato apertamente il rischio di uno “scenario ucraino” per l’Armenia. Un linguaggio che ricorda da vicino quello utilizzato per anni contro Kyiv prima dell’invasione su larga scala del 2022. Dietro quella formula apparentemente vaga si nasconde infatti un preciso messaggio intimidatorio: chi cerca di sottrarsi all’orbita geopolitica russa rischia destabilizzazione, pressioni economiche, crisi interne o peggio.

Come ho avuto modo di evidenziare in un recente articolo pubblicato su Difesa Online, Mosca ha cercato attivamente di ostacolare la rielezione di Pashinyan temendo che una sua nuova vittoria potesse consolidare definitivamente l’orientamento europeo dell’Armenia. Per il Cremlino il rischio non riguarda soltanto Yerevan. Il vero timore è l’effetto domino nello spazio post-sovietico: ogni Paese che riesce a emanciparsi dall’influenza russa rappresenta una sconfitta strategica e simbolica per Putin. La vittoria di Pashinyan assume quindi un significato che travalica i confini armeni. Dopo anni in cui Mosca aveva presentato sé stessa come garante indispensabile della sicurezza del Caucaso meridionale, molti armeni hanno visto crollare questa narrativa durante la guerra del Nagorno Karabakh. La mancata protezione russa dell’Artsakh ha profondamente incrinato la fiducia di una parte significativa della società armena verso il Cremlino e verso l’Organizzazione del Trattato di sicurezza collettiva guidata da Mosca.

Pashinyan ha saputo intercettare questo cambiamento, proponendo gradualmente un riavvicinamento all’Europa e tentando di ridurre la dipendenza politica, economica e militare dalla Russia. Una linea rischiosa, soprattutto per un Paese geograficamente fragile e storicamente esposto alle pressioni delle grandi potenze regionali, ma che oggi riceve una nuova legittimazione popolare. Naturalmente il risultato elettorale non significa che l’Armenia sia ormai al sicuro. Al contrario, proprio la vittoria di Pashinyan potrebbe spingere Mosca ad aumentare ulteriormente le pressioni nei prossimi mesi. La Russia conserva ancora enormi strumenti di influenza nel Paese: presenza economica, reti politiche, apparati informativi, leve energetiche e canali mediatici. Il Caucaso rimane per il Cremlino uno spazio strategico troppo importante per essere abbandonato senza reagire. Ma il voto armeno dimostra anche un altro elemento fondamentale: nonostante minacce, intimidazioni e tentativi di interferenza, una parte crescente dello spazio post-sovietico continua a guardare verso l’Europa non come una minaccia, ma come una possibile alternativa al modello autoritario promosso da Mosca. Ed è probabilmente proprio questo, oggi, il vero problema del Cremlino.

(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza

Aggiornato il 08 giugno 2026 alle ore 10:59