Nasce la “Norimberga di Putin”

Trentasei Paesi hanno deciso di compiere un passo che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato appartenere più alla storia che all’attualità: creare un Tribunale speciale per il crimine di aggressione contro l’Ucraina. Il via libera è arrivato a Chişinău, durante la riunione dei ministri degli Esteri del Consiglio d’Europa, e nelle intenzioni dei suoi promotori dovrebbe diventare ciò che molti già definiscono la “Norimberga di Putin”. C’è qualcosa di profondamente simbolico nella scelta della capitale moldava. Non soltanto perché si trova lungo quella fascia orientale d’Europa che da anni vive sotto la pressione strategica della Russia, ma perché proprio da qui si è deciso di lanciare uno dei progetti giuridici e politici più ambiziosi nati dall’inizio della guerra in Ucraina.

Le parole, soprattutto in politica e nelle relazioni internazionali, raramente vengono scelte a caso. Il richiamo a Norimberga porta con sé un significato preciso. Dopo la Seconda guerra mondiale quel processo sancì un principio che avrebbe influenzato l’intera architettura giuridica internazionale successiva: chi decide di scatenare una guerra di aggressione può essere chiamato a risponderne personalmente. È un concetto che sembrava appartenere ormai ai libri di storia e che oggi torna improvvisamente al centro del dibattito internazionale. Dietro la creazione del nuovo Tribunale non vi è soltanto l’idea di costruire un nuovo organismo giudiziario, ma la volontà di riaffermare che l’uso della forza contro uno Stato sovrano non possa essere normalizzato o archiviato come uno dei tanti episodi della politica internazionale.

Trentasei Paesi hanno annunciato formalmente la loro intenzione di partecipare al progetto. Tra questi figurano l’Italia e l’Unione europea, ma il dato politico forse più interessante è che il sostegno va oltre i confini dell’Europa comunitaria. Hanno aderito anche Stati come Regno Unito, Svizzera, Norvegia, Islanda, Montenegro, Liechtenstein, Monaco, Andorra, San Marino e Moldova, oltre naturalmente all’Ucraina. Anche Australia e Costa Rica, pur non facendo parte del Consiglio d’Europa, hanno espresso la volontà di sostenere l’iniziativa.

Anche da parte italiana il passaggio viene letto soprattutto come una scelta politica destinata ad assumere un peso più ampio nel tempo. L’adesione di principio al trattato per il Tribunale speciale per l’Ucraina “rappresenta un passaggio importante”, ha sottolineato il sottosegretario di Stato al Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, Massimo Dell’Utri. Secondo il sottosegretario era fondamentale “prendere una posizione politica”, pur ricordando che anche per l’Italia il percorso istituzionale non è ancora concluso e richiederà un passaggio parlamentare per la ratifica. Dell’Utri ha inoltre riferito che il ministro degli Esteri ucraino, Andrii Sybiha, ha espresso parole di apprezzamento nei confronti della posizione assunta da Roma. Un elemento che conferma come, al di là dell’aspetto strettamente giuridico, il Tribunale speciale sia destinato a diventare anche un indicatore politico delle diverse sensibilità internazionali rispetto alla guerra in Ucraina.

Non tutti però hanno scelto di salire a bordo. Dall’elenco dei firmatari mancano alcuni Stati membri dell’Unione europea come Ungheria, Slovacchia, Bulgaria e Malta. Nel caso ungherese, l’assenza potrebbe essere collegata alla fase di transizione politica interna e al passaggio dal precedente governo guidato da Viktor Orbán al nuovo esecutivo di Péter Magyar, anche se al momento non vi sono indicazioni chiare su eventuali cambiamenti di posizione.

La coincidenza temporale rende l’intera vicenda ancora più interessante. Nelle stesse ore in cui a Chişinău veniva approvata la risoluzione sul Tribunale speciale, il Cremlino confermava l’imminente visita di Vladimir Putin in Cina, prevista secondo la stampa locale per il prossimo 20 maggio. Da una parte Mosca che continua a rafforzare i propri rapporti strategici internazionali, dall’altra una coalizione di Paesi che prova a costruire un meccanismo destinato a individuare responsabilità giuridiche per l’invasione dell’Ucraina.

Il segretario generale del Consiglio d’Europa, Alain Berset, ha definito il Tribunale uno strumento di giustizia e speranza, invitando gli Stati a completare rapidamente le procedure necessarie affinché il progetto possa diventare operativo. Ma dietro il linguaggio diplomatico delle dichiarazioni ufficiali si nasconde una sfida molto più concreta: trasformare una volontà politica in una struttura realmente funzionante richiederà risorse, finanziamenti, accordi e soprattutto una complessa costruzione giuridica.

Il punto centrale riguarda il vuoto che questo nuovo organismo dovrebbe colmare. La Corte penale internazionale già indaga infatti sui crimini commessi nel conflitto ucraino, ma incontra limiti specifici quando si tratta di perseguire il cosiddetto crimine di aggressione, cioè la decisione politica originaria di avviare una guerra. Ed è proprio qui che dovrebbe intervenire il nuovo Tribunale.

Può apparire una distinzione puramente tecnica, ma in realtà rappresenta il cuore dell’intero progetto. Una cosa è perseguire singoli episodi, violazioni del diritto internazionale umanitario o specifici crimini di guerra; altra cosa è attribuire responsabilità dirette alla scelta iniziale che ha dato origine al conflitto. Significa spostare il centro della questione dalle conseguenze della guerra alla decisione che l’ha resa possibile.

Il Tribunale rappresenta inoltre soltanto uno dei tre strumenti che compongono il piano più ampio elaborato dal Consiglio d’Europa. Gli altri due pilastri sono il Registro dei danni e la futura Commissione internazionale per i reclami dell’Ucraina. Il primo, sostenuto da quarantaquattro Stati e dall’Unione europea, ha già raccolto circa centocinquantamila richieste. Dietro questi numeri si nascondono case distrutte, infrastrutture devastate, attività economiche cancellate e vite stravolte dalla guerra. Sarà poi la Commissione a valutare tali richieste e a trasformarle, almeno nelle intenzioni, in un futuro meccanismo di compensazione.

Resta tuttavia una domanda inevitabile che accompagna l’intera iniziativa. La Norimberga storica nacque dopo una sconfitta militare totale della Germania nazista e grazie al controllo diretto esercitato dai vincitori sui responsabili del regime. Oggi lo scenario è radicalmente diverso. La Russia resta una potenza nucleare e membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Per questo il nuovo Tribunale nasce prima di tutto come una scommessa sul futuro: non sulla Russia di oggi, ma sulla possibilità che un domani esista uno spazio politico e giuridico nel quale le responsabilità possano essere davvero accertate.

Ed è forse proprio questo l’aspetto più interessante dell’intera vicenda. Non tanto l’idea di processi imminenti o immagini di leader seduti sul banco degli imputati, quanto il tentativo di riaffermare un principio che sembrava essersi progressivamente indebolito: che alcune decisioni non possano essere considerate normali strumenti della politica internazionale e che l’aggressione di uno Stato contro un altro non debba trasformarsi, con il passare del tempo, in una semplice nota a margine della storia.

(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza

Aggiornato il 18 maggio 2026 alle ore 13:33