Mainstream woke a fari spenti sul Myanmar

I cattolici ai tempi del colpo di Stato

Qualcuno ha notizia della fine che ha fatto la condizione dei cristiani in Myanmar sui palinsesti dei mass media europeisti, cresciuti con lo slogan human rights are my pride? Non pervenuta.

Il campanilismo progressista, allergico ai cristiani nonché lontano dai popoli e dalla reale humanitas, continua a lottizzare il mainstream con il wokismo trash e con la retorica islamocomunista. Tutto ciò è l’anticamera di un cattokhomeinismo che vorrebbe piegare la Chiesa cattolica alla triste essenza di partito anti-occidentalista, per gettarla politicamente nella galassia delle ong di sinistra. Per fare dell’attuale età di post-verità un’età di indifferentismo a-cristiano, o in alternativa per fare dell’odierno cristianesimo un culto di narcisismi antropologici senza Cristo.

Tali operazioni, figlie di una subdola cancellazione culturale globalista, iniziano però ad andare in rotoli, o comunque a non avere più la strada spianata, soprattutto con il nuovo pontefice Leone XIV. Questi, con il suo umile e sicuro tono mediatico, nel discorso al Corpo diplomatico del 9 gennaio 2026 ha denunciato la diffusione in Occidente di “un linguaggio nuovo, dal sapore orwelliano”. Il Papa finalmente tocca temi drammatici e urgenti come la “violenza jihadista”, e non lascia all’oblio mediatico il fatto che “oltre 380 milioni di cristiani nel mondo subiscono livelli elevati o estremi di discriminazione, violenza e oppressione” (ma i dati più aggiornati riportano la ancora più preoccupante cifra di oltre 388 milioni, senza considerare gli ulteriori numeri degli invisibili, da non dimenticare). In quei numeri di umanità cristiana che soffre, oltre alla martoriata Nigeria o alla più nota Cina comunista materialista, c’è anche il popolo di Cristo del Myanmar. Spesso dimenticato.

Il Myanmar vive una profonda crisi sociale, con una guerra civile in cui gruppi di miliziani tentano di allargare il proprio potere assediando i civili nelle comunità locali.

Vi sono religiose missionarie birmane che, recandosi periodicamente in quella terra così difficile e complessa, riferiscono di evidenti legami tra i militari assedianti e il regime cinese, anche sotto il profilo dei rifornimenti di armi per continuare a tenere nel terrore la popolazione e, in essa, le chiese locali. La comunità cattolica, in particolar modo, risulta peculiarmente vessata per il legame con la Chiesa romana universale, odiata dai regimi rivoluzionari ateisti dove la persona si dissolve nelle masse da rieducare, o su cui fare esperimenti sociali, al netto di ogni spiritualità e di ogni sentimento religioso.

Le stesse religiose cattoliche impegnate in vari spaccati della società del Myanmar, però, riferiscono che negli ultimi tre-quattro anni i cristiani godono della ormai solida fiducia del resto della popolazione civile, buddisti inclusi. Nella vita quotidiana sono infatti sempre più ricorrenti i gesti di solidarietà verso le famiglie cristiane: tra civili inermi ci si aiuta. Bisogna comunque stare attenti alle milizie che aizzano la perpetuazione della guerra civile, e bisogna guardarsi bene da quegli apparati che nella stessa società civile possono infiltrarsi al solo fine di fornire informazioni ai servizi sinici, che lavorano per conto del partito comunista cinese.

I segni comunitari di speranza, tuttavia, fioriscono a cielo aperto, anche in Myanmar.

Il 2026 si è aperto con l’inaugurazione di una nuova chiesa: la chiesa di San Giovanni nella diocesi di Myitkyina, capitale dello Stato Kachin, ossia nella zona settentrionale del Myanmar dove i miliziani, che assediano i civili, organizzano scontri molto violenti contro l’esercito regolare del Paese. La nuova comunità è già operativa, in particolare, nel quartiere Takkone Htoi San, dove vivono 154 famiglie cattoliche per un totale di 902 fedeli. Ma si auspica che il faro di fede nella regalità di Cristo contro ogni regime dispotico e ateista, nonché contro ogni guerra civile, possa illuminare i bisogni pastorali e sociali di tutti gli oltre 95 mila fedeli che popolano tale diocesi.

Il disagio del Myanmar, in realtà, è anzitutto un disagio di tipo politico, con un Paese afflitto da un colpo di Stato miliziano, realizzatosi in modo chiaro ed evidente a inizio febbraio del 2025. A un anno esatto da tale colpo, per il 1° febbraio del 2026, la Fondazione di diritto pontificio Aiuto alla Chiesa che Soffre ha indetto una giornata di preghiera dedicata al Myanmar, dove violenze e bombardamenti hanno ucciso 1400 persone, di cui almeno 50 bambini, con più di 10 mila arrestati, tra cui diversi sacerdoti cattolici.

Continua a crescere, intanto, il numero degli sfollati, con la conseguente crisi umanitaria dimenticata dai grossi media.

Ufficialmente le chiese cattoliche locali in Myanmar non sono schierate nella lotta contro i miliziani assedianti, ma sotterraneamente molti cattolici con coraggio promuovono i valori della libertà e della democrazia, incompatibili con i carnefici programmi di coloro che hanno realizzato il colpo di Stato. I fedeli, pertanto, possono ancora pregare, a volte anche in pubblico, ma vivono in una perenne ansia.

Se le comunità cattoliche ufficializzassero il proprio sentimento di contrarietà assoluta verso la guerra civile promossa e perpetuata dai miliziani, non vi sarebbe più libertà di pregare, o di riunirsi nelle chiese per condividere la Parola di Dio.

I religiosi della Chiesa cattolica – preti e suore – che periodicamente si recano in Myanmar, infatti, hanno molta paura a manifestare la propria avversione nei confronti dei militari autoproclamatisi al potere. Le conseguenze, per chi attualmente si trova fuori da quel Paese consisterebbero nel divieto di rientrarvi, o nella proibizione di lasciarlo. In questo modo, sostanzialmente, il terrore miliziano tiene in pugno le chiese locali in Myanmar.

I cattolici che in Myanmar si espongono criticando o battendosi apertamente contro il regime miliziano vengono arrestati e trattati senza contegno, rischiando la propria vita. La vita: un valore che il morbo politico che affligge e tiene in scacco quelle aree dell’Asia non conosce affatto. Un valore, però, che in ogni luogo dobbiamo sforzarci di preservare, valorizzandolo sempre come diritto naturale da legalizzare e, fattivamente, da rispettare.

Aggiornato il 23 aprile 2026 alle ore 10:20