“Houston abbiamo un problema”! Ah sì: e quale? “Vediamo due pianeta Terra”. Il primo, è quello di Donald Trump, l’altro quello reale. Ma le social disgrazie (etilismo, cioè, da social network) ci portano sempre a guardare il primo, a causa dei suoi effetti pirotecnici, perdendo irrimediabilmente di vista il secondo. Quindi, oggi, nel dopo Pasqua 2026 della cristianità, l’attenzione del mondo è mediaticamente afferrata per la giugulare da un post su Truth di Trump contro Papa Prevost. Guerra tra due Papi, quindi: uno laico, con la valigetta per il lancio dei missili nucleari balistici, e l’altro con la borsa da viaggio del prete, comprensiva di calice, ostensorio e Vangelo, la cui arma finale è la “Scomunica”, che mette all’indice il reprobo di fronte a un miliardo e mezzo di credenti. Nell’immaginifico popolare medievale, a contare di più era certamente l’editto dell’erede di Pietro, che condannava il re arrogante e malato terminale spirituale a causa della sua hubris. Ma oggi, come si valutano i pesi reciproci? A dare retta agli odiatori mediatici di Trump, compresa tutta la stampa americana e internazionale (Italia inclusa), il presidente Usa avrebbe aperto con il suo post su Truth di sabato 11 aprile un altro fronte caldo (ideologicamente parlando), inaccettabile e folle, con il capo dei cristiani cattolici nel mondo. Sarà bene che ciascuno si faccia una sua idea in proposito, leggendo il testo integrale del post, rinvenibile ad esempio sul sito Axios. Il prologo è tranchant e senza appello (fuori discussione, cioè): “Pope Leo is weak on Crime and terrible for Foreign Police”. Questo perché “Dio poi perdona a tutti”, ma non gratis, s’intende: purché si pentano sinceramente. E qui sta il nodo gordiano: credere o non credere al suo pentimento. Dice la Chiesa (anche lei, come i codici di diritto) “In dubio, pro-reo”.
Storicamente, però, manca alla Chiesa la necessaria fermezza, al di là delle parole pubbliche di condanna delle organizzazioni criminali del narcotraffico, che devastano l’intero continente cattolico sudamericano, come denuncia la parte iniziale del post di Trump. Ad esempio, non si invoca per loro una terribile punizione divina (che in terra può venire solo dall’uso senza se e senza ma della forza statuale), preferendo come accade in El Salvador adottare una posizione un po’ pilatesca, per cui si critica la sospensione dei diritti civili in nome della sicurezza e si chiede di mantenere alta l’attenzione sulla dignità umana. Quindi: a giudizio della Chiesa latinoamericana, come dovrebbe fare Cesare a stroncare un fenomeno che per decenni ha reso un inferno le vite dei più deboli, schiavizzati, violentati sessualmente, aggrediti e umiliati in ogni modo nei loro diritti? Tanto da essere oggi felicissimi del baratto di una finta e mortale libertà (in cui i forti uccidono impunemente e i deboli muoiono come mosche), in cambio della sicurezza di poter uscire di casa, lavorare e fare commerci senza dover pagare pegno al crimine organizzato con i loro poveri guadagni. Per la politica estera nella terra dei fatti veri, vale la seguente riflessione. Ogni anno, nel mondo e soprattutto in Africa, le comunità cristiane subiscono massacri ed eccidi (con chiese e luoghi di culto dati alle fiamme), da parte di milizie armate islamiche e similaria. Avete mai sentito chiedere da parte delle autorità religiose un intervento armato Onu di polizia internazionale a protezione di queste comunità? Chi, secondo le autorità religiose mondiali, deve proteggere decine di milioni di innocenti che ogni anno guerre civili e azioni terroristiche di milizie irregolari fanno vittime di persecuzioni e massacri? Basta guardare il Sudan e gli altri Paesi del Corno d’Africa perennemente disastrati, benché ricchissimi di materie prime e di terre fertili: chi deve intervenire dall’esterno per portare pace e benessere a quei popoli diseredati?
Ora, abbandonando la visione irenista di un certo mondo cattolico, proviamo noi laici a chiederci che cosa sarebbe accaduto se “pannellianamente” avessimo incorporato Israele nell’Unione europea, e l’Iran con i suoi proxy avesse continuato nella sua folle guerra per cancellare lo Stato ebraico dalle mappe mediorientali: quanto ci avremmo messo a entrare in guerra contro i fondamentalismi di quell’area per disarmare Teheran e riportare l’ordine in quella tormentata regione del Medio Oriente? Mentre il Vaticano, sempre secondo Trump, non ha mai preso posizione per la condanna esplicita del nucleare di Teheran e, per di più, procedendo nella sua filippica, accusa la Chiesa americana di essere stata indulgente e collusiva (tacendo sull’arresto dei preti disobbedienti) ai tempi del Covid, quando venne fatto divieto ai fedeli di partecipare alla messa. Senza, però, starsi lì a domandare il presidente Trump chi sarebbe stato da ritenere responsabile per il picco conseguente dei contagi. L’ultima parte del post-invettiva, fa riferimento all’elezione di Prevost al soglio di Pietro, del tutto imprevista alla vigilia nel “toto-pontefice”, e che sarebbe stata favorita, a giudizio di Trump, proprio perché come americano avrebbe potuto confrontarsi alla pari con l’attuale presidente Usa.
Letteralmente, il passaggio incriminato funziona così: “He wasn’t in any list to be Pope and was only put there by the Church because he was an American, and they thought that would be the best way to deal with president Donald J. Trump. If I wasn’t in the White House, Leo wouldn’t be in the Vatican”. Come si vede, Trump non dice che l’elezione a Papa di Prevost è merito suo, ma che la Chiesa di Roma ha fatto questa scelta di opportunità perché alla Casa Bianca c’era lui, The Donald. Quindi, a spanne, il significato profondo di questa frase andrebbe ricondotto al suo elemento storico originale, ovvero alla contrapposizione degli anni 70 tra il Vaticano e il sistema comunista dell’Est Europa, che portò all’elezione di Giovanni Paolo II, contribuendo così, grazie all’immenso carisma di Papa Wojtyla, alla caduta del regime sovietico e di quella dei suoi proxy europei, soprattutto polacchi. Quindi, in realtà, Trump ritiene che l’elezione di Leone XIV sia stata una manovra della sinistra woke mondiale contro la politica Maga, in particolare. Infatti, la chiusura del suo post è del tutto esplicita in tal senso: “Leo should get his act together as Pope, use Common Sense, stop catering to the Radical Left, and focus on being a great Pope, not a Politician”. Detto tra le righe: ma non ti conviene stare dalla mia parte, anziché da quella dei miei avversari? Non molto diversa, quindi, dai messaggi trasversali che all’inizio degli anni 80 vennero inviati dal Cremlino verso il Vaticano, per un appeasement con il mondo comunista. Andò allora malissimo a Mosca e, probabilmente, lo stesso destino toccherà a Washington. A meno che, il transattivo Trump non l’abbia concepito come diversivo globale per allontanare l’attenzione dall’incendio del Golfo Persico. L’Iran andava sconfitto 45 anni fa. Ora, forse, è troppo tardi.
Aggiornato il 15 aprile 2026 alle ore 10:06
