L’Iran ha dichiarato di aver accettato un cessate il fuoco di due settimane (salvo poi violarlo, intenzionalmente o meno, nel giro di pochi minuti) e l’avvio di negoziati. A prima vista, l’intesa potrebbe sembrare un passo significativo. Tuttavia, nel caso della Repubblica Islamica dell’Iran, un cessate il fuoco non indica necessariamente un reale cambio di rotta. Come ben sanno il presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump e i suoi negoziatori, è più probabile che si tratti di una pausa tattica per allentare la pressione, riorganizzarsi e guadagnare tempo sotto la copertura della diplomazia.
A differenza degli Stati tradizionali, in cui i funzionari eletti o le istituzioni formali detengono l’autorità decisionale ultima, l’Iran opera attraverso una struttura di potere profondamente stratificata e spesso opaca. In apparenza, diplomatici e politici interagiscono con la comunità internazionale, proiettando un’immagine di moderazione, flessibilità e disponibilità al compromesso. Tuttavia, al di sotto di questa facciata diplomatica si cela il vero centro del potere: il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Irgc) e l’apparato di intelligence iraniano. Queste istituzioni non sono semplicemente influenti, sono determinanti. Plasmano la politica di sicurezza nazionale, controllano settori chiave dell’economia e orientano la direzione strategica del regime. Qualsiasi negoziato che non tenga conto di tale struttura fraintende chi prende di fatto le decisioni finali.
Il regime iraniano si trova ora ad affrontare una pressione considerevole. Sul piano militare ha subito continue pressioni e colpi; su quello economico continua a confrontarsi con sanzioni e inefficienze interne; mentre sul piano politico deve gestire sia il malcontento interno che le minacce esterne. In tale contesto, il regime è molto incentivato a perseguire una de-escalation, senza tuttavia compiere concessioni strategiche. In una fase del genere, il regime potrebbe essere incline a promettere ampie concessioni e persino ad allinearsi alle richieste internazionali. Tali segnali, tuttavia, non devono essere interpretati come prova di un cambiamento, bensì come espressione di una capacità di adattamento tattico alle circostanze. La questione fondamentale non è se il regime sia disposto a esprimere le posizioni attese sul piano diplomatico, ma se disponga realmente della volontà e della capacità di tradurle in azioni concrete e verificabili nel tempo.
Durante i precedenti cicli di negoziati, ad esempio, in particolare nel 2015 con il disastroso “accordo sul nucleare” Jcpoa dell’allora presidente Barack Obama, l’Iran aveva assunto impegni che sembravano esaustivi e verificabili. Ben presto, tuttavia, emersero preoccupazioni relative ad attività nucleari non dichiarate, al proseguimento dello sviluppo tecnologico e ai limiti dei meccanismi di monitoraggio.
L’obiettivo centrale del regime iraniano è la sopravvivenza. Con richieste inaccettabili, esso ha respinto qualsiasi condizione che possa modificarne il comportamento. Piuttosto, sembra orientato ad assorbire gli shock, resistere alla pressione e ad attendere condizioni più favorevoli. Solitamente, questa tattica, qualora l’Islam appaia minacciato, include un precetto coranico, la taqiyya, vale a dire la dissimulazione a fini religiosi. La strategia includerebbe inoltre il prolungamento dei negoziati, la riduzione al minimo delle concessioni e l’evitare azioni che potrebbero provocare una reazione sproporzionata, preservando al contempo la propria ideologia. Quando Trump adotta un approccio rigoroso, il regime iraniano è incentivato a ritardare i negoziati e a ridurre la pressione fino a quando le dinamiche politiche non cambiano. I negoziati diventano così uno strumento di pazienza strategica piuttosto che una reale revisione delle intenzioni.
Qualsiasi accordo, pertanto, deve essere fondato esclusivamente su meccanismi di verifica rigorosi e applicabili, che impongano conseguenze concrete e irreversibili, tali da eliminare la possibilità per il regime di tornare ai comportamenti precedenti. Le scorte di uranio arricchito non possono essere soggette a monitoraggio indiretto, che, come di recente rivelato, può essere facilmente eluso. Tutto l’uranio deve invece essere fisicamente rimosso sotto la diretta supervisione degli Stati Uniti, e non devono rimanere scorte nascoste all’interno del Paese.
Tutte le infrastrutture destinate alla produzione di armi nucleari e missili balistici devono essere completamente smantellate o distrutte. Restrizioni parziali, sospensioni temporanee o limitazioni reversibili sono insufficienti. Qualsiasi misura inferiore a questo standard crea una minaccia latente, che può riemergere nel momento deciso dal regime.
L’Iran non può in alcun modo sostenere gruppi terroristici come Hezbollah, Hamas, gli Houthi o la Jihad Islamica Palestinese, tra gli altri.
I media statali iraniani hanno iniziato a far trapelare che il regime si aspetta un risarcimento come parte di qualsiasi accordo post-conflitto. Tale richiesta, che sembra essere stata inclusa in un iniziale “piano in 10 punti” poi accantonato, dovrebbe ovviamente essere respinta in modo categorico.
Soprattutto, lo Stretto di Hormuz deve rimanere una via navigabile internazionale libera e aperta, regolata dai principi consolidati del diritto marittimo piuttosto che da un controllo unilaterale. Qualsiasi forza di monitoraggio internazionale deve includere una presenza permanente degli Stati Uniti per garantire l’efficacia delle forze internazionali. Le forze di pace Unifil in Libano, a quanto pare, avrebbero assunto un ruolo prevalentemente passivo, limitandosi all’osservazione e risultando incapaci di far rispettare gli accordi. Garantire il libero accesso non è soltanto una questione regionale, ma un imperativo di portata globale.
Inoltre, in tutta la regione, la dimensione aggressiva del regime iraniano deve essere affrontata con la massima serietà. Il ricorso persistente a una retorica come “morte all’America” e “morte a Israele” riflette una visione del mondo profondamente radicata, che legittima l’ostilità e presenta il confronto come un imperativo morale. Finché tale impostazione ideologica resterà intatta, qualsiasi accordo diplomatico rischia di essere minato dalle stesse narrazioni che sostengono l’identità del regime. Una soluzione duratura in Iran, così come per altri Stati come il Qatar, richiede non solo un cambiamento comportamentale, ma anche un distacco dalla retorica dell’aggressione che caratterizza l’attuale impostazione del regime.
Si tratta di un regime la cui leadership è divisa tra chi parla e chi decide. I politici possono sedersi al tavolo delle trattative, ma la linea d’azione finale è dettata dal Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica e dall’apparato di intelligence.
In sintesi, non si può concedere all’Iran alcuna concessione preventiva, né alcuna forma di riduzione graduale delle misure basata su promesse o impegni non verificati, né concessioni anticipate in previsione di una futura conformità. Ogni elemento degli impegni del regime, (dalla rimozione dell’uranio, allo smantellamento delle infrastrutture nucleari e missilistiche, fino alla cessazione delle attività destabilizzanti) deve essere accuratamente verificato. Allentare prematuramente la pressione significherebbe dare al regime esattamente ciò che cerca: il tempo e lo spazio necessari per ricostituire le proprie capacità, riorganizzarsi e riprendere, in condizioni più favorevoli, il proprio precedente corso d’azione.
(*) Tratto da Gatestone Institute
Aggiornato il 14 aprile 2026 alle ore 10:36
