Nel cuore di Lviv, una città che fino a pochi anni fa rappresentava per molti ucraini un rifugio relativamente sicuro lontano dal fronte, un drone russo ha colpito un edificio storico tutelato dall’Unesco. Non un obiettivo militare, non una base strategica, ma un simbolo culturale, uno dei tanti che raccontano la storia e l’identità di un Paese che continua a resistere. Le immagini dell’attacco, che mostrano il velivolo entrare indisturbato nel centro cittadino, hanno scosso profondamente l’opinione pubblica: non solo per la violenza in sé, ma per ciò che rappresenta. Per molti ucraini non si tratta più soltanto di una guerra territoriale. È qualcosa di più cupo e radicale. Colpire luoghi come quelli protetti dall’Unesco significa tentare di cancellare la memoria collettiva, di erodere le radici culturali di una nazione. Non è un caso isolato: negli ultimi mesi diversi siti storici tra Kyiv, Lviv e Odesa sono stati inseriti nella lista del patrimonio mondiale “in pericolo”, a testimonianza di una strategia che sembra puntare deliberatamente al cuore dell’identità ucraina. A essere colpito non è solo il patrimonio monumentale. Nel corso della guerra, centinaia di scuole, università e istituzioni culturali sono state danneggiate o distrutte. Secondo dati del ministero dell’Istruzione ucraino e dell’Unesco, migliaia di edifici scolastici sono stati colpiti dall’inizio dell’invasione su larga scala.
A Kharkiv, una delle principali città universitarie del Paese, interi campus sono stati devastati dai bombardamenti, costringendo docenti e studenti a trasferire le lezioni online o in strutture di fortuna. Non si tratta soltanto di danni collaterali. Colpire scuole e università significa interrompere la trasmissione del sapere, spezzare la continuità educativa, privare una generazione degli strumenti necessari per costruire il proprio futuro. È un attacco che agisce nel lungo periodo, meno visibile ma altrettanto devastante: non distrugge solo edifici, ma opportunità, prospettive, capitale umano. Anche il patrimonio culturale protetto a livello internazionale è finito ripetutamente nel mirino. A Odesa, il centro storico – inserito nella lista del patrimonio mondiale Unesco – ha subito danni significativi in seguito agli attacchi missilistici del 2023 e del 2024, con edifici storici, musei e cattedrali colpiti dalle esplosioni.
A Kyiv, monumenti e complessi religiosi di valore secolare sono stati danneggiati, mentre a Lviv, fino a oggi considerata relativamente al sicuro, i raid più recenti segnano un salto di qualità inquietante. L’inserimento di questi siti nella lista del patrimonio “in pericolo” non è solo una misura tecnica: è il riconoscimento internazionale che la guerra sta mettendo a rischio non soltanto vite umane, ma una parte della storia europea e mondiale. Questo tipo di attacchi si inserisce in un quadro ancora più ampio e drammatico. Secondo i dati delle Nazioni Unite, il 2025 è stato l’anno più mortale per i civili ucraini dall’inizio dell’invasione su larga scala: un aumento del 31 per cento delle vittime rispetto all’anno precedente. Dietro questi numeri ci sono volti, famiglie, vite spezzate. Persone che fino a ieri conducevano un’esistenza normale e che oggi si ritrovano a vivere sotto il costante ronzio dei droni e il rischio di bombardamenti notturni. La guerra è cambiata anche nella sua forma. Se nei primi anni gli attacchi aerei coinvolgevano decine di droni, oggi la Russia è in grado di lanciarne centinaia in una sola notte. Una pressione continua, logorante, che spesso supera le capacità della difesa aerea ucraina.
Non si tratta più solo di colpire obiettivi specifici, ma di saturare il cielo, di rendere ogni città vulnerabile, ogni casa potenzialmente esposta. Durante l’ultimo inverno, questa strategia ha raggiunto uno dei suoi momenti più duri. Centrali elettriche, sistemi di riscaldamento, infrastrutture essenziali sono stati presi di mira mentre le temperature scendevano sotto lo zero. L’obiettivo appariva chiaro: piegare la popolazione civile, costringerla a vivere al freddo e al buio, trasformare l’inverno in un’arma. Eppure, nonostante tutto, quella pressione non ha spezzato la resistenza degli ucraini. Ha però reso evidente fino a che punto il Cremlino sia disposto a spingersi pur di ottenere risultati politici. Paradossalmente, questa escalation arriva in un momento in cui i risultati militari russi appaiono limitati. Nonostante enormi perdite e mesi di offensiva, nel 2025 Mosca è riuscita a conquistare meno dell’1 per cento di territorio ucraino aggiuntivo. Nei primi mesi del 2026, Kyiv ha addirittura recuperato più terreno di quanto la Russia sia riuscita a occupare. Una situazione che alimenta frustrazione all’interno della stessa Russia e che potrebbe spiegare, almeno in parte, l’intensificarsi degli attacchi contro i civili. In questo quadro, l’ipotesi che si tratti di una strategia deliberata non appare più marginale. Colpire infrastrutture civili, scuole e luoghi simbolici della cultura nazionale contribuisce a ridefinire il conflitto come una guerra contro l’identità.
Non si tratta soltanto di indebolire la capacità militare dell’Ucraina, ma di erodere ciò che la rende una nazione distinta: lingua, memoria, istituzioni, patrimonio. È una dinamica che nella storia europea non è nuova. Distruggere biblioteche, università e monumenti è spesso stato il preludio o l’accompagnamento di tentativi più ampi di assimilazione o cancellazione culturale. In questo senso, ciò che accade oggi in Ucraina si inserisce in una logica più ampia, in cui la dimensione simbolica diventa tanto importante quanto quella militare. In questo contesto, ciò che accade a Lviv assume un significato ancora più profondo. Non è solo un bombardamento. È un messaggio. È il tentativo di dire che nessun luogo è davvero al sicuro, che nemmeno la cultura, la storia, la bellezza possono essere risparmiate. Ed è proprio questo che colpisce di più: la consapevolezza che, dietro ogni edificio distrutto, c’è un pezzo di identità che si tenta di cancellare. Eppure, tra le macerie, resta qualcosa che non può essere bombardato: la volontà di resistere. Gli ucraini continuano a vivere, a ricostruire, a difendere non solo il proprio territorio, ma la propria storia e il diritto di esistere come popolo. Difendere questi luoghi, oggi, non significa soltanto preservare pietre o edifici. Significa difendere una continuità storica, un’identità collettiva, il diritto di una società a riconoscersi nel proprio passato. È anche su questo terreno che si gioca la guerra: non solo su linee del fronte che si spostano di pochi chilometri, ma nella capacità di un popolo di non essere cancellato.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
Aggiornato il 25 marzo 2026 alle ore 11:20
