L’ostentazione ossessiva della fede espressa dalla gerarchia religiosa iraniana e l’assoluta sottomissione al loro Dio, conduce in queste ore a riflettere sulla scontata nomina a guida suprema del figlio del dittatore teocrate Ali Khamenei, Mojtaba. Il defunto ayatollah è stato tra i primi nella lista ad essere stato eliminato dall’aviazione israeliana e statunitense. Ma avere mostrato al mondo di avere messo Mojtaba Khamenei a guida suprema in Iran al posto del padre può essere letta come una provocazione? Intanto va ricordato che la “banda” Khamenei gode di una ricchezza enorme; padroni dell’Iran dal 1989, hanno gestito le smisurate risorse del Paese, arricchendosi con investimenti anche immobiliari in buona parte del pianeta. Ora l’abbigliamento nero e lugubre dei mullah, accompagnato dalla esibita devozione alla fede e a un dichiarato rapporto diretto della guida suprema con dio, si affogano nel più meschino atteggiamento nepotistico e affaristico; vera realtà di un regime che copre gli interessi economici con un ingannevole mantello religioso.
Questa nomina nepotistica è stata ufficializzata dalla televisione iraniana la sera di domenica 8 marzo; ma era già ampiamente prevista, non tanto per una “genetica” predisposizione alla “sacra guida”, magari su ispirazione divina, ma per l’enorme potere economico detenuto dai Khamenei e per l’altrettanto gigantesco giro di affari padroneggiato dall’ex ayatollah. Tuttavia la nomina del 56enne Mojtaba potrebbe essere l’ennesimo punto debole del Regime, sia per la probabile effimera esistenza, ma anche perché risulta essere stata una decisione molto discussa tra i leader reduci del mutilato regime. Inoltre, con ovvia prudenza, un forte dissenso è emerso tra le ombre dei social iraniani, dalle quali sono uscite voci di disapprovazione come “morte a Mojtaba!”. Voci che domenica sera dopo la diffusione della notizia, si sono elevate come un eco anche tra la popolazione.
Tale mossa del governo iraniano non ha colto di sorpresa Donald Trump, il quale si è affrettato a decretare la prossima morte di Mojtaba, come di qualsiasi altro futuro capo del regime non confacente al profilo preteso dal presidente statunitense. Comunque il governo iraniano ha scelto la linea dura che prosegue la strada tracciata dall’ex guida suprema. Infatti è innegabile che tale nomina non ha solo il significato di coprire la massima carica vacante del regime, ma è un chiaro segnale, assimilabile ad una sorta di guerra “relazionale”, dove i governati di Teheran rispondono con una mossa pubblica a diffusione planetaria nominando il figlio del nemico numero uno, per Israele soprattutto, portatore sia, ovviamente, del cognome, che della stessa carica religiosa.
L’effetto immediato della nomina del Khamenei a nuova guida suprema è quello che da questo momento l’esercito iraniano è nuovamente controllato dalla massima autorità religiosa e politica. Ma i capi del moribondo governo iraniano, oltre la simbolica e provocatoria nomina del Khamenei, non solo dovranno fare i conti con la funebre falce che incombe su di loro, probabilmente portatrice di un cambio di regime, ma anche con l’attiva diaspora iraniana. Così in previsione di un auspicabile cambio di regime, quali contorni potrebbe assumere il nuovo Iran? La certezza è che il Paese ha una radicata cultura, nonostante gli ayatollah, radici storiche profonde e una popolazione con un elevato livello di istruzione. Inoltre, una strategica posizione geografica che lo colloca tra diversi significativi spazi geopolitici, oltre miniere, risorse energetiche e naturali, e un aspetto spesso sottovaluto quello degli iraniani residenti all’estero. Una comunità con molte risorse che oggi sta lavorando per tenersi pronti a svolgere un ruolo fondamentale nella costruzione di un Iran post-Repubblica islamica. Questa diaspora si è costruita nel tempo, dopo 1979 data della presa del potere da parte degli islamisti di Ruhollah Khomeyni; ad oggi risulta comprendere tra cinque e sette milioni di iraniani fuggiti negli anni dal giogo islamista sciita. Si trovano essenzialmente concentrati tra Nord America, Europa, in particolare Regno Unito, Germania, Svezia, Francia e Medio Oriente. Queste comunità hanno caratteristiche socio-economiche medie e alte, molto istruiti e prevalentemente di cultura laica, come fanno eco i connazionali in patria quando gridano di essere prima “persiani”.
Questa dinamica si è sviluppata quando un incalcolabile numero di professionisti e intellettuali legati allo Scià hanno scelto di non rischiare la loro libertà subendo gli effetti, noti, della Rivoluzione islamica, una vera fuga di cervelli e di capacità. Così giornalisti, ingegneri, scienziati, medici, tecnici, esperti di informatica, artisti, insegnati, imprenditori, ma anche studenti, tutti andati in esilio. Si può immaginare che per l’Iran islamista una mancanza di tali risorse possa essere stata uno svantaggio, ma ciò non è accaduto in quanto tali tipo di rivoluzioni basate sul dogma religioso, solo per la massa, non hanno assolutamente bisogno di una umanità dotata di raziocinio quindi libera, insomma di una umanità costruttiva. Ma i tempi sociologici non sono una linea retta ma una parabola e quella degli ayatollah è alla fine della curva discendente.
Aggiornato il 11 marzo 2026 alle ore 09:54
