Rubare la memoria: l’indottrinamento dei bambini ucraini nei territori occupati

Nei territori controllati dalla Russia la scuola diventa uno strumento di propaganda: la lingua ucraina scompare, la storia viene riscritta e una nuova generazione cresce tra pressioni, paura e narrazioni imposte. La guerra tra Russia e Ucraina non si combatte soltanto con carri armati, missili e trincee. Esiste un altro fronte, meno visibile ma altrettanto cruciale: quello della memoria e dell’educazione. Nei territori ucraini occupati dalla Russia, come Donetsk, Luhansk, Kherson e Zaporizhzhia, la battaglia riguarda anche ciò che i bambini imparano a scuola, le storie che vengono raccontate loro e il modo in cui viene presentato il passato. Per Mosca, infatti, la storia non è semplicemente una disciplina accademica aperta a interpretazioni e discussioni, ma uno strumento politico attraverso il quale legittimare il presente. Attraverso una narrazione attentamente costruita, il Cremlino sostiene che questi territori siano “storicamente russi” e che l’Ucraina non possieda una vera identità nazionale distinta. Questa visione non resta confinata nei discorsi ufficiali o negli articoli politici: entra nelle aule scolastiche, nei libri di testo, nelle attività educative e nella quotidianità di migliaia di bambini.

La testimonianza di Oleksii, cresciuto a Donetsk dopo l’occupazione del 2014, mostra con chiarezza come questo processo si sviluppi nella vita reale. Quando aveva quattordici anni, alcuni dei suoi insegnanti lasciarono la scuola perché considerati troppo filo-ucraini. Progressivamente lo studio della lingua ucraina venne ridotto e, in alcuni casi, parlare ucraino durante le pause fu addirittura scoraggiato o vietato. All’inizio le scuole continuavano a utilizzare i vecchi libri di testo ucraini, ma agli studenti veniva chiesto di coprire con nastro adesivo le parti delle copertine che riportavano simboli nazionali ucraini, come se anche quei piccoli dettagli potessero rappresentare una tentazione pericolosa. In seguito arrivarono nuovi materiali didattici stampati in Russia o nella cosiddetta “Repubblica popolare di Donetsk”, che presentavano una versione della storia del Donbas dominata da narrazioni sovietiche e interpretazioni favorevoli a Mosca. Nei libretti scolastici si affermava che la regione fosse sempre stata filo-russa e che la sua unione con la Russia fosse naturale. Concerti, eventi e attività scolastiche celebravano l’identità della nuova entità separatista e la sua presunta unità con la Russia, trasformando la scuola in uno spazio dove il confine tra educazione e propaganda diventava sempre più sottile.

Questa trasformazione dell’istruzione non è casuale. Nella Russia contemporanea il controllo della narrazione storica è diventato una componente centrale della politica statale. L’idea che russi e ucraini siano “un solo popolo” è stata espressa in modo esplicito dal presidente Vladimir Putin nel suo articolo del 2021 “sull’unità storica” dei due Paesi. In questa visione, l’Ucraina può esistere pienamente soltanto in stretta collaborazione con la Russia, mentre la sua sovranità indipendente appare come un’anomalia prodotta da circostanze storiche recenti. Questa interpretazione non è presentata come un’opinione tra le tante, ma come una verità storica da difendere. In Russia, infatti, la legislazione e le strategie ufficiali prevedono la lotta contro la cosiddetta “falsificazione della storia”, concetto che può includere interpretazioni diverse da quelle promosse dallo Stato. Termini come “neonazismo”, “russofobia” o “distorsione della storia” sono talvolta utilizzati per classificare e reprimere posizioni critiche, rendendo estremamente difficile la ricerca storica indipendente.

Nei territori ucraini occupati, questa politica assume una dimensione ancora più diretta. Le autorità russe hanno introdotto nuovi programmi scolastici, aumentato le ore dedicate alla storia secondo la versione ufficiale russa e aggiunto nuove materie come “Cultura spirituale e morale della Russia”. I libri di testo pubblicati negli ultimi anni presentano una visione del passato che ricalca in parte la storiografia sovietica, ma che introduce anche nuove narrazioni utili a giustificare la guerra attuale. Alcuni sostengono che la Russia moderna abbia origine nella Rus’ con centro a Kyiv, negando così all’Ucraina una propria traiettoria storica distinta. Eventi tragici come l’Holodomor vengono minimizzati, mentre episodi complessi della storia europea, come il patto Molotov-Ribbentrop del 1939, vengono reinterpretati in modo da ridurre la responsabilità sovietica. Anche l’indipendenza dell’Ucraina nel 1991 viene messa in discussione, con affermazioni prive di prove secondo cui il referendum che sancì la nascita dello Stato ucraino avrebbe violato la costituzione dell’Unione Sovietica.

In questo contesto, la scuola diventa uno strumento di formazione ideologica. Programmi educativi come le “Conversazioni su cose importanti”, lezioni settimanali obbligatorie introdotte nel 2022, promuovono il dovere verso la patria russa, celebrano i successi dello Stato e presentano la guerra in Ucraina come una missione necessaria di “liberazione” e “denazificazione”. Migliaia di bambini provenienti dai territori occupati sono stati portati in città russe per partecipare a programmi educativi e culturali destinati a rafforzare l’identità russa e a giustificare il conflitto. Secondo organizzazioni per i diritti umani, questo processo ha comportato la progressiva scomparsa dell’istruzione in lingua ucraina e la pressione sui genitori affinché mandino i propri figli nelle scuole controllate dalle autorità di occupazione.

Dietro queste politiche si nasconde una realtà profondamente umana, fatta di persone costrette a vivere tra identità che vengono messe in discussione e ricordi che rischiano di essere cancellati. Oleksii racconta di aver iniziato, mentre viveva ancora a Donetsk, a studiare da solo la storia ucraina su internet, cercando di scoprire ciò che non veniva insegnato a scuola: le repressioni staliniane contro i contadini e gli intellettuali ucraini, la vita e la tragica morte del poeta Vasyl Stus, e molti altri capitoli della storia del suo Paese. Questo percorso personale rappresenta il tentativo di difendere una memoria che rischiava di essere soffocata. Alla vigilia dell’invasione su larga scala del 2022, una malattia gli impedì di presentarsi all’ufficio di arruolamento militare dopo essere stato convocato dall’università: un caso che, nelle sue parole, probabilmente gli salvò la vita. Oggi vive in Lituania, lontano dalla città in cui è cresciuto, portando con sé il peso di una storia personale segnata dalla guerra e dalla propaganda.

Queste vicende ricordano che il conflitto in Ucraina non riguarda soltanto territori e linee del fronte, ma anche il diritto di una società di raccontare se stessa e di trasmettere la propria memoria alle nuove generazioni. Quando l’istruzione viene trasformata in uno strumento di controllo ideologico, le conseguenze possono durare per decenni. I bambini che oggi crescono nei territori occupati rischiano di ricevere una visione del mondo in cui la loro lingua, la loro cultura e la loro storia vengono ridotte o negate. Comprendere questa dimensione del conflitto significa anche riconoscere la profondità della sfida che l’Ucraina dovrà affrontare in futuro: non solo ricostruire città e infrastrutture, ma anche ricostruire la fiducia, la memoria e l’identità di una generazione cresciuta nel mezzo della guerra. Capire cosa stanno vivendo gli ucraini significa guardare oltre le mappe e le strategie militari e ricordare che dietro ogni territorio conteso ci sono vite, ricordi e storie che nessuna propaganda dovrebbe poter cancellare.

(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza

Aggiornato il 04 marzo 2026 alle ore 10:14