Che cosa troviamo oggi sulle orbite mediorientali? Per ora, sciami di missili che viaggiano in tutte le direzioni, dall’Iran a Israele e viceversa. Non una novità assoluta, dunque. Dopo l’inizio dell’attacco americano il 28 febbraio, si sono di nuovo aperte le porte dell’inferno per l’Iran. Ma se i soliti nemici dell’Occidente si aspettano da Cina e Russia qualcosa di più delle attuali parole di ferma condanna, allora ancora stavolta rimarranno delusi. Infatti, è certo che né Pechino né Mosca reagiranno militarmente a favore degli ayatollah, oggi nel mirino di israeliani e americani. Lo stesso vale per i proxy (fortemente ridimensionati) delle milizie sciite e per i Paesi petroliferi del Golfo che, scelleratamente, l’Iran ha messo già nel mirino colpendo con i suoi missili le basi americane sui loro territori. Domani però, nella sciagurata ipotesi “muoia Sansone e tutti i filistei”, potrebbe accadere che l’Iran decida di colpire le infrastrutture petrolifere nel Golfo e bloccare le rotte del petrolio, per provocare una crisi mondiale dei prezzi, danneggiando, oltre a se stessi, tutti i consumatori occidentali, ma anche gli “amici” cinesi. Quindi, in tal caso, c’è da scommettere sulla contrarietà di Xi Jinping, che pure ha fornito a Teheran tecnologie avanzate per la copertura satellitare e per gestire il blocco delle rete Internet iraniana. Mosca, come sappiamo, ha problemi a vendere il “suo” di petrolio, per cui non le dispiacerebbe un rialzo mondiale del prezzo del greggio utile a finanziare la sua guerra in Ucraina. Di converso, la Russia oggi non ha più bisogno di rifornimenti militari dall’Iran, avendo già abbondantemente copiato i droni Shahed iraniani, producendoli ormai in proprio e in gran numero in tutte le versioni. Qualche scettico pensa che esista un accordo tacito Usa-Russia, dato che Vladimir Putin si è guardato bene dal fornire al regime teocratico i suoi più avanzati sistemi antimissile, come sta facendo simmetricamente l’America con Kiev per i missili a lunga gittata, in grado di colpire Mosca.
Però, il vero dilemma, che resterà in piedi fino alla chiusura (in qualche modo) dell’attuale conflitto, è sempre lì dal 1979: “Cadrà o no il regime degli ayatollah?”. Certo, a quanto pare, dopo le rivolte popolari represse ferocemente nel sangue, sono proprio i chierici iraniani ad assomigliare al Satana del Medio Oriente, mentre i massacri cui si sono visti costretti indicano la marcescenza interna del loro regime dispotico. Ora, è ragionevole aspettarsi che quest’ultimo imploda dall’interno per ulteriori, immediate sommosse popolari? Si può tuttavia ragionare sul fatto che i militari di carriera siano gli unici a poter provocare “dall’interno” una fratturazione ordinata del regime, puntando su di un complotto di palazzo da parte degli alti gradi che non siano dei fanatici fondamentalisti e, perciò, in grado di imbrigliare l’azione delle ultrapotenti milizie fondamentaliste. Anche perché, di certo, sia loro che molti milioni di iraniani, non hanno minimamente gradito il fatto che, al contrario di Israele, non ci fosse stato nessun alert alla popolazione e nessun rifugio disponibile per sfuggire ai recenti bombardamenti. Questo significa, che la propaganda dei potenti, straricchi e feroci pasdaran era un vanto inconsistente dal punto di vista di un’efficace difesa militare, dato che per la seconda volta Israele e Usa hanno penetrato le difese nazionali ed eliminato la leadership iraniana senza incontrare, in pratica, nessuna resistenza. Cosa quest’ultima che dovrebbe pesare enormemente sull’orgoglio dei militari di carriera, intenzionati a prendere seriamente in carico e in modo ben più efficace la sicurezza del Paese e della popolazione iraniana.
I generali di carriera, infatti, sanno come parlare ai loro pari grado americani e israeliani, soprattutto una volta che si siano schierati apertamente a fianco del popolo in rivolta, in conseguenza dell’intervento israelo-americano. Perché i fondamentalisti, a quel punto, non potrebbero più etichettare i manifestanti da “terroristi”, gridando al tentativo di golpe da parte di agenti israeliani (e della Cia), cosa che in passato ha dato agli ayatollah l’alibi per stroncare nel sangue l’ennesima rivolta di popolo. Stavolta, infatti, malgrado le decine di migliaia di arresti e le centinaia di esecuzioni recenti, i vertici e le strutture militari del regime sono stati colpiti come e più di ieri. Il che sta a dimostrare l’impotenza e l’incapacità di assicurare l’ordine interno da parte dei feroci guardiani della Rivoluzione. Per cui, è ragionevole pensare che una transizione morbida di regime change potrebbe proprio venire da quella componente di alti ranghi militari meno compromessi con l’ideologia fondamentalista del regime.
E questo condurrebbe, finalmente, all’agonia del drago fondamentalista sciita, che non ha ceduto in nulla sul nucleare e sul contingentamento dei missili balistici, per cui da oggi in poi dovrà pagarne le conseguenze. La speranza di tutti è riposta in una successione moderata ad Ali Khamenei, che possa riparare le profonde, devastanti ferite aperte dall’attuale campagna di bombardamenti israelo-americani, riconciliandosi con la comunità internazionale. Anche stavolta, l’incertezza sull’esito del conflitto deriva dal fatto che, storicamente, l’aviazione non ha mai vinto da sola una guerra, senza che vi fosse un’invasione di terra preliminare o successiva, o (come auspicabile nel caso iraniano) una rivolta popolare per rovesciare il regime sotto attacco. Quindi, è giusto interrogarci sulla verosimiglianza dell’imminente caduta di una teocrazia disposta a tutto pur di sopravvivere, per cui il numero delle vittime non conta nulla dinnanzi alla “doverosa” difesa a ogni costo del Regno di Dio in terra.
Tuttavia, fino a pochi giorni fa, i due piatti della bilancia avevano costantemente oscillato tra una trattativa Usa-Iran e l’attacco militare, anche se un accordo tra Donald Trump e Teheran per l’alleggerimento delle sanzioni sarebbe stato interpretato dagli attori regionali come un successo del regime teocratico. Cosa da sempre sgradita agli antagonisti dell’Iran, come l’Arabia Saudita che, però, nutre altrettanti timori nei confronti di un regime change. Questo perché se la teocrazia iraniana dovesse lasciare il posto a qualcosa che rassomigli a un regime più filooccidentale, allora in quello scenario sarebbe l’Iran a divenire il vero dominus della regione, sminuendo così il ruolo di Riad. Per ora e per parecchi giorni ancora, tuttavia, Israele deve confrontarsi alla pioggia di missili balistici iraniani già vista in precedenza, con particolare riferimento alla recente guerra dei “12 giorni”. Tant’è vero che Benjamin Netanyahu, facendo leva sulla sua ferma convinzione che “le rivoluzioni vengono molto meglio se realizzate dall’interno”, ha chiamato il popolo iraniano a prendere in mano il proprio destino. Se non c’è biblicamente pace tra gli ulivi in Medio Oriente, speriamo che, terminata l’attuale fase bellica, resti ancora qualche ramo d’ulivo per incoronare la pace e la caduta degli odiatissimi ayatollah! Che da parte loro hanno chiesto agli abitanti di Teheran di abbandonare la città: sai mai che stavolta la rivolta abbia successo, con le milizie fondamentaliste prese di mira dai missili americani?
Aggiornato il 02 marzo 2026 alle ore 09:53
