Massiccio attacco all’Iran, Israele: “Khamenei è morto”

Decapitare la testa della più forte Repubblica islamica in Medio Oriente. Questo l’obbiettivo dell’attacco preventivo portato avanti alle prime luci dell’alba dagli Stati Uniti, con il placet e la collaborazione dello Stato ebraico. L’operazione Ruggito del Leone è stata approvata da Donald Trump ieri sera, dalla sua residenza di Mar-a-Lago. Il tycoon si è deciso a dare una sterzata di tipo bellico alla fase negoziale dei rapporti tra Washington e Teheran, che giovedì scorso si erano incontrati a Ginevra per l’ennesimo colloquio sulle sorti del nucleare iraniano. Era perfino prevista una visita del presidente dell’Aiea, Rafael Grossi, ai siti atomici rimasti nel Paese, ma sono arrivati prima i missili americani degli emissari dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica. La Repubblica islamica è crollata e, sembrerebbe, anche il suo custode. La guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei sarebbe rimasto ucciso nell’attacco missilistico sul suo quartier generale. L’avrebbero confermato in primis le forze militari israeliane, poi la notizia è stata pubblicata dall’agenzia Axios e infine anche il commander-in-chief Donald Trump ha scritto su Truth che la Guida suprema è stata eliminata. Khamenei “non è stato in grado di raggirare la nostra intelligence e il nostro sofisticato sistema di tracciamento, e avendo noi lavorato a stretto contatto con Israele, non c’era niente che né lui né i leader vicini a lui – anch'essi eliminati – potesse fare. Questa è l’occasione più grande per gli iraniani di riprendersi il proprio Paese”, si legge tra le altre cose nel comunicato del tycoon.

La foto del corpo di Khamenei, recuperato dall’esercito di Tel Aviv, sarebbe stata mostrata prima al premier Benjamin Netanyahu, e poi al commander-in-chief a stelle e strisce. La conferma dell’establishment di Teheran tarda ad arrivare, ma il discorso alla nazione di domani del leader supremo sarebbe stato annullato, secondo Politico. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha ammesso, in un’intervista a Nbc News, che il Paese ha perso “qualche comandante”, ma ha insistito che nessuna figura apicale sarebbe caduta nell’attacco congiunto Usa-Israele.

I raid avrebbero colpito “circa 500 obiettivi” in diverse aree del territorio iraniano, con l’intento di neutralizzare le difese aeree e disarticolare l’architettura politico-militare della teocrazia. La Croce rossa internazionale parla di almeno 200 morti e centinaia di feriti. Le autorità iraniane denunciano inoltre un bombardamento israeliano contro una scuola elementare a Minab che avrebbe provocato almeno 85 vittime. Nella zona è presente una base dei Pasdaran. “Abbiamo aperto l’operazione questa mattina perché si è presentata un’occasione unica, con informazioni precise che abbiamo ricevuto su due riunione di leader iraniani”, lo ha detto il portavoce delle Forze di difesa israeliane, Efi Defrin, confermando l’uccisione di Ali Shamkhani, consigliere di Khamenei per le questioni di sicurezza e di Mohammad Pakpour, il comandante dei Guardiani della Rivoluzione.

Si è scatenato uno scenario tutt’altro che inatteso per la leadership iraniana. Dopo la guerra dei 12 giorni dello scorso anno, i vertici di Teheran si aspettavano un nuovo attacco senza preavviso. Secondo fonti interne, Khamenei avrebbe predisposto un piano di emergenza per garantire la sopravvivenza del sistema anche in caso di sua eliminazione o rapimento, forse colpito dalla sorte dell’ex presidente venezuelano Nicolás Maduro. In 37 anni alla guida del Paese come Rahbar, Khamenei ha costruito una rete capillare di controllo, consolidando il potere nei gangli vitali dello Stato, a partire dai Pasdaran. Quando il fondatore della Repubblica islamica, Ruhollah Khomeini, lo indicò come successore nel 1989, non era neppure ayatollah. La scelta fu motivata, spiegò Khomeini, dalle sue capacità politiche più che da quelle teologiche. Una scommessa che, nel tempo, si è tradotta in un rafforzamento costante dell’apparato statale, nonostante le resistenze di parte dell’establishment religioso sciita, in particolare delle scuole irachene.

Anche durante la guerra dello scorso anno, la catena di comando non si spezzò. Per ragioni di sicurezza, la Guida fu isolata in un rifugio segreto, limitando al minimo comunicazioni e connessioni. Secondo fonti citate dal New York Times, l’ottantaseienne leader avrebbe tratto insegnamento da quell’esperienza, lasciando disposizioni dettagliate per la gestione del potere in caso di sua scomparsa. In uno scenario di emergenza, la reggenza potrebbe essere affidata ad Ali Larijani, nominato lo scorso agosto segretario del Consiglio supremo di Sicurezza nazionale, figura di riferimento del conservatorismo pragmatico iraniano. Accanto a lui, secondo le stesse fonti, potrebbero operare il presidente del Parlamento Mohammad-Bagher Qalibaf e l’ex presidente Hassan Rouhani. Si tratterebbe di una soluzione temporanea, in attesa che l’Assemblea degli esperti – composta da 88 membri – proceda all’elezione del nuovo Rahbar. Colpisce, in questo quadro, l’assenza del nome del figlio Mojtaba Khamenei tra i possibili successori, nonostante da anni ambienti dell’opposizione lo indichino come erede designato. In un’analisi pubblicata su Foreign affairs, Nate Swanson, già funzionario del Dipartimento di Stato per quasi vent’anni, ha scritto che, “indipendentemente da quanto l’Iran sia indebolito o quanta forza impieghino gli Usa”, Khamenei non avrebbe mai accettato di negoziare la fine della Repubblica islamica”, perché “preferirebbe morire da martire”. Si aspettano conferme, ma potrebbe essere stato ascoltato.

Aggiornato il 28 febbraio 2026 alle ore 22:56