Rispettate Gerusalemme

Scriveva In Multiplicibus Curis, il 24 ottobre 1948, Papa Pio XII: “Siamo pieni di fiducia che queste suppliche e queste aspirazioni, indice del valore che ai luoghi santi annette così gran parte della famiglia umana, rafforzino negli alti consessi nei quali si discutono i problemi della pace la persuasione dell’opportunità di dare a Gerusalemme e dintorni un carattere internazionale che sembri meglio garantire la tutela dei santuari”. Parole lontane nel tempo, ma che continuano – o dovrebbero continuare – a rappresentare l’orizzonte di chiunque voglia immaginare una pace giusta in Medio Oriente tra arabi ed ebrei. Il 7 ottobre è destinato a rimanere una data spartiacque nella storia del conflitto israelo-palestinese. Gli eventi che si stanno susseguendo da allora non fanno che confermare quanto profonda sia stata quella frattura. Non soltanto l’orribile massacro di civili israeliani compiuto dai terroristi di Hamas. Non soltanto l’inizio di una guerra lunga e devastante che – al netto della propaganda del Ministero della Salute di Gaza, amplificata troppo spesso dai media occidentali – ha spezzato vite innocenti, separato famiglie e scavato un solco umano difficilmente colmabile. E non parliamo nemmeno soltanto della rottura del già fragile equilibrio regionale tra Israele e il cosiddetto Asse della Resistenza.

Il 7 ottobre ha segnato qualcosa di più profondo: l’inizio di una nuova fase dell’interminabile conflitto israelo-palestinese. Secondo quanto riportato dal The Jerusalem Post, un gruppo di venticinque persone, scortate dalla polizia israeliana, ha attraversato la Spianata del Monte del Tempio – o Spianata delle Moschee per la popolazione araba – fino ai gradini della Cupola della Roccia, luogo in cui sorgevano il Primo e il Secondo Tempio ebraico, intonando Yedid Nefesh, canto liturgico dello Shabbat. Un episodio che, preso singolarmente, potrebbe apparire marginale. Ma inserito nel contesto attuale assume un significato ben diverso. Stiamo infatti assistendo a un progressivo mutamento dello status quo stabilito dopo il 1967, che vietava agli ebrei la preghiera pubblica sul Monte del Tempio pur garantendo l’accesso per le visite. Negli ultimi anni il numero di ebrei che salgono sull’area è cresciuto drasticamente, superando le 68mila presenze nel settembre 2025, con un aumento del 22 per cento rispetto all’anno precedente. Il cambiamento non è solo numerico, ma culturale e politico. Intervistato dal giornale, il rabbino Deo Lee ha dichiarato che fino a pochi anni fa le preghiere venivano recitate sottovoce o rapidamente, mentre oggi i fedeli possono prostrarsi apertamente e pregare per lunghi periodi sotto la protezione della polizia. Secondo lui, la sovranità sul Monte del Tempio dovrebbe passare pienamente sotto controllo israeliano. Si tratta delle opinioni di un privato cittadino, privo di potere decisionale. Tuttavia, il sentimento espresso appare sempre più diffuso nella società israeliana, tanto tra i religiosi quanto tra i laici.

Diversi sondaggi mostrano come una maggioranza degli ebrei israeliani sostenga il diritto alla preghiera sul Monte del Tempio, mentre una quota significativa – tra il 30 per cento e il 50 per cento – guarda con favore perfino alla ricostruzione del Tempio. Ancora più rilevanti sono alcune recenti sentenze rabbiniche che autorizzano la preghiera ebraica in specifiche aree della Spianata, contribuendo ulteriormente a erodere un equilibrio già estremamente fragile. Parallelamente, durante questo Ramadan, appena iniziato, Israele ha imposto restrizioni sulle decorazioni pubbliche e rafforzato i controlli di sicurezza, limitando l’accesso di numerosi fedeli musulmani alla moschea di Moschea di Al-Aqsa. Il 7 ottobre, dunque, si rivela qualcosa di ben più grave di un evento geopolitico. Forse un trauma collettivo che ha trasformato la percezione della sicurezza israeliana. Forse l’apertura di un vaso di Pandora che ha liberato sentimenti rimasti a lungo latenti nella società. In ogni caso, il risultato appare evidente: lo status religioso e politico di Gerusalemme – cuore simbolico del conflitto – sta lentamente cambiando. E quando cambia Gerusalemme, cambia inevitabilmente l’intero Medio Oriente. Anni difficili attendono la regione.

Aggiornato il 23 febbraio 2026 alle ore 13:41