Ho esitato a lungo prima di scrivere queste righe. Ho esitato perché so bene quanto sia scivoloso il terreno quando si intrecciano sport e guerra, regolamenti e coscienza, neutralità e memoria. Ho esitato perché ogni parola rischia di essere letta come schieramento, come provocazione, come violazione di un equilibrio fragile che le federazioni internazionali cercano di preservare. Ma c’è un momento in cui il silenzio diventa complicità, e io non posso esimermi dal dire ciò che penso: ricordare le vittime non viola le regole; è fare memoria che restituisce loro giustizia. Il gesto di Vladyslav Heraskevych, atleta dello skeleton, che ha scelto di imprimere sul proprio casco i volti di 22 atleti ucraini uccisi dalla Russia, non è un atto politico nel senso più riduttivo del termine, non è propaganda, non è strumentalizzazione del dolore. È un atto umano. È un atto di fedeltà. È un atto di memoria. Su quel casco non c’erano slogan, non c’erano simboli di partito, non c’erano inviti all’odio: c’erano volti. Volti di ragazzi e ragazze che avevano scelto lo sport come disciplina di vita e che si sono trovati travolti da una guerra che non hanno voluto.
Su quel casco non c’erano simboli politici, ma volti. Il biatleta Yevhen Malyshev, ucciso a Kharkiv nel marzo 2022. Il pattinatore artistico Dmytro Sharpar, morto a Bakhmut nel gennaio 2023. Il quattro volte campione ucraino di strongman Pavlo Ishchenko, ucciso nell’ottobre 2025. Il pugile Maksym Halinichev, colpito nella regione di Luhansk nel marzo 2023. Il ciclista Andrii Kutsenko, morto nel luglio 2024. Il giocatore di hockey Oleksii Lohinov, ucciso nella regione di Luhansk nel novembre 2023. E poi Karyna Bakhur, campionessa europea di kickboxing, uccisa a Berestyn nel novembre 2025; Mykyta Kozubenko, maestro di tuffi, morto nel giugno 2025; Roman Polishchuk, caduto nei pressi di Bakhmut nel marzo 2023; Andrii Yaremenko, ucciso nel dicembre 2025; Taras Shpuk, morto nel settembre 2025; Fedir Yepifanov, nel dicembre 2023; Kateryna Troian, nel giugno 2025 nel settore di Pokrovsk; Volodymyr Androshchuk, nel gennaio 2023 nel settore di Bakhmut; Oleksii Khabarov, nell’agosto 2025 nella regione di Donetsk; Daria Kurdel, a Kryvyi Rih nel luglio 2022; Ivan Kononenko, sepolto nel dicembre 2025 dopo oltre un anno di incertezza; Alina Peregudova e Kateryna Diachenko, uccise a Mariupol nel 2022; Viktoriia Ivashko, colpita a Kyiv nel giugno 2023; Maria Lebid, a Dnipro nel gennaio 2023; Nazar Zui, a Mariupol nel marzo 2022. Ventidue storie, 22 vite spezzate, 22 sogni interrotti. Non numeri, non statistiche, non formule astratte: persone. Atleti che avevano gareggiato, sudato, vinto e perso. Atleti che avevano rappresentato il proprio Paese nelle arene sportive, prima di ritrovarsi vittime di una guerra che ha travolto tutto. Atleti che, in un mondo normale, avremmo dovuto vedere competere ancora, allenare, crescere nuove generazioni.
Si dice che lo sport debba restare neutrale. Ma neutrale rispetto a cosa? Rispetto alla memoria dei propri morti? Rispetto al diritto di ricordare? Le regole vietano manifestazioni politiche sul campo di gara, e comprendo il principio: preservare l’universalità dello sport, evitare che diventi terreno di scontro ideologico. Ma quando un atleta porta con sé i volti dei colleghi caduti, non sta lanciando un programma politico, non sta chiedendo sanzioni o rivalse; sta semplicemente dicendo: “Io non vi dimentico”. E davvero possiamo considerare questo un atto sovversivo? Se c’è qualcosa che lo sport insegna, è il rispetto. Rispetto per l’avversario, rispetto per il sacrificio, rispetto per la dignità umana. Cancellare quei volti, chiedere che non vengano mostrati, significa forse tutelare la neutralità? O non rischia piuttosto di trasformare la neutralità in indifferenza? Perché la vera neutralità non è l’assenza di memoria; è la capacità di riconoscere il dolore senza trasformarlo in odio. Heraskevych non ha incitato alla vendetta. Ha scelto di correre con il peso della memoria, non con quello della rabbia.
Ho esitato a lungo prima di scrivere, perché so che c’è chi teme che ogni gesto simbolico apra una crepa nell’argine delle regole. Ma le regole, quando perdono il contatto con l’umanità, diventano gabbie vuote. E la memoria non è una violazione: è un atto di giustizia. Fare memoria significa opporsi alla seconda morte, quella dell’oblio. Significa dire che Yevhen, Dmytro, Pavlo, Maksym, Andrii, Oleksii, Karyna, Mykyta, Roman, Andrii, Taras, Fedir, Kateryna, Volodymyr, Oleksii, Daria, Ivan, Alina, Kateryna, Viktoriia, Maria, Nazar non sono soltanto nomi in un elenco, ma frammenti di una comunità sportiva ferita. Lo sport ama celebrare gli eroi, le medaglie, i record. Ma dovrebbe anche saper custodire i propri caduti. Se un casco diventa una piccola parete della memoria, non è un affronto alle regole: è un richiamo alla coscienza collettiva. E forse la vera domanda non è se Heraskevych abbia violato una norma, ma se noi siamo disposti a tollerare che la memoria venga compressa in nome di una neutralità che rischia di suonare come silenzio.
Non so quali saranno le decisioni ufficiali, né quali equilibri diplomatici si muovano dietro le quinte. So però che, come cittadino e come amante dello sport, non posso accettare che il ricordo dei caduti venga trattato come un’infrazione. Perché ricordare non è accusare; è riconoscere. E riconoscere è il primo passo verso una giustizia che non cancella, ma custodisce. Per questo, dopo aver esitato a lungo, scelgo di dire che Vladyslav Heraskevych non ha trasformato lo sport in un campo di battaglia: ha portato in pista la memoria di chi non può più farlo. E se lo sport vuole davvero essere scuola di valori, allora deve trovare lo spazio per accogliere anche questo gesto. Non come provocazione, ma come atto di umanità. Perché le regole possono disciplinare una gara, ma solo la memoria può restituire dignità a chi non c’è più.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
Aggiornato il 13 febbraio 2026 alle ore 10:57
