Intervista a Roberto Falletti, presidente dell’associazione La Memoria Viva
Mentre in questi giorni ad Abu Dhabi si tengono i colloqui trilaterali tra ucraini, russi e americani, e cresce la speranza che dal dialogo possano finalmente arrivare notizie di una pace vera, in Ucraina la guerra continua a colpire i più fragili. Lontano dai tavoli diplomatici, nei territori devastati dal conflitto, c’è chi vive ancora oggi senza luce, senza riscaldamento, senza sicurezza. Per loro, il tempo della guerra non si è mai fermato. A raccontarlo è Roberto Falletti, presidente dell’associazione umanitaria La Memoria Viva, presente sul campo fin dall’inizio del conflitto.
Presidente Falletti, lei parla di una grave emergenza energetica in tutta l’Ucraina. Qual è oggi la situazione reale?
Il Paese vive una gravissima emergenza energetica dall’inizio della guerra. Da quattro anni, sulle linee del fronte, vediamo ogni giorno anziani, invalidi e bambini costretti a vivere in temperature rigidissime senza corrente elettrica. Non avere energia significa non avere luce, non avere riscaldamento, non avere i servizi minimi essenziali. Significa restare al buio sotto le bombe, senza protezione e senza calore. È una vita infernale, e non riguarda solo settimane o mesi, ma anni interi.
Nei luoghi più colpiti l’emergenza dura da molto tempo. Perché alcune zone restano invisibili?
Perché si parla solo dei luoghi più conosciuti. Tutti sanno dov’è Kiev, ma se dici Kramators’k o Krasnokutsk pochi sanno collocarli su una mappa. Eppure, è lì che la guerra è più feroce. In queste zone non ci sono rifugi sicuri, non ci sono più scuole, negozi o ospedali. Restano solo punti di primo soccorso. La gente vive senza certezze, spesso nelle cantine, al freddo. È lì che noi scegliamo di stare.
State cercando di portare generatori ai bambini di Kramators’k. Cosa cambierebbe concretamente?
Portare un generatore significa molto più che dare elettricità: significa ridare speranza. Vuol dire accendere una luce dove c’è solo buio. Molti hanno paura ad andare in quelle zone, perché i droni kamikaze colpiscono anche i mezzi di soccorso. Ma è lì che dobbiamo andare: da quei bambini e da quegli anziani che vivono sottoterra, con temperature che arrivano a meno venti gradi. La vita, per loro, si è fermata da anni.
Che condizioni ha trovato durante le ultime missioni?
Quello che ho visto con i miei occhi e sentito nel mio cuore è difficile da raccontare. Posso citare un episodio: un anziano colpito da ictus il primo gennaio non riusciva a trovare un’ambulanza disposta a intervenire. Noi siamo arrivati con un furgone blindato e siamo riusciti a portarlo in un punto di soccorso. Non sappiamo se sia arrivato in tempo. Dopo quindici giorni, i danni erano già gravissimi. Molti anziani muoiono così, nelle cantine, nel silenzio.
Per intervenire servono mezzi blindati. Perché sono indispensabili?
Oggi ambulanze e fuoristrada normali non bastano più. I droni distruggono strade e ponti, rendendo impossibili evacuazioni sicure. Abbiamo già portato un mezzo blindato, ma ne serve urgentemente un altro. Dopo quattro anni di guerra, però, è sempre più difficile: riceviamo più “no” che “sì”. I donatori sono stanchi, ma la guerra non si è fermata.
Cosa chiede oggi, in modo diretto, alle istituzioni e ai cittadini italiani?
Chiedo alle istituzioni di fare tutto il possibile perché da Abu Dhabi possa nascere una pace vera per il popolo ucraino. Ma fino a quando quella pace non arriverà, chiedo ai cittadini di non voltarsi dall’altra parte. Le piazze piene di bandiere sono importanti, ma non scaldano il cuore né il corpo di chi vive a meno trenta gradi in una cantina. L’aiuto concreto sì: un generatore, un mezzo di soccorso, un sostegno alle associazioni che operano davvero vicino al fronte possono fare la differenza tra la vita e la morte. Oggi la cosa più importante è non lasciarli soli.
Aggiornato il 11 febbraio 2026 alle ore 12:10
