Hamas: disarmo in cambio di amnistia

I leader del gruppo terroristico palestinese sunnita Hamas, finanziato anche dall’Iran, stanno mercanteggiando l’unica merce di scambio che possiedono, ovvero il loro disarmo, in cambio di una forma di amnistia estesa, forse, anche a tutti i suoi migliaia di affiliati. Sul tavolo delle trattative, ombreggiato dalla presenza di Israele, dove sono seduti svariati attori tra cui Turchia, Egitto, Qatar, con a capo gli Stati Uniti, i dirigenti di Hamas hanno sempre posto la condizione di poter restare nel quadro sociale della Striscia di Gaza, quindi contrariamente alla volontà del governo israeliano che richiede la loro estensione; sostenendo, inoltre, con petulanza di poter mantenere anche un ruolo politico. In pratica, oltre i vari gruppi armati variamente organizzati, chi dovrebbe deporre le armi sono i miliziani delle Brigate Qassam, ufficiale braccio armato di Hamas.

La richiesta dei carnefici islamisti di ottenere una sorta di amnistia, è stata confermata da fonte statunitense durante una conferenza informativa organizzata a metà settimana scorsa; in tale contesto è stato anche sottolineato il fatto che le pretese di una “grazia” di Hamas potrebbero innescarsi in un quadro di nulla osta per mantenere anche un ruolo politico. Tuttavia gli accordi sottoscritti al Cairo a ottobre, dove veniva sancito il cessate il fuoco su Gaza, e dove Donald Trump ha avuto il ruolo di “manovratore globale”, prevedevano anche un categorico disarmo ed una fuoriuscita di Hamas da ogni influenza sia sulla Striscia di Gaza che sul territorio palestinese in generale. Quindi le diplomazie ora sono concentrate sulle condizioni che dovrebbero portare al disarmo dei miliziani di Hamas, e secondo fonti Reuters, i capi del gruppo islamista si sarebbero resi disponibili a deporre le armi, ma a patto che la struttura terroristica, magari rivestita con panni politici, non venga smantellata.

Resta da verificare quanto tempo sarà necessario affinché i miliziani delle Brigate Qassam, e altre bande armate, che tutt’oggi ostentano la loro presenza a Gaza, si spoglino della loro divisa, ancora drammaticamente ammirata da molti giovani di Gaza, per abbigliarsi con abiti civili, ma soprattutto come faranno a rinunciare alla lauta paga da terroristi. Indubbiamente i tempi saranno dettati soprattutto dagli israeliani, da Washington, e dai vari interlocutori, come turchi, qatarioti e egiziani, e da cosa saranno in grado di negoziare con Hamas. Anche se la carta più giocabile è sempre quella di una sorta di amnistia, situazione già uscita informalmente sui tavoli delle trattative

La restituzione dei resti dell’ultimo corpo dell’ostaggio rapito dai terroristi il 7 ottobre 2023, avvenuta una settimana fa, apre, per Israele, l’altra fase degli accordi di ottobre 2025, ovvero il disarmo di Hamas e la smilitarizzazione dell’enclave di Gaza. Il ritorno in patria di tutti gli ostaggi o dei corpi di quelli uccisi o deceduti per vari motivi, era propedeutico, per Israele, ad ogni altra azione stabilita negli accordi di ottobre. Quindi i programmi dettati da Donald Trump, ora possono avviarsi verso quella pianificazione che dovrebbe portare a una ricostruzione di Gaza e alla fine degli scontri nei territori palestinesi. Il capo del governo israeliano Benjamin Netanyahu ha subito dichiarato che Israele si adopererà per la smilitarizzazione di Gaza, per disarmare i miliziani di Hamas, eliminando armi e distruggendo i tunnel, assicurando che qualsiasi ricostruzione nel territorio palestinese distrutto sarà possibile solo dopo che questi obiettivi saranno raggiunti. Netanyahu ha anche aggiunto che tali risultati possono essere ottenuti “facilmente, o molto difficilmente”; ma che in entrambi i casi il successo è certo; ribadendo che non permetterà la creazione di uno Stato palestinese, e certamente non a Gaza.

Ma la seconda fase dell’accordo di ottobre prevede, oltre il disarmo di Hamas, anche il ritiro graduale dell’esercito israeliano, che tutt’ora controlla almeno la metà della Striscia di Gaza e il dispiegamento di una forza militare internazionale. Tuttavia il governo israeliano ha assicurato che manterrà una forza di sicurezza per il controllo sull'intera area che va dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo, quindi sia sul territorio israeliano che su tutti i territori palestinesi occupati. Per contro, il gruppo islamista, dopo avere consegnato i resti dell’ultimo ostaggio, ha sottolineato di avere osservato gli impegni presi, ribadendo però che il disarmo rappresenta una linea rossa. Ma nello scenario dei negoziati e con la speranza di sopravvivere come organizzazione ha lasciato intendere che potrebbe essere disposto a consegnare le sue armi all’Autorità palestinese, “entità” dal peso politico quasi nullo. In definitiva, un tavolo di trattative articolato e con troppi vincoli e alcuni “dogmi”. Probabilmente Hamas dovrà superare il suo tabù sul disarmo, facilmente o difficilmente, mentre lo Stato israeliano probabilmente manterrà fermi e intoccabili i suoi principi sul disarmo di Hamas. Intanto a Gaza continuano gli scontri e crescono le vittime.

Aggiornato il 02 febbraio 2026 alle ore 09:43