L’azzardo cinese del Canada

Quando il pragmatismo ignora i diritti umani

L’apertura del Canada guidato da Mark Carney verso la Cina, culminata nell’accordo che consente l’ingresso di fino a 49.000 veicoli elettrici cinesi l’anno a dazi ridotti, viene giustificata come una scelta di realismo economico e di diversificazione strategica. Una scelta che rischia di ignorare un contesto segnato da gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani, trasformando una decisione economica in un problema politico ed etico.

Nel Rapporto 2024/2025, Amnesty International denuncia il continuo irrigidimento repressivo della Repubblica Popolare Cinese: libertà di espressione, associazione e riunione pacifica sono fortemente limitate; difensori dei diritti umani, avvocati, giornalisti, artisti e attivisti vengono arrestati e condannati con leggi sulla sicurezza nazionale vaghe e arbitrarie. La repressione si estende anche oltre i confini, attraverso sorveglianza e intimidazioni nei confronti di cittadini cinesi all’estero e delle loro famiglie.

Amnesty richiama inoltre l’attenzione sulle regioni autonome, in particolare Xinjiang e Tibet, dove continua una politica di assimilazione forzata: nello Xinjiang persistono detenzioni arbitrarie e restrizioni alla pratica dell’Islam ai danni della popolazione uigura; in Tibet la chiusura delle scuole in lingua tibetana e la repressione delle proteste limitano diritti culturali e religiosi fondamentali. A Hong Kong, una nuova legge sulla sicurezza nazionale ha ulteriormente ridotto lo spazio civico, portando a condanne severe per attivisti filodemocratici e minando lo stato di diritto. Il quadro è aggravato dall’uso estensivo della pena di morte: Amnesty International ricorda che “i cinque Stati con il più alto numero di esecuzioni registrato nel 2024 sono stati Cina, Iran, Arabia Saudita, Iraq e Yemen”, a conferma della natura repressiva del sistema cinese, anche se Pechino continua a mantenere segreti i dati ufficiali.

Nonostante queste violazioni documentate, molti Paesi tendono a non denunciare apertamente la Cina, scoraggiati dalla sua combinazione di potenza economica e militare. Il cosiddetto “Dragone armato fino ai denti” è percepito come troppo potente per essere sfidato senza rischi significativi. Gli Stati Uniti, invece, adottano un approccio diverso: non temono ritorsioni dirette, ma cercano una strategia ferma nei principi e nelle pressioni diplomatiche, calibrata per essere meno dura possibile senza compromettere la fermezza. Questo approccio mirato mostra che è possibile affrontare Pechino con determinazione, senza cedere alle minacce economiche o geopolitiche, e rappresenta un contrasto netto con l’atteggiamento più accomodante del Canada, che rischia di subordinare i diritti umani agli interessi commerciali immediati.

Dunque, trattare la Cina come un semplice partner commerciale significa ignorare l’assenza di tutele indipendenti per i lavoratori, la mancanza di libertà sindacale, la censura e la sorveglianza di massa. Rafforzare i legami industriali con imprese strettamente legate allo Stato e al Partito comporta il rischio di corresponsabilità indiretta in pratiche incompatibili con gli impegni internazionali del Canada in materia di diritti umani. Il nodo centrale, dunque, è la coerenza politica: se la Cina viene definita una minaccia alla sicurezza e alle libertà fondamentali, non può al tempo stesso diventare un pilastro della strategia industriale senza condizioni chiare e vincolanti. Il commercio non può essere separato dai diritti umani. Diversificare i mercati è legittimo, ma non al prezzo di rendere negoziabili i diritti fondamentali.

In questa prospettiva, l’accordo promosso da Carney appare non solo come un azzardo economico o strategico, ma come un azzardo etico: sacrificare i valori democratici in nome del pragmatismo rischia di compromettere la credibilità internazionale del Canada e, in ultima analisi, la sua identità democratica.

Aggiornato il 22 gennaio 2026 alle ore 10:07