Ci sono coltelli d’acciaio e coltelli di ghiaccio, e la Nato li usa entrambi in un duello rusticano tra membri della stessa famiglia occidentale, destinato a lasciare segni nel tempo. L’Eurasia di Russia e Cina ci guarda e se la ride, dato che l’Occidente per il loro diletto sta giocando tre ruoli in uno: arbitro, vittima e carnefice. Un vero Teatro dell’Assurdo il nostro, a beneficio di tutti coloro che ci guardano da fuori.
Siccome non possiamo fare di meglio, ci attendiamo addirittura il peggio, aumentando i nostri stati d’ansia, per cui si insiste a parlare (o ad auspicarsi, il che è peggio) un tentativo Usa che mandi in scena con il rapimento eclatante di Alì Khamenei il secondo episodio della serie Cops for Freedom. Ma se gli americani lo dovessero fare con i famosi boots on the ground, tipo Iraq 2.0, allora varrà la pena tenere i nervi molto saldi, ricordando che tra Iran e Iraq ci sono centinaia di migliaia di miliziani sciiti fanatici, che non aspettano altro che immolarsi suicidi contro i Satana occidentali.
Se fosse praticabile (cosa del tutto dubbia), l’alternativa vera sarebbe di armare il popolo iraniano e le sue élite antikhomeiniste, come fece l’Inghilterra con i moti mazziniani. E qui, però, faremmo bene a renderci conto che le satrapie e le dittature mediorientali (petrolifere o meno) hanno il terrore di una riedizione delle Primavere arabe, e quella eventuale iraniana sarebbe del tutto destabilizzante per i loro regimi, a causa dell’inevitabile effetto domino, cosa che li conduce a puntellare l’odiatissima teocrazia sciita. Oggi, qualcuno parla con insistenza di rivedere l’erede dello Scià sul trono di Persia, ma molti altri ricordano ancora a fine di deterrenza le colpe storiche dei padri, con particolare riferimento alle ignobili torture della Savak contro i patrioti liberali, e il dominio delle Sette Sorelle angloamericane sulle forniture di petrolio iraniano. Altri ancora dicono che il Garibaldi iraniano verrà da sé, ma per aiutarlo a emergere dovremmo essere noi a dargli appoggio politico e, se necessario, armi vere e non chiacchiere!
Oggi, purtroppo, ha vinto ancora una volta il regime, e fummo buoni profeti in tal senso (vedi “Morire per Teheran?”, L’Opinione del 14 gennaio 2026) a prevederne l’esito. Non resta che aggiungere a quelle considerazioni come, con i recenti moti di gennaio, la teocrazia iraniana abbia avuto modo di individuare tutti i suoi potenziali oppositori, candidandoli quindi alla galera o alla forca.
In tutto questo quadro desolante, l’Occidente ha dimostrato di avere due punti vulnerabili: la mente e il cuore. La prima ce la stiamo giocando in Groenlandia con i coltelli di ghiaccio, che rischiano di separare dopo più di un secolo l’America dall’Europa. Il secondo, si è infranto già due volte: la prima in Ucraina e la seconda in Iran. L’impressione che diamo noi europei, quando ci arrocchiamo nella difesa dello Stato di diritto e del diritto internazionale, è di gente che ha perso da tempo la voglia di combattere, per cui è destinata a divenire una “spoglia” da dividere tra i tre rinascenti imperi mondiali che riconoscono soltanto la legge del più forte. E Donald Trump, per l’appunto, sta tentando in ogni modo di imporre la sua, soprattutto a un’Europa divisa, litigiosa e inconcludente, con la questione dell’annessione con le buone (soldi) o con le cattive (invasione) della Groenlandia che, a detta di Trump, costituirebbe un caposaldo essenziale in vista della costruzione dello scudo antimissile Golden Dome.
Ora, qualunque persona di buon senso capirebbe che da qui a sfruttarne realmente le immense risorse del sottosuolo ci corrono almeno due/tre decenni, per cui non sono le materie prime l’interesse vitale dell’America, ma le future rotte tra i ghiacci artici che si stanno in parte sciogliendo a causa delle modifiche climatiche, dove rischiano di passare per primi e di divenirne padroni dell’area bianca proprio russi e cinesi, i veri grandi competitor degli Usa.
Per cui, se questa è la posta in gioco, allora si capisce meglio il ricatto trumpiano che recita “o mi lasciate prendere la Groenlandia, o io lascio la Nato”, oppure, cosa che fa ancora più paura, metto il 25 per cento di dazi aggiuntivi a tutti coloro che inviano proprie truppe tra quei ghiacci, in funzione di deterrenza. Certo, siccome non vale la pena rischiare di perdere decine di miliardi di euro per l’aumento delle tariffe dell’interscambio commerciale Ue-Usa, per pochi soldati mandati a congelare, allora è giusto, come ha recentemente deciso Bruxelles, di passare dalla fionda alle cannonate, mettendo a sua volta dazi per centinaia di miliardi di euro alle merci americane. Tanto, in fieri, è destinata a costare a Trump la sua campagna per l’acquisizione della Groenlandia, anche se le recenti misure di ritorsione sembrano essere state elaborate ad hoc come strumento contrattuale, in previsione dell’incontro di Davos, al quale parteciperanno i vertici dell’amministrazione Usa, Trump compreso.
Del resto, quale persona di senno vorrebbe assistere a una sorta di “Sigonella dei ghiacci”, in cui danesi e inuit accerchiano le basi militari Usa per impedire l’accesso alle truppe americane? Ovviamente, Danimarca e gli altri alleati europei della Nato non vedono alcuna necessità di trasferire all’America la sovranità sull’isola dei ghiacci, visto che i trattati esistenti offrono già tutte le necessarie garanzie di accesso che Washington dovesse ritenere necessarie per il controllo dell’emisfero occidentale, così come postulato nel National Security Strategy del 2025. Anche se, per ora, da quelle parti non si vede all’orizzonte nessuna nave da guerra russa e cinese che possa rappresentare un pericolo imminente, e quindi una ragione valida per aumentare significativamente la presenza militare statunitense. Gli alleati europei, del resto, insistono a evidenziare come ogni mossa azzardata su quello scacchiere potrebbe avere conseguenze disastrose per l’alleanza Nato e per la stabilità globale. Siccome però dovrà essere il Senato Usa ad approvare l’acquisto dell’isola, o l’invio di truppe in Groenlandia, sarà molto improbabile che Trump la spunti. Ma, come mai nessuno si preoccupa del silenzio glaciale di Russia e Cina in merito a una questione tanto delicata?
Aggiornato il 20 gennaio 2026 alle ore 13:04
