Le parole pronunciate dal ministro degli Esteri lituano Kęstutis Budrys arrivano come una doccia fredda su un dibattito europeo che, a quasi quattro anni dall’inizio dell’invasione su vasta scala dell’Ucraina, continua a oscillare tra fermezza proclamata e tentazioni di ritorno al passato. Budrys non usa giri di parole: con la Russia non funziona il linguaggio del dialogo così come è stato praticato prima del 2022, quando l’illusione di poter integrare Mosca in un ordine condiviso ha finito per mascherare una strategia aggressiva e revisionista. Pensare oggi di riaprire canali diplomatici “come se nulla fosse”, suggerisce il capo della diplomazia di Vilnius, significherebbe prepararsi a un esito “pessimo”, non solo per Kyiv ma per l’intera architettura di sicurezza europea. È un messaggio che pesa, perché arriva da un Paese che conosce la Russia non per astrazione teorica ma per esperienza storica, e che da anni avverte i partner occidentali dei rischi di una sottovalutazione sistematica del Cremlino. Il cuore dell’intervento di Budrys è una tesi netta: l’unico linguaggio che Mosca comprende è quello della forza, e oggi questa forza non è militare in senso stretto, bensì politica ed economica. L’Europa, sostiene il ministro lituano, ha ancora in mano uno strumento decisivo: la pressione. Pressione che deve tradursi in un nuovo, ventesimo pacchetto di sanzioni, più incisivo e meno timido dei precedenti, e soprattutto nel pieno riconoscimento della responsabilità della leadership politica russa per i crimini commessi in Ucraina. Non si tratta di una questione simbolica o morale, ma di una scelta strategica.
Rinunciare a chiamare le cose con il loro nome, evitare il tema delle responsabilità per non “irritare” Mosca, significa lasciare aperta la porta a nuove aggressioni, oggi a Kharkiv o a Odesa, domani altrove. Il punto che Budrys definisce “illusione” è forse il più scomodo per molte capitali europee. L’idea che la guerra possa essere avviata verso una conclusione semplicemente riaprendo un tavolo di mediazione con la Russia presuppone che il problema sia la mancanza di dialogo, non la natura del progetto politico del Cremlino. Ma l’invasione dell’Ucraina non è stata un incidente diplomatico né il frutto di un malinteso: è stata una scelta deliberata, sostenuta da una narrazione imperiale che nega l’esistenza stessa di una nazione ucraina sovrana. In questo contesto, parlare di “ritorno al dialogo” senza condizioni equivale a chiedere all’aggredito di accettare l’aggressione come un dato negoziabile. È una logica che ha già fallito, e che rischia di fallire di nuovo se riproposta oggi con maggiore urgenza ma con la stessa fragilità concettuale. C’è poi una dimensione europea che rende l’appello di Vilnius particolarmente rilevante. L’Unione europea si trova davanti a un bivio: continuare a muoversi per inerzia, adottando sanzioni a pacchetti successivi ma sempre più cauti, oppure riconoscere che la posta in gioco va oltre l’Ucraina. Ogni segnale di stanchezza, ogni esitazione nel colpire i nodi vitali dell’economia russa, viene letto a Mosca come una conferma che il tempo gioca a suo favore. Al contrario, una pressione crescente e coerente, accompagnata da un sostegno politico e militare chiaro a Kyiv, può ancora modificare i calcoli del Cremlino. Non perché la Russia “ceda” improvvisamente al dialogo, ma perché si trovi di fronte a un costo insostenibile della prosecuzione della guerra.
L’insistenza di Budrys sulla responsabilità della leadership russa per i crimini commessi in Ucraina apre inoltre un tema che l’Europa tende a rinviare: quello della giustizia. Bucha, Irpin, Mariupol, Izium non sono solo nomi di luoghi martoriati, traslitterati correttamente dall’ucraino per rispetto di un’identità negata, ma simboli di una violenza sistematica che non può essere archiviata in nome del realismo politico. Senza un percorso credibile di accertamento delle responsabilità, ogni eventuale cessate il fuoco rischierebbe di essere soltanto una pausa armata, una tregua utile a riorganizzare le forze in vista del prossimo attacco. In definitiva, il messaggio che arriva dalla Lituania è un richiamo alla coerenza. Se l’Europa crede davvero nei principi che proclama – sovranità, integrità territoriale, diritto internazionale – allora deve accettare le conseguenze di questa fede. Dialogare “con la forza”, come dice Budrys, non significa rinunciare alla diplomazia, ma riconoscere che la diplomazia senza leva è solo retorica. In un momento in cui la tentazione di cercare scorciatoie cresce, le parole del ministro lituano ricordano che la pace non nasce dalle illusioni, ma dalla capacità di difendere l’ordine che si dice di voler preservare.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
Aggiornato il 19 gennaio 2026 alle ore 10:53
