Iran: il silenzio di Israele e della Comunità internazionale

L’eroico popolo iraniano, quello non allineato con l’oscuro e carnefice regime degli ayatollah, ha lottato e sta lottando per raggiungere una libertà che possa portate a sostituire l’atroce dittatura teocratica, interpretata dai fasulli dottori della legge islamica, gli Ulema, sotto la “bacchetta” della Guida suprema, con un sistema socio-politico rappresentato da una democrazia secolare, che esclude la religione dalla vita dello Stato. Un contesto non nitidamente decifrabile quello che sta caratterizzando la Repubblica islamica in questi ultimi giorni, a causa della forte spinta teorica all’insurrezione data da Donald Trump ai manifestanti, con la promessa di un intervento militare risolutivo, ma frenato nel momento più critico dell’oppressione governativa. In pratica, il congelamento di un’azione militare statunitense, per dare il colpo di grazia ad Alì Khamenei, la Guida suprema, è stata verosimilmente patteggiata con l’altro congelamento riguardante l’esecuzione capitale di numerosi manifestanti arrestati, ma in particolare la sospensione, non l’annullamento, dell’impiccagione del giovane Erfan Soltani (anche se, in queste ore, gira voce che il dissidente sia stato ucciso fuori Teheran).

L’eventuale caduta del Regime degli ayatollah, dopo 47 anni, aprirebbe scenari geopolitici che tratteggerebbero un nuovo ordine mediorientale, già in stato di avanzamento. Intanto un anticipo del colpo di grazia è già stato inferto sia alla Mezza luna sciita, prima strutturata con la Siria sciita, tramontata dopo la deposizione di Bashar al-Assad, Hezbollah libanesi, Houthi yemeniti e varie milizie sciite in Iraq e Siria, e all’Asse della Resistenza, composto dagli attori sopra citati più i sunniti di Hamas. Le due organizzazioni capeggiate dall’Iran hanno lo scopo dichiarato di distruggere lo Stato israeliano, dichiarato nel 1979, appena deposto lo Scià Reza Pahlavi, da Ruhollah Khomeini prima Guida suprema, “il cancro occidentale sul territorio musulmano”.

Quindi, se Washington sospende per ora un attacco a Teheran, cosa significa il silenzio di Israele? Il Governo israeliano sin dall’inizio delle manifestazioni in Iran, 10-11 gennaio, alle quali è corrisposta una violenta e brutale repressione da parte delle varie forze di sicurezza del Regime, ha mantenuto un inconsueto silenzio. Il capo del governo Benjamin Netanyahu non è andato oltre un convinto elogio al coraggioso popolo iraniano; dopo questa manifestazione di apprezzamento ha interdetto ai componenti del suo esecutivo di commentare i fatti iraniani. Ha tuttavia tenuto intensi contatti con Trump, ma soprattutto con il vicepresidente James David Vance, notoriamente non particolarmente propenso agli interventi degli Stati Uniti all’estero.

Proprio dopo il 13-14 gennaio Trump è apparso meno convinto di punire il governo degli ayatollah per le stragi e gli arresti perpetrati ai danni dei manifestanti disarmati. Una rotta che diverge da quanto promesso all’inizio delle repressioni. A suggello di tale nuova posizione giovedì scorso, un funzionario statunitense, in anonimato, aveva dichiarato al New York Times che il primo ministro israeliano aveva chiesto a The Donald di rinviare qualsiasi attacco contro l’Iran. Tale notizia è stata poi negata venerdì dallo stesso Trump il quale ha affermato che la decisione di non colpire al cuore il Regime iraniano è frutto della sua esclusiva volontà. Perché Israele ha preso questa posizione? Probabilmente ritiene che i tempi non siano maturi; o forse teme una attacco preventivo da parte dell’Iran? La realtà è che giovedì scorso il Pentagono ha assicurato che la super portaerei Uss Abraham Lincoln, sta viaggiando dal Mar Cinese meridionale verso il Medio Oriente; è previsto il suo nuovo posizionamento a metà settimana. Benché una portaerei non sia fondamentale per una operazione offensiva verso l’Iran, la sua presenza in Medio Oriente sarebbe un chiaro segnale di “preparazione” sia per gli iraniani che per gli alleati.

Al momento, la realtà della situazione in Iran è tendenzialmente incerta, al di là delle altisonanti dichiarazioni di “vittoria” da parte del regime, la cosa certa è che i più efferati omicidi, le stragi di migliaia di giovani iraniani non sono state perpetrate solo dai Basij o dai Pasdaran, o dalle forze di sicurezza, ma soprattutto dai mercenari sciiti iracheni, gli Hashd al-Shaabi, dai miliziani sciiti afgani della Brigata Fatemiyoun e dalle milizie Hezbollah libanesi, oltre milizie sciite siriane; bande di killer assoldati dal regime in questi ultimi giorni. Da parte sua, Ciro Reza Pahlavi ha comunicato ai manifestanti di mantenere alto il dissenso, manifestando da casa e da sopra i tetti; le piazze principali di Teheran e delle maggiori città sono presidiate da mezzi blindati; le attività commerciali e gli uffici risulta siano chiusi o parzialmente attivi.

Tuttavia la Comunità internazionale, per ora, sta inviando un segnale pericoloso e ambiguo, una tacita tolleranza verso un regime sadico che opprime il suo stesso popolo. La dittatura teocratica maschera le atrocità coprendosi con un sinistro mantello religioso, sotto il quale opera un soft power pseudo culturale, diplomatico e “accademico”, dove stanno giocando le ultime carte gli Ulema, la imbarazzante diplomazia, ma soprattutto il capo indiscusso, la Guida suprema. In questo quadro risulta che gli affiliati più stretti del regime siano al momento dotati di valigette contenenti somme importanti di dollari, e passaporti con altre identità. La lotta per una democrazia secolare da parte degli iraniani ha una valenza a carattere universale non esclusivamente per l’Iran. Un esempio per quei contesti dove le libertà civili soffrono, e dove una forma anche contratta di democrazia accostata all’emancipazione può essere un obiettivo.

Ricordo che l’Iran nell’equilibrio del potere globale occupa una posizione cruciale. È uno storico crocevia tra Oriente e Occidente, uno spazio dove le arti, le idee le conoscenze si scambiano; le manifestazioni di oggi rappresentano una opportunità unica per riportare la Persia nella sua naturale collocazione storica e sociale, e affogare una teocrazia inadeguata al suo popolo. Ma quale è stato il punto di collasso che ha portato Ciro II il Grande (590-530 avanti Cristo) Dario I di Persia (550-486 avanti Cristo), Serse I di Persia (519-465 avanti Cristo), ad avere come “successore storico” la squallida dittatura degli ayatollah? La risposta può essere anche molto semplice!

Aggiornato il 19 gennaio 2026 alle ore 10:09