L’Europa è entrata in una fase storica in cui le categorie del passato non bastano più a interpretare il presente. La guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina ha riportato la violenza armata al centro della politica continentale, spezzando definitivamente l’illusione che la sicurezza potesse essere garantita solo attraverso l’interdipendenza economica e il diritto internazionale. In questo contesto, la frattura prodotta dalla Brexit appare improvvisamente secondaria rispetto alla necessità di ricostruire una capacità europea di difesa credibile. È qui che il riavvicinamento tra Unione europea e Regno Unito assume un significato che va ben oltre la diplomazia: riguarda la sopravvivenza strategica del continente. Per anni, dopo l’uscita di Londra dall’Unione, la cooperazione in materia di sicurezza è rimasta ostaggio di un clima politico avvelenato, in cui ogni apertura veniva letta come una concessione inaccettabile o come un tradimento dello spirito della separazione. Oggi quello schema è superato dai fatti. L’invasione russa ha dimostrato che la geografia non cambia con le decisioni politiche e che la sicurezza europea non può essere ricostruita ignorando uno dei principali attori militari del continente.
Il Regno Unito non è un Paese qualsiasi: è una potenza nucleare, dispone di capacità operative avanzate, di un apparato di intelligence di primo livello e di una lunga esperienza nella gestione delle crisi. Pensare di costruire una difesa europea senza tenerne conto sarebbe un esercizio di autoindulgenza strategica. Allo stesso tempo, anche Londra ha dovuto rivedere alcune delle certezze maturate all’indomani della Brexit. L’idea di una “Global Britain” capace di muoversi autonomamente su scala mondiale si è scontrata con la realtà di un sistema internazionale sempre più frammentato, in cui il peso specifico deriva dalla capacità di agire in coalizione. La guerra in Ucraina ha reso evidente che, sul piano militare e industriale, la profondità strategica offerta dall’Europa resta insostituibile. Il riavvicinamento con Bruxelles nasce quindi da un calcolo reciproco: non è il frutto di un riavvicinamento ideologico, ma di una convergenza di interessi dettata dall’urgenza. Il nuovo dialogo sulla sicurezza si sviluppa però su un terreno accidentato. Le dichiarazioni politiche, pur importanti, non bastano a costruire una cooperazione effettiva. Quando si entra nel merito delle regole, emergono frizioni che riflettono nodi irrisolti del rapporto post-Brexit. L’accesso ai programmi comuni, la partecipazione ai fondi per la difesa, la condivisione delle tecnologie sensibili e l’integrazione delle filiere industriali sollevano interrogativi che toccano il cuore della sovranità e della fiducia reciproca. Alcuni Stati membri temono che un coinvolgimento troppo ampio del Regno Unito possa indebolire gli sforzi per rafforzare l’autonomia strategica europea; Londra, dal canto suo, guarda con sospetto a meccanismi che potrebbero limitarne la libertà decisionale. La guerra di aggressione russa contro l’Ucraina resta il banco di prova più severo di questa nuova fase.
Il sostegno a Kyiv ha mostrato quanto sia indispensabile il coordinamento tra alleati europei, ma ha anche messo in luce divergenze profonde sulle prospettive di lungo periodo. Non si tratta solo di forniture militari o assistenza finanziaria, bensì di una domanda più radicale: quale assetto di sicurezza si immagina per l’Europa orientale una volta che le armi taceranno? L’eventualità di missioni di stabilizzazione o di rassicurazione sul territorio ucraino, dopo la fine delle ostilità, solleva questioni politiche e militari che l’Europa non ha ancora risolto, e rispetto alle quali le posizioni tra le capitali europee e Londra non sono sempre allineate. A complicare il quadro c’è il tema dell’industria della difesa. La guerra ha rivelato drammaticamente le debolezze produttive del continente: scorte insufficienti, capacità industriali frammentate, tempi di produzione incompatibili con un conflitto ad alta intensità. Rafforzare la cooperazione tra Unione Europea e Regno Unito potrebbe rappresentare una risposta a queste carenze, ma richiede scelte politiche coraggiose. Significa accettare una maggiore interdipendenza, superare logiche protezionistiche e costruire un mercato della difesa realmente integrato, in cui l’efficienza strategica prevalga sulle rivalità nazionali. Il rischio, altrimenti, è che il partenariato resti confinato a un livello simbolico.
Un quadro di consultazioni, incontri periodici e dichiarazioni congiunte può avere un valore politico, ma non basta a garantire la sicurezza in un’epoca segnata dal ritorno della guerra in Europa. Senza strumenti operativi chiari, senza meccanismi decisionali rapidi e senza una visione condivisa sulle priorità strategiche, la cooperazione rischia di rimanere un esercizio di buona volontà più che una leva di potere reale. La verità è che la guerra di aggressione russa ha imposto all’Europa una scelta che non può più essere rinviata. Continuare a ragionare in termini di separazioni istituzionali e rivalità post-Brexit significa ignorare la natura della minaccia. La sicurezza del continente non sarà garantita da confini amministrativi, ma dalla capacità di costruire alleanze solide e funzionali. In questo senso, il rapporto tra Unione europea e Regno Unito non è un capitolo chiuso del passato, ma uno snodo decisivo del futuro. Il tempo delle ambiguità è finito. O la cooperazione in materia di sicurezza diventa un pilastro concreto della difesa europea, capace di rispondere alle sfide poste dall’aggressione russa e dal deterioramento dell’ordine internazionale, oppure l’Europa continuerà a muoversi in ordine sparso, pagando il prezzo della propria indecisione. La storia, ancora una volta, non concede molte alternative.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
Aggiornato il 16 gennaio 2026 alle ore 11:45
