La Cina persiana: un connubio innaturale

Che ci fanno assieme e alleate Persia e Cina? Se Teheran veste il turbante nero ed emana fatwe contro i “Grandi Satana”, come fa poi senza vergogna alcuna a contrarre matrimonio di interesse con il più materialista e laico dei grandi imperi esistenti? Considerando, per di più, che l’attuale regime di Pechino, ateo e comunista, si è da anni particolarmente distinto nella persecuzione degli Uiguri, etnia di religione musulmana (sunnita!) assoggettata a pratiche di segregazione e di discriminazione, condannate persino dall’Onu. Malgrado ciò, la Cina, che ha un interscambio commerciale pari 5.500 miliardi con il resto nel mondo, ha concordato con l’Iran investimenti per 400 miliardi di dollari in 25 anni, in cambio di forniture di greggio a prezzo calmierato, pari attualmente al 90 per cento delle esportazioni iraniane. Tuttavia, né la flotta russa, né quella cinese si arrischierebbero a contrastare una nutrita squadra aereonavale angloamericana, nel caso che Washington e Londra decidessero di implementare un blocco via mare per le petroliere (anche battenti bandiere di comodo) che fanno rotta dai terminali petroliferi iraniani verso il resto del mondo, seguendo triangolazioni ben note per l’aggiramento dell’embargo internazionale. Anche se è più che scontato come una mossa così arrischiata da parte occidentale, destinata soprattutto a tagliare la vena giugulare della dipendenza energetica di Pechino dalle forniture iraniane, condurrebbe a una “Ww-3” (Terza guerra mondiale), tanto temuta e aborrita da Donald Trump.

Certo, impedire al regime teocratico di rifornirsi di valuta pregiata con la vendita all’estero delle sue materie prime, per acquistare beni essenziali di importazione che uno Stato fallito come l’Iran non produce, significa offrire un’ulteriore opportunità agli ayatollah per scaricare il peso del loro fallimento politico ed economico sull’Occidente, la cui vittima designata sarebbe ancora una volta il popolo iraniano. Per capire, però, quanto sia contro-natura la Cina persiana, basterà confrontare il rispettivo funzionamento interno del sistema iraniano, fortemente sussidiato per la sopravvivenza alimentare della popolazione, privo di sviluppo e senza accesso ai mercati globali delle tecnologie avanzate, con quella che è considerata la seconda potenza tecnologica del mondo, quasi paritaria con gli Usa. Per quando possa sembrare inverosimile, esistono all’interno dell’organizzazione capital comunista della Cina moderna meccanismi di spietata concorrenza tra pubbliche amministrazioni locali, che vengono valutate da organismi centrali in base ai risultati dei loro investimenti pubblici nelle start-up di successo e nelle imprese locali. Un sistema di scolarizzazione estremamente selettivo consente poi ai giovani cinesi più preparati di accedere ai lavori meglio remunerati, anche se la politica del figlio unico adottata in passato è la causa profonda del declino demografico e della bolla dell’immobiliare. Ed è vero che il sistema cinese, tutto orientato all’export, sacrifica oltremodo l’alternativa dei consumi interni e genera profondi squilibri sui mercati internazionali, per gli effetti di dumping e di surplus produttivi da parte dell’industria cinese, costringendo gli altri attori sul mercato ad adottare pratiche sempre più difensive (dazi, chiusura dei mercati interni) per tutelare le proprie imprese ed equilibrare la bilancia commerciale.

Contrariamente a Teheran, che insegue la vittoria di Dio nel mondo sui grandi e piccoli satana d’Occidente, la Cina da Deng Xiaoping in poi ha con il suo popolo un patto implicito non negoziabile, né rivedibile: garanzie sulla crescita economica, in cambio della libertà politica e del riconoscimento del partito unico e del suo leader supremo. Ecco perché il capital comunismo della Cina è divenuto un modello potente di impulso economico, in cui si miscela l’intervento finanziario massivo dello Stato a sostegno della produzione industriale, con la massima espansione della libertà di impresa nei settori più avanzati delle high-tech e del digitale, che fanno oggi della Cina il più temibile dei competitor mondiali. Ora, è davvero interessante come i due diversi totalitarismi interagiscano con la loro base popolare, dato che gli imperativi non potrebbero essere i più diversi e incompatibili tra di loro. Pechino, infatti, fa discorsi puramente pragmatici e meritocratici ai suoi cittadini, evitando toni belligeranti con chiunque, in vista della massima pacificazione e apertura alla libera concorrenza dei mercati mondiali. Per i cinesi, in fondo, si è trattato di passare in modo indolore dall’imperatore celeste a quello rosso, nell’immutabilità del regno di Confucio. Teheran, invece, adotta la misura opposta di comunicazione che viaggia per dogmi (bestemmiare Dio è reato punibile con la morte!), non avendo in mente alcun modello alternativo di sviluppo, dopo aver soppresso ogni finzione di governo democratico per quanto riguarda la politica interna ed estera.

Alì Khameni, in tal senso, è esattamente all’opposto di Xi Jinping come visione del mondo in divenire, dato che fonda il suo intero agire su di un testo sacro, come il Corano, in cui Stato e Chiesa sono un tutto inscindibile, in base a regole fissate un millennio e mezzo fa. Praticamente, i due sono come il Cristo e l’Anticristo, eppure costretti a coesistere all’interno di questo paradosso in contrapposizione all’Occidente che, però, per il primo è un nemico in senso religioso, motivo per cui in modo ben più radicale il khomeinismo nega il diritto dell’Altro a esistere. Al contrario della Guida suprema, Xi considera il resto del mondo uno spazio commerciale e di opportunità, con il quale fare affari per sostenere la crescita economica e tecnologica della Cina, non avendo la benché minima intenzione di esercitare sulle altre nazioni un qualsivoglia dominio ideologico. Del resto, Xi è il promotore mondiale della filosofia per cui ognuno è padrone a casa sua di scegliersi il sistema e le condotte di governo che più gli aggradano, senza che altri interferiscano dall’esterno. Insomma, un diritto internazionale pro domo sua, vista la mancanza di libertà politica, di opinione e di espressione che vige all’interno della Cina, in cui il Pcc (Partito comunista cinese) agisce come un Grande fratello, avendo adottato strumenti ipersofisticati e invasivi di controllo sociale, in violazione palese dei diritti umani tutelati dalla Carta dell’Onu.

Ma siamo proprio sicuri che la Cina tema la caduta del regime teocratico di Teheran, una volta che l’Occidente abbia rimosso tutte le sanzioni all’Iran, visto che a quel punto il costo ufficiale del barile di greggio scenderebbe addirittura sotto la soglia odierna di acquisto, con cui Pechino lo riceve di contrabbando, a suo rischio e pericolo?

Aggiornato il 16 gennaio 2026 alle ore 10:13