In che modo la fine dell’Iran metterebbe a dura prova i Paesi vicini

La fine dellattuale regime creerebbe una serie di problemi spinosi per lAzerbaigian, il Pakistan, la Turchia e altre nazioni del Medio Oriente

Ormai, le impressionanti immagini dei manifestanti iraniani che si scontrano con le forze di sicurezza creano una sensazione di déjà vu. Eppure, mentre il regime iraniano è alle prese con crescenti pressioni interne, la prospettiva del suo crollo sta diventando sempre più plausibile. Con una popolazione di oltre 92 milioni di abitanti, la rivolta iraniana sarebbe di proporzioni enormi e si farebbe sentire anche al di fuori dei confini nazionali. Chi annuncia il crollo della Repubblica islamica dovrebbe fare attenzione a cosa desidera. Se il regime dovesse cadere, gli Stati Uniti e i loro partner in Medio Oriente sarebbero in grado di gestire le ripercussioni regionali?

Il complesso tessuto demografico dell’Iran rappresenta sia un punto di forza che una sfida cruciale per il Paese. I curdi nel nord-ovest, i beluci nel sud-est, gli arabi ahwazi nel Khuzestan e gli azeri nel nord hanno ciascuno identità e aspirazioni distinte. Se il regime dovesse cadere, queste comunità potrebbero cogliere l’occasione per rivendicare l’autonomia o addirittura l’indipendenza. Al contrario, se le fazioni dell’opposizione come il Consiglio nazionale della Resistenza iraniana (Ncri), guidato da Maryam Rajavi, e il Consiglio nazionale iraniano (Inc), associato al principe ereditario Reza Pahlavi, riusciranno a coalizzarsi attorno a un’autorità di transizione credibile, potranno ridurre la frammentazione e contribuire a stabilizzare il Paese. Tuttavia, le prospettive di una tale riconciliazione rimangono incerte. L’Ncri e l’Inc offrono visioni diverse per il futuro dell’Iran e le loro narrazioni spesso non sono riuscite ad affrontare in modo convincente i diritti delle minoranze e la rappresentanza politica. La sfiducia delle comunità minoritarie nei confronti di entrambi gli schieramenti è reale. In assenza di garanzie credibili e di una governance inclusiva, il sentimento separatista potrebbe guadagnare slancio, complicando ulteriormente il panorama post-regime.

Le implicazioni geopolitiche sarebbero di vasta portata. La Turchia, da tempo sensibile al nazionalismo curdo, osserverebbe attentamente la mobilitazione dei curdi iraniani. Un Iran indebolito potrebbe incoraggiare le rivendicazioni curde oltre confine, aumentando le tensioni nel sud-est della Turchia e lungo il confine con la Repubblica islamica. Gli Stati membri del Consiglio di cooperazione del Golfo (Gcc) si concentrerebbero sul Khuzestan, che ha una considerevole popolazione araba e una storia di rivendicazioni legate alla discriminazione e all’emarginazione economica. Qualsiasi apertura all’autonomia o al separatismo potrebbe rappresentare sia un’opportunità che una sfida.

Anche il Pakistan ne risentirebbe. La popolazione beluci è presente sia in Iran che in Pakistan, e un cambio di regime a Teheran potrebbe dare nuova linfa al nazionalismo beluci. Islamabad sta già affrontando una persistente insurrezione in Belucistan e importanti cambiamenti oltre confine potrebbero aggravare le sue sfide interne in materia di sicurezza. L’Azerbaigian potrebbe altresì cercare di espandere la propria influenza, data la numerosa popolazione azera presente nel nord dell’Iran. Transizioni mal gestite o opportunismo esterno potrebbero infiammare le tensioni etniche e destabilizzare entrambi i lati del confine.

Per Israele, le implicazioni sarebbero significative. La comunità ebraica iraniana, una delle più antiche al mondo, riflette il profondo pluralismo storico del Paese. Ma un improvviso vuoto di potere potrebbe lasciare le minoranze nell’incertezza, soprattutto se fazioni radicali si contendessero il controllo. Oltre a ciò, la maggiore preoccupazione di Israele sarebbe se un Iran post-regime diventasse più moderato o se invece si trasformasse in un’arena frammentata in cui potrebbe prosperare la militanza anti-israeliana. Un crollo del regime comprometterebbe anche l’equilibrio regionale che coinvolge le principali potenze. La Russia ha spesso considerato l’Iran un utile contrappeso all’influenza occidentale e l’instabilità potrebbe offrire a Mosca l’opportunità di estendere la propria influenza più a sud. La Cina si troverebbe ad affrontare i propri dilemmi; Teheran è stata fondamentale per la Belt and Road Initiative, la strategia fortemente voluta da Pechino, e per il più ampio sforzo cinese volto a garantire rotte energetiche e influenza regionale. Un Iran meno stabile costringerebbe la Cina a ricalibrare rapidamente la propria posizione.

La caduta del regime dei mullah potrebbe innescare un riallineamento storico, con ripercussioni ben oltre i confini dell’Iran. La direzione del cambiamento dipenderà dal fatto che la transizione iraniana sia inclusiva, ordinata e rappresentativa, soprattutto delle minoranze. In mancanza di ciò, il Paese rischia di sostituire l’autoritarismo con la frammentazione. Grazie a questo, l’Iran potrebbe iniziare a gettare le basi per uno Stato stabile.

(*) Tratto da The National Interest

(**) Traduzione a cura di Angelita La Spada

Aggiornato il 15 gennaio 2026 alle ore 10:21