Iran: vivere o morire

Quei ragazzi massacrati nelle piazze di Teheran chiedevano, agognavano, sognavano l’Occidente. Volevano fortemente vivere e praticare quel corollario valoriale che adorna la nostra quotidianità. Sì, la nostra: la mia e la tua. Che lo si voglia o no, a prescindere dalle sensibilità culturali e dalle prospettive esistenziali di ciascuno.

Quei ragazzi sono morti per rivendicare la propria libertà individuale, la facoltà di scegliere se vivere o morire, la pretesa sacrosanta di essere considerati soggetti unici e irripetibili e non il costrutto artefatto di qualche formula sociologica o teologica. Non sudditi, non adepti, non sottomessi ma, sottolineo, persone. Essere umani che non odiavano l’Occidente ma si ribellavano all’oppressione.

Occidente. Oppressione. Se alle nostre latitudini geografiche un certo strabismo ideologico tende a sovrapporre i due concetti, quei giovani ci ricordano che accostando quei termini si crea semplicemente un ossimoro.

Anche noi abbiamo dato i natali a dittatori sanguinari, ma per ogni Hitler questa terra ha donato un Winston Churchill. E scusate se è poco.

Ora, se in Iran vogliamo davvero una risurrezione democratica, è alquanto palese che la popolazione ha bisogno di un intervento esterno. Tradotto: un intervento dell’Occidente. Tradotto ancora: Usa o Israele. Di certo non la Cina o la Russia, tanto per dire. Il che andrebbe probabilmente a violare il diritto internazionale. Epperò: cosa vogliamo davvero? Che probabilmente continui il massacro o che a quel massacro si ponga rimedio, anche con possibili effetti collaterali?

Aggiornato il 14 gennaio 2026 alle ore 10:42