Le dinamiche geopolitiche determinano i multilateralismi che scandiscono i tempi storici. Tuttavia da tempo, e con estrema rapidità, tali fenomeni socio-politici tendono a creare aggregazioni in organismi multinazionali, ma anche a disgregarsi nell’egocentrismo nazionale. Ciò sta accadendo osservando quanto i sistemi associativi internazionali, anche se strutturati con capillare opportunismo e dotati di una “spina dorsale” geoeconomica, vedi Brics+, perdano rapidamente appeal quando nazioni di “peso” entrano in gioco come “singolaristi”. Attualmente le dinamiche multilateraliste si stanno incanalando verso un tripolarismo netto: Stati Uniti, Russia e Cina. Ognuna di queste potenze ha un leader con caratteristiche per alcuni aspetti somiglianti fra loro. Inoltre le “tre nazioni” hanno nitidamente tratteggiato quale è il loro “spazio vitale”, il tutto conclamato da Donald Trump, ma implicitamente sempre accampato sia da Vladimir Putin che dal capo della Repubblica popolare cinese Xi Jinping.
Intanto che lo scenario asiatico mette sul palcoscenico il rischio di una possibile azione cinese verso Taiwan, Vladimir Putin ha alzato il livello del conflitto, non tanto per avere utilizzato, la notte del 9 gennaio, il missile Orechnik, “nocciolo” in lingua russa, vettore in grado di trasportare testata nucleare, ma per il fatto di averlo lanciato a Leopoli, a poche decine di chilometri dal confine con la Polonia, altra nazione storicamente più volte dilaniata dalla Russia. È evidente che questo lancio verso la Polonia può essere letto come un avvertimento di Mosca all’Unione europea, a seguito dell’accordo firmato a Parigi il 6 gennaio scorso, con il quale Washington garantisce la sua partecipazione per la sicurezza dell’Ucraina in caso di cessate il fuoco. Quindi con questo attacco all’Ucraina occidentale a circa una settantina di chilometri dal confine polacco, Mosca ha voluto dare un segnale di forza e determinazioni all’Occidente. Ma l’Orechnik era stato già impiegato per la prima volta, a fine 2024, a Dnipro su un sito industriale collocato sulla linea del fronte. Già allora tale azione aveva suscitato grande preoccupazione. Ma questa volta la giustificazione del lancio è decisamente motivata dalla disapprovazione di Putin per l’ultimo accordo di Parigi. Inoltre l’attacco si configura come la volontà di Mosca di esercitare la sua pressione strategica.
Ricordo che Leopoli sin dall’inizio dell’invasione russa, è stata una strategica base operativa per le forze europee in Ucraina; base utilizzata per l’addestramento militare, ma anche come punto di raccolta e transito dell’arsenale militare dato dall’Occidente all’esercito ucraino. In un quadro in forte evoluzione geopolitica, data anche dalla instabilità globale, ricordando che l’Iran è un cobelligerante soft a fianco della Russia, la Svezia, altra nazione soggetta alle attenzioni del Cremlino anche tramite le Svr, Servizio di intelligence estera, ovvero i servizi segreti russi, ha stanziato poco meno di un miliardo e mezzo di euro per la difesa aerea e terrestre, e in particolare per la protezione degli obiettivi civili. Un investimento, che come dichiarato dal capo del governo svedese Ulf Kristersson, si rende necessario, sia per ciò che sta accadendo all’Ucraina, ma anche per difendere le unità militari, le infrastrutture strategiche e le aree urbane in caso di attacco russo; una forte azione strategica di difesa nazionale, nonostante quanto sancito nell’articolo 5 del Trattato Nato.
Un campanello di allarme per l’Europa, come per l’Occidente in generale, il cui squillo è sempre più acuto, come l’assordante boato dell’Orechnik.
Aggiornato il 14 gennaio 2026 alle ore 15:26
