La vera e inesorabile rivoluzione iraniana

Da 12 giorni è scoppiata la protesta degli iraniani contro il regime degli ayatollah: migliaia di uomini e donne dal 28 dicembre continuano a scendere in strada, in più di 100 città, per manifestare la propria rabbia contro i cosiddetti custodi della rivoluzione al grido di: “Morte al dittatore”, “Non abbiamo più paura”, “Lunga vita allo Scià”.

Le autorità, attanagliate dal risveglio dei cittadini e terrorizzate dalle possibili conseguenze, acuiscono le reazioni violente con la brutale repressione, con le forze del regime che sparano contro i manifestanti disarmati. I numeri sono lapalissiani: più di 45 morti tra i manifestanti, centinaia i feriti e oltre duemila persone arrestate.

Ma non basta. Secondo la Ong di monitoraggio della cybersicurezza, Netblocks, il Paese si trova “in preda a un blackout su scala nazionale”. “Questo incidente segue una serie di misure di censura digitale sempre più rigide mirate alle manifestazioni, e ostacola il diritto del pubblico a comunicare in un momento critico”, si legge su X.

I manifestanti, però, riescono comunque ad inondare i social di video: si vede un edificio governativo di Teheran che va a fuoco, barricate, scontri, statue abbattute. Si vedono donne senza il velo che si accendono le sigarette con la foto di Khamenei in fiamme. E questa rimane una delle immagini più potenti e simboliche.

L’agenzia di stampa vicina al Corpo delle guardie della rivoluzione, Tasnim, ha pubblicato un filmato minaccioso dove annuncia “l’identificazione, l’avvertimento e l’arresto di coloro che scandiscono slogan”. Sui cellulari degli iraniani, intanto, arrivano messaggi minacciosi: “L’adesione a pagine di gruppi ostili che promuovono e incoraggiano persone a turbare l’ordine e la sicurezza della società costituisce un atto criminale ed è perseguibile penalmente. Per preservare la pace e la sicurezza del caro Iran, astenetevi dal promuovere o partecipare a raduni illegali”.

E mentre si susseguono ipotesi sulla presenza del principe ereditario Reza Pahlavi (in esilio dal 1979) a Mar a Lago martedì prossimo, come ipotizzato su X da Laura Loomer, politica e influencer vicina al movimento MAGA, Donald Trump tuona: “Non toccate i manifestanti”. 

Secondo il Times Khamenei, che ha parlato alla tv di Stato di “sabotatori” e ha attaccato Donald Trump, sarebbe già pronto a rifugiarsi in Russia come fece Assad dopo la caduta del regime in Siria. 

Secondo Mariano Giustino, corrispondente di Radio Radicale, sono già decine le città liberate dalla Repubblica islamica, finite in mano agli insorti, tra cui la città di Ahvaz, capoluogo della provincia di Khoozestan, dove l’Iran possiede numerosi giacimenti petroliferi e raffinerie. Non solo, anche Mashhad, la seconda città più popolosa dell’Iran è caduta nelle mani dei combattenti per la libertà. Mashhad, dopo Qom, è la città santa sciita più importante del paese, nonché città natale dell’ayatollah Khamenei e un tempo considerata una roccaforte della Repubblica islamica. 

E su X Giustino scrive: “Le proteste in Iran si sono trasformate in una insurrezione popolare per liberare il paese dalla Repubblica islamica. Oltre un milione di persone nelle strade, gli ayatollah preparano la fuga”. E ancora: “L’ora degli ayatollah sta per scoccare. La Repubblica islamica è all’ultima fermata, sta arrivando al capolinea, mentre un oceano di manifestanti hanno preso il controllo di strade e città tre le più importanti dell’Iran”.

Rilancia poi la notizia: “Secondo fonti libanesi Abbas Araqchi, il cosiddetto ministro degli Esteri della Repubblica islamica, sarebbe fuggito in Libano con la moglie e i figli; la sua famiglia si troverebbe in una casa. La fuga sarebbe stata preparata due giorni fa. Gli ayatollah si preparano alla fuga. In queste ore starebbero organizzando un piano di emergenza. Sono in allestimento diversi voli cargo russi per spostare beni, personale e familiari. In queste ore i funzionari iraniani stanno richiedendo i visti per spostare le loro famiglie all’estero”.

Se queste siano davvero le ultime ore del regime degli ayatollah non è dato ancora saperlo, quello che è certo è che gli uomini e le donne iraniani non sono più disposti a tacere e subire, e continueranno a combattere per avere giustizia e libertà anche a costo dalla loro stessa vita. E questa è la vera, inesorabile, rivoluzione di un popolo che, nonostante la repressione ed il terrore, non ha intenzione di rinunciare alla propria dignità.

Aggiornato il 09 gennaio 2026 alle ore 19:23