Mentre in Iran si esaspera la situazione con norme sempre più stringenti sul velo, al centro dell’Unione europea – precisamente a Vienna – va in scena l’ennesimo teatrino che urla al “razzismo antimusulmano” per una normativa che vorrebbe regolare l’uso del simbolico indumento islamico a scuola.
Da una parte, la magistratura di Teheran ha emanato una nuova direttiva sul rispetto dell’hijab, introducendo misure immediate contro chiunque ne “promuova la rimozione”. Il provvedimento parla di “propaganda della nudità” finalizzata a diffondere “anomalie sociali”. Non sapendo come fermare le proteste iniziate nel 2022 con la morte di Mahsa Amini, i magistrati hanno deciso di arrestare quante più persone possibili con la scusa di “infiltrazioni” di stranieri che alimenterebbero “guerre culturali”.
In Iran è in corso una guerra civile per colpa di una legge – l’obbligo per le donne di indossare l’hijab – introdotta dopo la Rivoluzione del 1979. Eppure, l’assenza di quello stesso obbligo negli anni precedenti non ha mai impedito al Paese di esprimere il proprio sentimento religioso.
Dall’altra, il Parlamento austriaco ha approvato – con un’ampia maggioranza che, oltre ai conservatori del Partito Popolare, ai socialdemocratici e ai liberali di Neos, vedeva anche il favore del Partito della Libertà (l’unico gruppo parlamentare contrario è stato quello dei Verdi) – una nuova normativa che introduce il divieto di indossare l’indumento islamico almeno per le studentesse con meno di 14 anni. Il divieto riguarda tutte le forme di velo islamico, sia hijab che burqa, e si applicherà a scuole pubbliche e private fino al compimento dei 14 anni, età a partire dalla quale in Austria è riconosciuta la libertà di scelta religiosa. L’entrata in vigore completa è prevista per l’inizio dell’anno scolastico 2026/2027.
Le reazioni scomposte sono state immediate. Amnesty International Austria ha parlato di “una discriminazione palese contro le ragazze musulmane” e addirittura un’espressione di “razzismo anti-musulmano”. L’organismo ufficiale che rappresenta i musulmani in Austria ha intimato che il divieto “mette a rischio la coesione sociale”. Già nel 2019 la Corte costituzionale annullò un divieto simile introdotto nelle scuole primarie, giudicandolo discriminatorio e contrario alla Costituzione.
Eppure, oggi, dovrebbe essere chiaro che il velo, da simbolo religioso (mai imposto con la forza) è diventato uno strumento di oppressione e propaganda. La libertà di religione, oltre che essere garantita dalla Costituzione italiana, è uno dei fondamenti dello Stato di Diritto. Ma la delicata questione del velo non può essere affrontata senza tenere in considerazione la drammatica strumentalizzazione politica che viene continuamente praticata sia dagli estremisti islamici che dai finti buonisti occidentali. Perché lo Stato di Diritto garantisce anche i diritti fondamentali, inclusa la non discriminazione per sesso e che siano promosse le pari opportunità, rimuovendo gli ostacoli e combattendo la violenza. Ed il velo, oggi, rappresenta uno strumento di violenza contro le donne. Ed anche contro gli uomini.
Oriana Fallaci aveva iniziato a parlarne già dal 2001, denunciando la decadenza della civiltà occidentale e tentando di mettere in guardia dal processo di inclusione forzata in atto ancora oggi a discapito dei nostri valori fondanti. Dopo così tanti anni, la sua figura viene ancora vilipesa, ma la cosa più drammatica è che il suo messaggio viene totalmente rifiutato al punto che la questione oggi non solo è diventata puramente ideologica, peggio della tifoseria da stadio, ma è talmente esasperata da rendere grotteschi i dibattiti in merito.
Chi glielo spiega a chi, nel flaccido ventre occidentale, grida all’islamofobia che sostenendo con tale veemenza l’obbligo del velo in realtà sta discriminando ed insultando tutte le donne e gli uomini che si battono e si sono battuti (e che sono anche morti) per avere ciò che noi diamo per scontato, ovvero la libertà di scelta?
Aggiornato il 12 dicembre 2025 alle ore 11:41
