Iran: il terrore come tecnica di controllo

Da settimane l’Iran è attraversato da una nuova e feroce ondata repressiva che colpisce attivisti, giornalisti, semplici manifestanti e intere famiglie. Una repressione meno visibile rispetto a quella seguita all’uccisione di Mahsa Amini, ma non per questo meno sistematica; al contrario, più capillare e insidiosa. Il regime dei mullah sembra aver affinato le proprie tecniche di controllo: meno clamore mediatico, più terrore quotidiano.

Le testimonianze che filtrano dal Paese parlano di rapimenti notturni, irruzioni nelle abitazioni, arresti senza mandato e deportazioni verso carceri e centri di detenzione non ufficiali. Le forze di sicurezza – Pasdaran e milizie Basij – operano sparando ad altezza d’uomo durante le manifestazioni, trasformando lo spazio pubblico in un campo di battaglia asimmetrico, dove lo Stato combatte cittadini disarmati. La paura non è più confinata alle piazze: entra nelle case, spezza le famiglie, impone il silenzio.

A questo quadro si aggiungono accuse circostanziate di violenze sessuali ai danni di attivisti e giornalisti detenuti, emerse da testimonianze raccolte da organizzazioni internazionali per i diritti umani, Ong iraniane in esilio e relatori speciali delle Nazioni Unite. Gli abusi, denunciati come pratiche ricorrenti durante gli interrogatori o nei primi giorni di detenzione, vengono descritti come strumenti deliberati di coercizione e annientamento psicologico, spesso accompagnati da minacce rivolte ai familiari. In questo contesto, la violenza sul corpo assume una funzione politica precisa: spezzare l’individuo per intimidire la collettività.

Ancora più opaca è la pratica del ricovero forzato in ospedali psichiatrici, utilizzata contro dissidenti, attivisti e manifestanti. Secondo fonti convergenti, alcuni arrestati vengono dichiarati “mentalmente instabili” o “socialmente pericolosi” e trasferiti in strutture sanitarie chiuse, sottratte a qualsiasi controllo giudiziario indipendente e all’accesso di osservatori esterni. Le famiglie denunciano l’impossibilità di ottenere informazioni sullo stato di salute o sulla sorte dei propri cari. Si tratta di una forma di repressione già condannata in ambito internazionale, poiché trasforma la medicina in strumento di neutralizzazione politica e produce, di fatto, sparizioni forzate mascherate da trattamento sanitario, in continuità con pratiche note di altri sistemi autoritari del Novecento.
Accanto alla dimensione politica e repressiva, le proteste sono alimentate da una profonda crisi economica. Il crollo del rial, colpito da inflazione elevata, sanzioni internazionali e gestione opaca delle risorse, ha eroso drasticamente il potere d’acquisto della popolazione. In molte piazze, alle rivendicazioni per le libertà civili si affiancano slogan contro il caro vita, la disoccupazione e l’impoverimento diffuso. Per ampi strati della società iraniana, la protesta non è solo una richiesta di diritti, ma una questione di sopravvivenza quotidiana.

Non esistono numeri ufficiali sulle vittime. Le stime oscillano: alcune fonti parlano di almeno settanta morti, altre indicano cifre ben più alte. I deportati e i detenuti sarebbero migliaia, ma la mancanza di accesso indipendente alle carceri e alle strutture sanitarie rende impossibile qualsiasi verifica attendibile. È una strategia consolidata del regime: l’opacità come strumento di governo.

Particolarmente allarmante è la sorte degli attivisti più noti. La figura di Narges Mohammadi, premio Nobel per la Pace e simbolo della resistenza civile iraniana, è emblematica. Secondo fonti vicine alla sua famiglia e ad ambienti impegnati nella difesa dei diritti umani, dal 12 dicembre non si hanno più notizie certe sulle sue condizioni. Che si tratti di isolamento forzato, di un trasferimento punitivo o di una detenzione dissimulata sotto altra forma, il messaggio del regime è inequivocabile: nessuno è intoccabile, nemmeno chi gode del riconoscimento della comunità internazionale.

Tutto questo avviene nel quasi totale silenzio della comunità internazionale. L’Occidente osserva, calibra le parole, evita iniziative che possano compromettere equilibri diplomatici, negoziati sul nucleare o interessi energetici. La repressione interna iraniana viene così ridotta a una “questione interna”, sacrificata sull’altare della realpolitik.

Eppure, come ho analizzato nel mio libro L’Iran dei Mullah, la violenza repressiva non rappresenta una deviazione del sistema, ma il suo pilastro fondante. La Repubblica islamica non può sopravvivere senza la paura. Ogni ciclo di protesta viene soffocato non solo per sedare il dissenso presente, ma per prevenire quello futuro. La brutalità non è segno di forza, bensì il sintomo di una fragilità strutturale di un regime che teme il proprio popolo più di qualsiasi nemico esterno.

Ignorare ciò che accade oggi in Iran significa legittimare un modello di potere fondato sulla sparizione, sul terrore e sull’impunità. In questo contesto, il silenzio non è neutralità: è complicità.

Sul piano strategico, la dirigenza iraniana appare intenzionata a compensare la crescente fragilità interna con una postura esterna più assertiva. La proiezione regionale – dal sostegno alle milizie alleate in Medio Oriente alla pressione sullo Stretto di Hormuz – diventa uno strumento di distrazione e legittimazione interna. Ma questa scelta comporta costi crescenti: isolamento internazionale, aggravamento delle sanzioni e ulteriore erosione delle risorse economiche. La combinazione tra repressione domestica e attivismo regionale espone l’Iran a un equilibrio sempre più instabile, in cui ogni crisi esterna rischia di riverberarsi all’interno. In questo quadro, la capacità del regime di mantenere il controllo dipenderà meno dalla forza coercitiva e più dalla tenuta di un sistema economico e sociale già profondamente logorato.

Aggiornato il 08 gennaio 2026 alle ore 12:40