Quando per uno sceriffo americano è lecito fare uso di un’arma indiana? È cosa buona e giusta, si potrebbe dire, nel caso di specie di Marshal Donald Trump, che ha ordinato il lancio in regioni remote, come il Nord-Ovest della Nigeria, di costosissimi missili da crociera Tomahawk (l’araba felice di Volodymyr Zelensky, essendo in grado di colpire il centro di Mosca con la loro gittata da 900 chilometri!). E questo per far intendere la sua chiara scelta di giustiziere globale a bande di delinquenti e stragisti jihadisti, che operano in un territorio selvaggio, fuori dalla legalità e dalla civiltà, commettendo ogni genere di crimini contro l’umanità. Ancora una volta: dove sono l’Onu e l’Europa, la cui forza potenziale è stata completamente sterilizzata dal woke? Come mai è ancora una volta l’Oncle Sam a provvedere in piena autonomia a un minimo sindacale di difesa dei più indifesi? Mentre nel frattempo tutti gli altri paladini dell’ordine e della democrazia all’occidentale si occupano di altro, credendo (più o meno in buonafede) che solo i palestinesi siano oggetto di “genocidio”, quando decine di milioni di persone nel mondo subiscono la stessa, se non peggior sorte. Al solito, il wokism dilagante, con la sua ideologia scellerata, impedisce da decenni di gridare che il re del buonismo è “nudo”, e di invocare una solida campagna di intervento umanitario urgente, con il ricorso all’uso della forza, per contenere e distruggere eserciti di miliziani e di bande criminali organizzate, che terrorizzano decine di milioni di civili innocenti. Impossibile, quindi, eliminare questa Peste nera (terroristi, delinquenti, trafficanti di droga e di esseri umani, pastori e allevatori l’un contro l’altro armati) che infesta Paesi ricchissimi di materie prime, in Africa come in Sudamerica, governati da regimi dittatoriali e antidemocratici, riveriti e tollerati all’interno dell’Assemblea dell’Onu.
Solo in Nigeria, in questo ultimo anno 2025, le violenze etnico-religiose hanno causato 12mila vittime, tra cristiani e musulmani. Stando alle parole di Trump, che si vuole pacifista a oltranza come aspirante al Premio Nobel per la pace, lo strike rappresenterebbe un “regalo di Natale” fatto alle comunità cristiane perseguitate e, soprattutto, dicono i maligni, una mossa pubblicitaria per dare soddisfazione alla sua influente base evangelista di Maga. Poco importa il risultato effettivo (non ci sono immagini satellitari post-strike), dato che difficilmente la distruzione di qualche campo di addestramento jihadista e l’eliminazione di alcune decine di terroristi potrebbero alterare il controllo reale del territorio e l’equilibrio delle forze in campo, destinati a rimanere invariati anche dopo il blitz. Quel che conta per l’America, in base alla recente, solenne dichiarazione d’intenti, contenuta nell’Nss (National Security Strategy 2025), è intervenire come monito solenne solo e soltanto laddove siano “at stake” (in gioco) interessi preminenti degli Stati Uniti. E, a quanto pare, tale sarebbe la difesa (operata di fatto in condominio con Vladimir Putin) della cristianità, ovunque essa sia fatta oggetto di persecuzione. Oggi va per la maggiore la tecnica (interessata) di Trump di atteggiarsi a sceriffo del mondo, che ha esordito come tale con gli Houthi yemeniti a marzo, per proseguire a giugno contro gli impianti iraniani di arricchimento dell’uranio; e poi ad agosto contro il Venezuela di Nicolás Maduro; per terminare con il più recente raid in Siria contro quel che resta dei terroristi islamici di Daesh.
Tuttavia, come dimostrano altri teatri di guerra africani come quello somalo, decenni di bombardamenti non hanno impedito ai gruppi armati locali di rafforzarsi, per cui ha senso intervenire solo qualora sia possibile il dislocamento permanente sul terreno di truppe di interposizione, sostenute da un’intelligence locale efficiente e da iniziative che incidano in profondità sulle reali cause dei conflitti in atto. Dal punto di visto dell’impatto psicologico sulle popolazioni locali, l’intervento dall’esterno in conflitti regionali o nazionali può rivelarsi fortemente controproducente, rilanciando la propaganda jihadista sull’antislamismo dell’Occidente e sulla collusione dei governi africani con potenze nemiche. Sull’argomento, in Nigeria si è già potuta registrare una consistente attività di controinformazione da parte di gruppi locali armati, per cui le vittime dell’attacco non sarebbero stati terroristi, ma persone comuni, in modo da mettere sotto accusa le responsabilità e la legittimità del governo nigeriano.
Al di là della prova di forza “in re ipsa” (che tuttavia ha il suo bell’impatto dimostrativo, in controtendenza con l’eccesso di cautela e d’impotenza dell’Europa) non è chiaro quali formazioni o gruppi terroristici siano stati presi di mira; né quali siano state le loro perdite effettive e il grado di distruzione della capacità operativa. Questo perché, contrariamente al Nord-Est della Nigeria, dove l’insurrezione jihadista è strutturata a partire da Boko Haram e della sua ala dissidente affiliata allo Stato Islamico in Africa dell’Ovest (Iswap, in sigla), la situazione nel Nord-Ovest risulta molto più frammentata, visto che nell’area è attiva una pletora di gruppi armati, composta da reti criminali (o da banditi), fazioni jihadiste emergenti, milizie locali e gruppi armati transfrontalieri che operano tra Nigeria e Niger, tra i quali spicca il famigerato Lakurawa. Ed è quest’ultimo, ritenuto affiliato allo Stato Islamico e con basi operative nel Nord-Ovest della Nigeria e nel Sud del Niger, ad attaccare villaggi isolati sul modello operativo dei Boko Haram. Tatticamente, il raid missilistico americano avrebbe colpito la regione di Sokoto dove la comunità cristiana è in forte minoranza, mentre le vittime dei gruppi jihadisti sono in larga maggioranza musulmane. Al di là della retorica sul conflitto religioso, esiste una verità di sottofondo, ovvero una vera e propria preoccupazione dei servizi di intelligence americani e occidentali sulla rinascita dello Stato Islamico, a partire dalle sue nuove basi africane.
Rimane, tuttavia, da dare una risposta alle seguente questione fondamentale: si è trattato di un raid una tantum da parte statunitense, o al contrario dell’inizio di un coinvolgimento Usa sul medio-lungo termine, in grado di modificare in profondità i rapporti di forza sul campo? Di certo, lo strike missilistico sulla Nigeria fa parte della strategia trumpiana di imposizione della pace attraverso la forza, in cui cioè quest’ultima è la premessa all’avvio di trattative diplomatiche vere e proprie, com’è già accaduto con l’Iran dopo il clamoroso colpo mordi-e-fuggi dei bombardieri B-2 sui siti nucleari iraniani. In fondo, l’arte della negoziazione di Trump (così come da lui scritta ed enunciata negli anni ‘80) è molto semplice: proferire minacce e fissare presupposti di trattativa inaccettabili, in modo da creare profondo disagio nel proprio interlocutore, costringendolo con la forza a sedersi al tavolo del confronto. Purtroppo, storicamente, con gli jihadisti pronti a morire suicidi per la loro folle causa, non c’è da aspettarsi che la strategia di Trump funzioni, a meno di sconfiggerli in battaglia, come è accaduto con l’Isis in Siria e in Iraq. Campa cavallo, vero Europa?
Aggiornato il 08 gennaio 2026 alle ore 10:22
