Quando Vladimir Putin decide di presentarsi non solo come capo del Cremlino ma anche come interprete autorizzato della volontà divina, il teatro dell’assurdo raggiunge livelli che neppure la propaganda sovietica più ispirata avrebbe osato immaginare: nel suo discorso per il Natale ortodosso, tra icone, candele e telecamere ben posizionate, il presidente russo ha spiegato al mondo che i soldati combattono perché “così vuole Dio”, trasformando una guerra di aggressione contro l’Ucraina in una missione sacra, una crociata moderna in cui i carri armati diventano reliquie e i missili strumenti di fede; il problema, però, è che questa narrazione mistico-bellica stride in modo grottesco con la realtà dei fatti, fatta di città ucraine come Kyiv ridotte in macerie, di civili uccisi, di bambini deportati e di un diritto internazionale calpestato con la stessa nonchalance con cui si cita il Vangelo quando serve a giustificare l’ingiustificabile.
Vladimir Putin ha esaltato la missione delle sue truppe. “I soldati russi svolgono sempre la sacra missione di difendere la patria, su ordine del Signore”, ha detto alla fine della messa in una chiesa di Mosca, riferisce la Tass. L’idea che Dio impartisca ordini militari, peraltro sempre coincidenti con gli interessi geopolitici del Cremlino, non è solo teologicamente fragile, è politicamente rivelatore: quando un leader smette di spiegare le proprie azioni con argomenti razionali e ricorre al soprannaturale, significa che anche lui sa di non avere più molto altro da dire; e così l’invasione diventa “operazione speciale”, in un lessico che non cerca di convincere ma di ipnotizzare, di avvolgere la violenza in una nebbia di sacralità per renderla accettabile a un pubblico stanco, impoverito e bombardato da slogan.
È qui che il parallelo con i predicatori armati di Al-Qaeda, di Isis e di tutti i movimenti che hanno invocato guerre sante diventa inevitabile, e non per provocazione giornalistica ma per semplice onestà intellettuale: anche loro parlavano di missioni sacre, anche loro promettevano gloria eterna ai combattenti e orgoglio alle famiglie, anche loro usavano Dio come scudo retorico per non rispondere delle proprie scelte, e il fatto che cambino i simboli religiosi o i riferimenti culturali non modifica la sostanza di un discorso che riduce la fede a carburante ideologico e l’essere umano a strumento sacrificabile. Putin sostiene che i figli dei soldati possano essere “giustamente orgogliosi” dei loro genitori, ma omette di spiegare perché quei genitori siano stati mandati a morire o a uccidere oltre confine, in una terra che non li aveva minacciati, e soprattutto omette di dire come questo orgoglio dovrebbe consolare una vedova o riempire una bara; l’orgoglio, quando viene imposto dall’alto come dovere morale, assomiglia più a una forma di censura emotiva che a un sentimento autentico, perché impedisce di fare la domanda più semplice e più scomoda: per cosa, esattamente, si sta combattendo e morendo?
La risposta divina ha il vantaggio di chiudere la questione: se lo vuole Dio, non si discute, non si dubita, non si protesta, e ogni dissenso diventa non solo antipatriottico ma quasi blasfemo; è una scorciatoia potente, usata da secoli da re, imperatori e capi carismatici quando il consenso vacilla, e non è un caso che emerga proprio ora, mentre la guerra si trascina, le sanzioni mordono e la promessa di una vittoria rapida si è dissolta come fumo d’incenso. C’è poi un’ironia amara nel fatto che questa “guerra santa” venga proclamata in nome del cristianesimo, una religione che nel suo messaggio centrale parla di pace, di amore per il prossimo e di rifiuto della violenza, e che invece viene piegata a giustificare bombardamenti, occupazioni e deportazioni; ma l’ironia diventa tragedia quando si pensa che milioni di credenti vengano invitati ad accettare questa distorsione come normale, come se la fede fosse un accessorio del potere e non, al contrario, un possibile argine morale contro di esso.
Alla fine, il ricorso a Dio non rende la guerra più giusta, la rende solo più cinica, perché usa il sacro per coprire il profano, l’assoluto per mascherare il contingente, e colloca chi lo fa in una compagnia ideologica poco invidiabile, quella di tutti i leader che, incapaci di assumersi la responsabilità delle proprie decisioni, hanno alzato gli occhi al cielo per evitare di guardare le conseguenze a terra; e mentre Kyiv continua a resistere, con la sua lingua, la sua identità e la sua dignità, resta l’impressione che la vera blasfemia non sia dubitare di queste parole, ma pronunciarle credendo che possano ancora ingannare qualcuno.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
Aggiornato il 07 gennaio 2026 alle ore 10:15
