Iran: l’eco venezuelano preoccupa più delle proteste

Lo sfratto al regime degli ayatollah sta bussando alla porta? Gli “avvisi” sono stati molti, soprattutto dopo l’assassinio di Mahsa Amini nel 2022 ad opera della “Polizia morale” e company, braccio sadico del regime iraniano. Ma il lontano, ma vicinissimo, echeggiare dei fatti del Venezuela, sicuramente accentua il volume dei colpi che scandiscono un inevitabile sloggiamento dei cupi attori che da quasi 50 anni soffocano il popolo iraniano. Tanto è che una singola protesta scaturita una settimana fa da parte dei negozianti nel gran bazar di Teheran, contro il gravoso crollo dell’economia iraniana, si è espansa rapidamente in oltre 20 delle 31 province iraniane. Le manifestazioni caratterizzate da un crescente coraggio, hanno coinvolto studenti, commercianti e cittadini, che spinti da un abissale diversità di concezione della vita, rispetto all’oppressivo regime, ormai non temono di subire ritorsioni, consci dell’attenzione internazionale, ma anche di evidenti congiunture che spingono verso una ormai organizzata alternativa al governo degli ayatollah.

Ma quali sono, ad oggi, i colpi che fanno tremare l’ormai scheletro del regime? Indubbiamente, la Repubblica islamica è uno dei Paesi più sotto sanzioni al mondo. Queste, rappresentate da numerose restrizioni internazionali, congelano gli asset depositati all’estero, ma soprattutto impediscono al sistema economico iraniano di accedere ai mercati finanziari internazionali. Quindi il Paese è fortemente dipendente dalle importazioni, fattore che influisce negativamente sul contesto generale accrescendo l’inflazione. Così il rial iraniano in sei mesi ha avuto un crollo del 57 per cento rispetto al dollaro: un dollaro oggi vale circa 42mila rial. La realtà è che, ad esempio, il costo dei prodotti caseari è aumentato di sei volte, quello di altri generi alimentari decuplicato solo in questo ultimo anno. L’unico controllo sui prezzi ad oggi il regime lo esercita solo sul costo dei carburanti. Inoltre, l’Iran è obbligato a sostenere una “economia di guerra”, comunque congenita nel quadro economico della dittatura teocratica, che aggrava la zavorra socio-economica generale. Comunque, le proteste aggrediscono ogni aspetto del sistema statale, dalle sedi della Pubblica Amministrazione alle banche, e nell’area curda-iraniana anche stazioni della polizia. Decessi sono stati segnalati ad Azna e a Kouhdasht, nell’Iran centrale; a Lordegan, nell’Iran sudoccidentale. Ma anche altre vittime si sono osservate in vari scontri tra manifestanti e polizia, come riportato anche dall’agenzia di stampa iraniana Fars.

Ma come sta reagendo il governo? Dopo i tumulti a seguito della morte di Masha Amini le risposte erano state cruente, segnate dalla morte di manifestanti, incarcerazioni e violenze di ogni genere su donne e uomini. Tuttavia, finora, nonostante una serie di scontri tra manifestanti e forze di sicurezza, il governo di Masoud Pezeshkian sta evitando di rispondere con una violenta repressione, dando l’idea di volere ascoltare le richieste dei dimostranti. Forse un evidente segno di debolezza? Intanto, il governo, la settimana scorsa ha nominato un nuovo governatore per la Banca centrale iraniana, Abdolnaser Hemmati, ex ministro delle Finanze, che ha dichiarato di impegnarsi per riportare una stabilità economica dopo il crollo del rial. Contemporaneamente, il ministro dell’Istruzione superiore ha licenziato i responsabili della sicurezza dei campus universitari di Teheran e di altri importanti atenei. La motivazione, come riferiscono i media locali, è dovuta alla sbagliata gestione delle recenti proteste studentesche.

Tuttavia l’ayatollah Khamenei, il 3 gennaio, in una sua lugubre allocuzione in occasione di una festività sciita legata alla nascita del primo imam sciita Alì, ha definito giuste le richieste economiche dei manifestanti, assicurando che sia il governo che le autorità competenti stanno operando affinché si possa risolvere la questione in breve tempo. Ha altresì affermato che si sta cercando dialogo con i manifestanti, ma che i rivoltosi avranno un trattamento adeguato: “Devono essere rimessi al loro posto”. Comunque, la tenebrosa teocrazia non solo sta perdendo facilmente il controllo all’interno del Paese, nonostante il crescente impegno dei Pasdaran, della Polizia morale e dei Basij, ma è nel mirino di Donald Trump che ha promesso di intervenire in caso di violenze sui manifestanti.

Dopo la cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro la situazione globale è cambiata. Ora non può escludersi nemmeno un intervento statunitense in Iran finalizzato a un cambiamento del regime. Tanto è che il sito web statunitense Axios a fine settimana scorsa ha riportato la notizia che The Donald e Benjamin Netanyahu hanno ragionato su ulteriori attacchi contro l’Iran, e contro il suo alleato libanese Hezbollah.

Aggiornato il 08 gennaio 2026 alle ore 10:27