Il segretario di Stato americano, Antony Blinken, dopo Josep Borrell ha affermato che, senza un accordo sul finanziamento del Fondo monetario internazionale (Fmi) alla Tunisia, il rischio di crollo del Paese nordafricano è alto.
La Tunisia è in crisi economica e sociale da prima dell’avvento al potere dell’attuale presidente, Kaïs Saïed, avvenuto nel 2021. Dalle rivolte della Primavera araba del 2011 i tunisini hanno attraversato un decennio in attesa di “qualcosa di democratico”, che ancora non è arrivato. Infatti, adesso i principali partiti di opposizione denunciano una grave deriva autoritaria, che sta cancellando quella traccia, appena accennata, di pseudo-democrazia tunisina scaturita proprio dalle speranze nate da quelle ribellioni.
Al momento, la Tunisia è sull’orlo del baratro economico; sta puntando da mesi a ottenere quasi due miliardi di dollari di finanziamento dal Fondo monetario internazionale. Tuttavia, questo mercanteggiamento si nutre di troppe incertezze: la poca stabilità del Governo in carica e il rischio che questa enormità di dollari possano prendere, come spesso accade, strade non utili alla “causa”, non agevolano negoziati costruttivi. Inoltre, la deriva autoritaria del presidente, rappresentata da una riforma costituzionale liberticida di quelle “emancipazioni” già molto condizionate, e le sue affermazioni sulla presenza di un complotto teso a sovvertire la natura arabo-islamica della popolazione tunisina, contribuiscono a delineare uno stato di probabile poca lucidità di Saïed. O la volontà di creare caos.
Questi sospetti di complotto e le “compulsioni totalitarie” stanno mettendo in pericolo ogni forma di comunicazione, che esce dallo stretto perimetro tracciato da quelli che il presidente individua come i margini della “sicurezza nazionale”. Così, ora è diventato rischioso per ogni soggetto che si occupi di politica, o che sia un attore nella società tunisina, avere contatti con le autorità occidentali. Questa problematica è emersa dopo che diverse personalità mediatiche e politiche sono state travolte da una recente ondata di arresti: tutti accusati di essere cospiratori e complottisti. Secondo quanto emerge dalle motivazioni di tali fermi, l’inchiesta conduce alla convinzione che tali personaggi-cospiratori avrebbero tessuto contatti con diplomatici stranieri, con l’intento di minare “la sicurezza esterna dello Stato”. Tra questi diplomatici stranieri, che avrebbero fatto da spalla al disegno cospiratorio dei nemici interni dello Stato, si annovera l’attuale ambasciatore francese in Tunisia e il suo predecessore rimasto in carica fino al 2020, solo per citare quelli ritenuti dal regime i più “pericolosi”.

I capi accusatori si appoggiano su oltre venti articoli del codice penale tunisino e sulla legge contro il terrorismo e il riciclaggio. Tali accuse hanno poco fondamento, ma il loro “peso penale” è tale che, anche in presenza di una “sfumatura di reato”, acquisiscono un valore determinante; infatti, si configurano come reati contro il Presidente della Repubblica, in questo caso contro il giurista-legislatore Kaïs Saïed, come azioni contro la sicurezza interna ed esterna dello Stato. E come atti di terrorismo. A seguito di queste indagini, sono state arrestate poco meno di venti persone tra politici e comunicatori, tutti accusati dei reati sopra descritti. E adesso rischiano anche la pena capitale. Altri, invece, sono stati posti agli arresti domiciliari e tenuti sotto stretta sorveglianza.
Già a febbraio erano stati arrestati dalle forze di sicurezza tunisine l’influente imprenditore Kamel Eltaïef e Abdelhamid Jelassi ex leader del partito islamo-conservatore Ennahda, oltre al fondatore del think tank Joussour, Khayam Turki. Successivamente, anche Noureddine Boutar, direttore dell’emittente radiofonica privata Mosaïque, e molte altre personalità politiche del mondo della cultura e dell’informazione. Tutti con le medesime accuse. Lo scopo di questi arresti, eseguiti contemporaneamente e relativi soggetti non legati tra loro, né da legami politici, né da interessi comuni, ha avuto lo scopo di “somministrare” alla società l’impressione di una cospirazione coordinata e strutturata.
Dalle informazioni trapelate da alcuni documenti inerenti gli interrogatori, in possesso anche della stampa tunisina – sintomo questo di una certa inaffidabilità degli inquirenti – risulta che a tutti gli arrestati sono state poste le stesse domande, tra queste “avete organizzato incontri con diplomatici?”; “sei mai stato in un’ambasciata?”; “chi ti ha autorizzato a incontrare rappresentanti di Paesi stranieri quando non hai uno status ufficiale?”. La costruzione dei capi di accusa degli inquirenti si è basata su azioni di spionaggio eseguite su centinaia di iPhone: registrazioni, screenshot di conversazioni sulla messaggistica, oltre a liste di contatti e “pizzini” trovati nelle abitazioni degli imputati.
Ora ci si può chiedere: una tale modalità di repressione del “libero pensiero”, basata sulle classiche “menzogne da regime”, può essere un fattore determinante per riflettere sull’erogazione, da parte dell’Fmi, di quasi 2 miliardi di dollari, somma che sarebbe gestita dall’architetto di tali congetture? E se questi fondi servissero a mettere dei puntelli alla vacillante struttura governativa di Saïed, allungando l’agonia dei tunisini e accelerando la migrazione incontrollata che chiaramente non è in grado di gestire?
La Tunisia va sicuramente aiutata, per supportare l’Italia nel fronteggiare “l’invasione migratoria”, ma non con finanziamenti dati sulla fiducia e su un’evidente inaffidabilità politica, dove il sentiero verso il baratro sociale pare il percorso più certo.
Aggiornato il 05 aprile 2023 alle ore 10:10
