Quanti siamo a danzare la “War Dance”? Pochini e senza piume: quelle le hanno solo i capi sioux dell’America del Nord (filotrumpiani), o stanno cucite invisibili sui turbanti degli ayatollah che, come Donald Trump, non sanno come finire una guerra da loro stessi iniziata decenni fa contro l’Occidente e condotta nel modo più subdolo possibile, finanziando e armando feroci milizie islamiste (Hezbollah in testa), chiamate eufemisticamente proxy. Che poi sono ben più che prossime, visto che i libanesi sciiti sono entrati a pieno titolo nelle trattative Iran-Usa, associati ai destini della guerra in un articolo del MoU, che non è una caramella gommosa ma nientemeno che il preaccordo (“Memorandum of Understanding”) di tregua tra Teheran e Washington, divenuto un frutto appassito. Ma se Trump è inciampato su Hormuz, il suo sodale Vladimir Putin si è messo da solo in trappola sognando di annettere l’Ucraina o, almeno le sue regioni russofone. Facendo il capolavoro storico alla rovescia di far rinascere dalle ceneri del 1945 nientedimeno che l’impero prussiano, con Berlino che ha programmato la riconversione rapida del suo supercolosso metalmeccanico al servizio dell’industria della guerra e del riarmo, alla quale la Germania ha deciso di destinare finanziamenti pluriennali per un triliardo di euro, grazie al suo basso indebitamento pubblico pregresso. Il fatto più clamoroso, però, è rappresentato dalla circostanza che è stata l’Ucraina a cambiare il volto della guerra moderna, sviluppando una tecnologia avanzata dei droni che ha portato l’attacco nel cuore della Russia putiniana, oggi in grande difficoltà per assicurare le forniture di carburante agli stessi cittadini russi. Non solo: da ventisette nanetti, sotto la minaccia concreta di invasione delle frontiere esterne (Paesi baltici, in particolare) da parte russa, alcuni di loro si sono scoperti futuri giganti ed eroi resistenti antirussi, auto-proclamandosi i “volenterosi”.
Nel senso che i Paesi che vi si riconoscono accettano di svolgere un ruolo di pesce pilota nel pesante riarmo di una Nato tutta europea, senza più l’America egemone, stanca degli enormi costi storici sostenuti per il mantenimento della sua Pax americana degli ultimi otto decenni. A tal fine, è stata varata la così detta “coalizione anti-balistica”, di cui fanno parte Danimarca, Francia, Germania, Italia, Francia, Paesi Bassi, Norvegia, Spagna, Svezia, Regno Unito e Ucraina, con quest’ultima che ormai rappresenta di fatto il più forte esercito europeo. Con la recente kermesse della sfilata militare a Parigi per il 14 luglio, celebrato a ridosso del vertice Nato di Ankara, si sono stabiliti alcuni principi come il sostegno incondizionato all’Ucraina (sempre che Trump mantenga la promessa di concedere a Kiev la licenza per la fabbricazione dei Patriot, avvantaggiandosi poi di ritorno dei costi ridotti per unità prodotta), e la realizzazione di uno scudo missilistico comune per difendersi dalle aggressioni esterne (della Russia). Ovviamente, il patrocinio dell’iniziativa dei volenterosi allargati da parte di Emmanuel Macron è strumentale a ridare ossigeno alla asfittica industria degli armamenti francese, promettendo a Volodymyr Zelensky la fabbricazione sotto licenza dei missili Scalp e delle bombe a caduta guidata A2Sm. L’urgenza per Kiev di rafforzare le proprie difese missilistiche è tragicamente documentato dalla permeabilità attuale dei cieli ucraini, che ha visto andare a bersaglio quasi tutti i missili supersonici russi, del tipo Iskander, che volano a circa 7mila chilometri orari e sono molto difficili da intercettare, a causa dell’alta velocità a fine traiettoria che li caratterizza. La Russia (fonte: Le Figaro) sarebbe in grado di produrne 60 esemplari al mese, sufficienti a terrorizzare stabilmente la popolazione civile ucraina, che ne subisce da tempo le conseguenze devastanti. Quindi, anche se le licenze promesse per la fabbricazione domestica degli intercettori più avanzati, europei e americani, fossero già operative da domani, a Zelensky servirebbero comunque parecchi mesi per avviarne la produzione a regime.
Intanto, però, Kiev si è portato molto avanti (divenendo una star mondiale, alla quale guardano con grande attenzione Nato e Usa) nel campo dei robot di terra, formando interi battaglioni di automi su ruote che svolgono i compiti più disparati (pericolosi e ingrati, nel caso di umani). Così, si vedono all’opera sui campi di battaglia droni che trasportano autonomamente rifornimenti e munizioni, evacuano i soldati feriti, stendono mine sul terreno e, sempre più spesso, conducono ogni mese migliaia di missioni di guerra. La loro presenza silenziosa, quanto preziosissima, è divenuta ben presto uno strumento di efficace potenza per i reparti di terra, costretti a stare per lunghi periodi in trincea, tagliati fuori dal resto del mondo, tentando di ripararsi dagli attacchi dei droni russi. Varrà certo il detto “fare di necessità virtù”, ma è anche vero che gli ucraini, soprattutto nelle fasce più giovani e creative degli appassionati di It (Information Technology), hanno messo a punto tutta una serie variegata di sistemi robotici (“Ground Robotic System”), posti alla testa delle unità di fanteria per svolgere i lavori più pesanti e pratici, praticando il giusto assemblaggio per far funzionare al meglio le attività connesse, fino a coprire in automatico l’80 per cento dei lavori manuali.
E poiché quando si ha tutto da perdere, allora vale la pena di rischiare tutto ciò che si ha, l’Ucraina si è dovuta inventare strumentazioni di ogni sorta pur di non soccombere, come quadricotteri (droni a 4 bracci) ottenuti con stampanti 3D, molto più preziosi dei fucili sulla linea del fronte. Per non parlare poi dei sempre più sofisticati droni navali, in grado di fermare e costringere al ritiro in porti sicuri la flotta russa nel Mar Nero. Alcuni dei modelli più efficaci di droni intercettori (droni-antidrone) sono stati inviati di recente in Medio Oriente per fermare gli attacchi iraniani degli Shahed. I Ground robot (più piccoli di un pickup e difficili da individuare dall’alto) hanno avuto il massimo successo laddove il terreno di battaglia era ingombro di detriti, sostituendo progressivamente le truppe di terra facili prede dei droni d’attacco russi. Il che è di vitale importanza quando si è in netta inferiorità numerica (la popolazione russa è circa cinque volte superiore a quella ucraina) e la vita di ogni soldato è preziosa. Certo, i robot soffrono di evidenti limiti quando si tratta di muoversi nel fitto della boscaglia, scalare un albero o saltare un fosso, ma è possibile miniaturizzare le loro difese aeree per difenderli dagli attacchi dall’alto. E spesso capita che i soldati ucraini siano vittime di fuoco amico, dato che il Ground drone fa fatica a riconoscere le mimetiche dei soldati di Kiev da quelle del nemico. Anche se alcune macchine sono oggi in grado di far prigionieri soldati nemici che si arrendono, e scortarli fino alle postazioni ucraine. “La guerra, dice un ufficiale di Kiev, è una sperimentazione senza fine”. Tali e quali a noi, non trovate?
Aggiornato il 17 luglio 2026 alle ore 12:55
