Il Rubicone di Macron, l’anatra zoppa

Che cosa succede in Francia? Semplice: la Patria di Re Sole è diventata un po’ simile all’Italia, dato che per la prima volta dal 1988 l’esito delle elezioni di domenica 19 maggio non ha individuato una maggioranza assoluta in seno al Parlamento francese. Pertanto, il presidente appena rieletto sarà obbligato a scegliere tra le seguenti alternative: Governo di coalizione o, in alternativa, di minoranza; scioglimento anticipato dell’attuale Parlamento rinnovato. Siamo arrivati a questo punto per almeno due gravi errori di Emmanuel Macron. Il primo: aver dato forza alle due ali estreme dello schieramento, anche a seguito dell’atteggiamento arrogante da lui tenuto nei confronti della Marine Le Pen, sua sfidante al ballottaggio per la seconda volta di seguito. Questa postura terribilmente royale è apparsa fin troppo segnata dalla sicurezza che viene offerta al presidente-banchiere dal sostegno esplicito e implicito dei “Poteri forti” della finanza internazionale e dei settori economico-finanziari di Bruxelles. Macron ha così pericolosamente sottovalutato il fatto che la paura delle ali estreme, di destra come di sinistra, sulla quale ha fatto cieco affidamento, poteva benissimo essere superata, com’è oggi accaduto, dall’accavallarsi delle crisi sul tipo di quelle in atto, in cui si sommano disagio sociale, scarsa sicurezza e inflazione crescente, che hanno spinto molti elettori a scavalcare il Rubicone, per schierarsi nettamente pro-Le Pen o pro-Jean-Luc Mélenchon.

Probabilmente, i loro rispettivi ranghi si sono avvantaggiati di quella protesta sociale che il monopolio del potere presidenziale ha suscitato con le sue politiche liberiste, con particolare riferimento sia all’aumento dei prezzi sui carburanti inquinanti, da cui ebbe origine la protesta infinita dei gilet gialli; sia alle politiche rigoriste di contenimento del debito pubblico e all’innalzamento dell’età pensionabile a 65 anni. Anche la politica estera ha avuto un ruolo in questo tentativo di Macron di conciliazione tra gli interessi della Francia e quelli dell’Europa, in cui ha sostenuto la necessità di un atteggiamento moderato nei confronti di Vladimir Putin e della Russia. Sarà per questo che non pochi elettori francesi hanno scelto “l’originale”, dividendo i loro voti pro-russi tra i putiniani puri e duri del Rassemblement National di Le Pen, e quelli vetero-stalinisti dei comunisti, presenti (in una sorta di “fritto misto” della sinistra) nell’alleanza elettorale di Nupes (Nuova unità popolare ecologista e sociale, ma che fa pericolosamente rima con “Dupes”, o inganni). Quest’ultima, però non ha nulla in sé di organico, dato che le sue componenti rosaverdi non disdegnerebbero, con ogni probabilità, qualche robusta cadrega ministeriale o, al limite, trarre adeguato vantaggio da un “appoggio esterno” a un eventuale governo di minoranza del presidente.

L’altro gravissimo errore di Macron è stato di credere che il culto della personalità lo avrebbe sostenuto anche per il secondo mandato, senza capire che il decisionismo (a Milano si direbbe “faso tuto mi”) non può mai essere di lunga durata, a causa degli errori e degli accidenti che lastricano sempre e comunque i percorsi degli uomini soli al comando, costretti però (vedi anche il caso americano!) a rimanere all’interno di una democrazia parlamentare in cui gli elettori hanno anche altri strumenti e occasioni elettorali per fartela pagare, oltre all’elezione diretta del presidente. E sfortunatamente per lui, nello scorso quinquennato Macron si è fin troppo affezionale all’immagine iper-royale de “La France c’est Moi!”, senza mai veramente confrontarsi con le istanze delle categorie sociali e con le loro rappresentanze locali e nazionali. Come finirà, dunque, vista la mancanza di esperienza e di attitudine del sistema francese a formare governi di coalizione, ai quali però stavolta non ci si potrà sottrarre, visto che ai 245 seggi del partito di Macron, Renaissance, ne mancano 44 per raggiungere la maggioranza assoluta di 289 sul totale di 577 seggi? La soluzione sarà per la prima volta all’italiana, mettendo assieme macroniani e gaullisti, dato che questi ultimi dispongono de ben 61 seggi strategici all’Assemblèe Nationale? Si deve solo sperare, in tal senso, che i Républicains gollisti rinuncino a vendicarsi per ora di Macron, sedendo al tavolo di un governo di coalizione di centro destra, in cambio di adeguate contropartite e poltrone ministeriali di peso.

Certo, Macron non è personaggio da compromessi e farà senza dubbio molta fatica ad accettare il ridimensionamento della sua agenda di riforme, che si era impegnato ad attuare con gli elettori, anche se rimane evidente a chiunque che la sua riconferma non è dipesa dai punti enunciati nel suo programma elettorale, ma dalla scelta capestro cui hanno dovuto sottostare gli elettori francesi moderati, che si sono sentiti obbligati a sbarrare la strada alla presidenza di destra della Le Pen. In tal senso, Macron dovrà cedere qualcosa sia sulla riforma delle pensioni (trovando un compromesso per l’età pensionabile a 63 anni), sia sul rigore di bilancio, in modo da trovare sufficienti risorse per sussidiare cittadini e lavoratori in grande difficoltà, a causa dell’inflazione e della conseguente perdita del potere di acquisto delle fasce meno abbienti della popolazione francese. In alternativa, Macron potrebbe provvedere con un Governo di minoranza trovando di volta in volta i voti necessari per l’approvazione delle sue riforme. Alla lunga, in caso di eccessivo logoramento di un governo di questo tipo, Macron potrebbe tra un anno o al massimo diciotto mesi sciogliere di nuovo il Parlamento. Il che, rappresenta lo scenario più probabile, data la scarsissima attitudine al compromesso dei Partiti dell’opposizione. Ma, al contempo, questo verrebbe a dire ai francesi che non hanno saputo fare le scelte giuste con il loro ultimo voto, aggravando così il già vistoso deficit democratico attestato dall’astensionismo dilagante.

Anche il ricorso al deficit spending per rimanere all’Eliseo potrebbe poi alienare alla Francia il favore degli investitori internazionali. Unico sbocco, quindi, l’alleanza con i gaullisti, che parte con almeno due punti forti in comune: l’orientamento pro-business e la condivisione della necessità di ridurre la pressione fiscale per favorire produzione e competitività delle imprese. La vera novità, però, è rappresentata dal fatto che, malgrado il sistema a doppio turno, i Partiti che si sentivano notevolmente sotto rappresentati, a causa dell’assenza di un sistema proporzionale puro, sono stavolta riusciti a eleggere centinaia di loro parlamentari, dando così voce a molti elettori che avevano perduto ogni illusione di poter contare con il loro voto. Però il punto non è questo. O almeno, non solo. Anche qui, la crisi dei Partiti e della democrazia rappresentativa è netta. Nessuno che risponda seriamente alla domanda “ma che cosa c’è, all’interno di quel 50 per cento e passa di astensionismo, come stratificazione sociale, aspirazioni e bisogni non presi in carico dalla politica; di disagio sociale puro, e così via,”? Non se ne verrà mai fuori fin tanto che l’attività di polling continuerà a essere appannaggio dei cacicchi specializzati del settore che, ogni volta, fanno quello che vogliono giocando con le metodologie e gli standard della scelta dei campioni (sempre poche migliaia di sondati).

A meno di fare sul serio, come proposto in “La statistica del potere: per un sondaggio in più”, di recente pubblicato su L’Opinione, e procedere al sondaggio selettivo sull’intero universo dei cittadini di una determinata Nazione, in base a procedure fissate da un apposito regolamento di legge. Di certo, non dovranno né potranno essere dei privati imprenditori o investitori a costruire, né tantomeno a gestire il Big-data relativo, che necessiterà di un ferreo controllo da parte delle competenti Commissioni parlamentari affari costituzionali, chiamate de iure condendo a vigilare su di un’autorità indipendente, le cui decisioni amministrative potranno eventualmente essere impugnate presso la competente giurisdizione amministrativa. Per capire “Chi siamo noi” serve, ahimè, anche stavolta un algoritmo!