“Rotten Pacifism”, Kiev come Monaco 1938

Chi muove la stucchevole diatriba della pace a ogni costo? Risposta: il “Rotten Pacifism” (o pacifismo inacidito), per dirla in inglese. Secondo i suoi esegeti, l’aggredito deve in ogni modo ricercare la trattativa con l’aggressore, anche se quest’ultimo non ne vuole sapere di intavolare colloqui di pace con la sua vittima, prima di aver raggiunto tutti, o gran parte degli obiettivi militari che si era prefissato. Ne abbiamo un esempio drammatico con la decisione presa da Vladimir Putin, che il 24 febbraio ha dato l’ordine scellerato di invadere una Nazione democratica e sovrana, negando a orizzonte pieno (ai leader mondiali che lo supplicavano) di volersi sedere al tavolo della trattativa con Volodymyr Zelensky prima di aver “liberato” almeno l’intero Donbas.

In pratica, se avessimo assecondato i nostri pacifisti au-caviar della prima (mala) ora, ci saremmo ritrovati con Kiev occupata a far data dal quarto giorno dall’inizio dell’invasione, tornando così alla casella di partenza di Monaco 1938, che diede luogo alla famosa invettiva di Winston Churchill contro i propri sottoscrittori (Inghilterra e Francia, per le democrazie occidentali) di quel patto scellerato: “Potevate scegliere tra il disonore e la guerra. Avete scelto il disonore, avrete la guerra”.

Anche perché l’Occidente, con l’Ucraina annientata e l’Europa con le mani alzate, si sarebbe ritrovato esattamente al punto di partenza di quel 1938, non dissimile a quello della crisi dei missili di Cuba del 1963, con alle porte dei confini europei le testate nucleari russe. L’opposto del “rotten” è invece il pacifista dissidente, che ha piena coscienza di dover fermare un violento che aggredisce un inerme, arrestandolo e neutralizzandolo comunque sia per impedirgli di commettere un grave delitto. Poiché non è possibile negare un fatto oggettivo (ovvero: l’Ucraina è il Paese invaso, e la Russia è il Paese invasore), allora si trasforma l’aggredito in un burattino di un’altra grande potenza, come gli Usa, oggettivamente competitor e avversario mondiale della Nuova Russia.

Al Grande Vecchio di Washington si attribuisce così, a torto o a ragione, la volontà (geostrategica) di manipolare la resistenza ucraina per demolire le resistenze e la capacità armata del suo (di nuovo!) nemico planetario. Come dire: non devi immischiarti se un prepotente massacra un innocente, perché ci puoi rimettere anche tu. E, infatti, l’Europa, anello debole delle relazioni internazionali di potenza (con quegli altri che fanno sfoggio delle loro armi e non temono di usarle), soggiace pienamente al ricatto energetico di Putin visto che, avendo messo in primo piano come unico valore la sua supremazia nei commerci mondiali e il suo benessere materiale, non può tollerare nessun sacrificio che limiti la propria crescita economico-industriale.

Muovendosi in ordine sparso, per accaparrarsi aste di forniture di gas e petrolio sui mercati energetici, i Paesi membri della Ue si impoveriscono a vicenda, anziché creare una centrale di acquisti comune per spuntare prezzi e contratti migliori a livello internazionale. Si litiga, anziché creare un Fondo finanziato con bond europei, sul tipo del Next Generation Fund, per garantire le dovute compensazioni (come già avvenuto a sostegno degli Stati dell’Ue più colpiti dalla pandemia) per i membri che non possiedono oggettivamente una sufficiente flessibilità per affrancarsi nel breve-medio periodo dalla dipendenza energetica con la Russia. 

Ma, il vero black hole dell’ideologia fallata del rotten pacifism a ogni costo sta nel non voler prendere atto che centinaia di milioni di cittadini russi non solo condividono la guerra scatenata dal loro Leader Maximo contro un Paese democratico, ma ritengono addirittura che l’Ucraina sia fascista e, pertanto, debba fare la stessa fine di Cartagine, perché poi assieme a lei Delenda est anche la costellazione delle democrazie liberali, scristianizzate, decadenti e moralmente malate. Ora, tutti i pacifisti a oltranza e le loro larghe schiere di fiancheggiatori dovrebbero dirci, dal punto di vista pratico chi, come e quando (e di certo non l’Onu, un’istituzione fallita, disarmata e per di più completamente paralizzata e impotente) dovrebbe difendere nel mondo i diritti degli oppressi e dei derelitti.

Chi, per esempio, e con quali mezzi “pacifici” renderà dunque giustizia alle donne afgane, costrette a scomparire dalla scena pubblica del proprio Paese, rimanendo illetterate e schiave dei loro uomini oppressori? Che si fa, in proposito? È legittimo voler dare agli oppressi il modo di ricacciare (non solo metaforicamente!) a cannonate l’invasore armato e l’oppressore ideologico? E qual è l’alternativa praticabile, quando né il popolo aggredito, né quello aggressore hanno maturato il sentimento e l’esigenza della pace? Li si lobotomizza, rimuovendo fisicamente in loro le ragioni dell’odio reciproco? E se gli ucraini avessero deciso comunque di combattere a mani nude, il rotten pacifism li avrebbe aiutati o si sarebbe accontentato del loro sangue? Questo per i commenti ormai scontati, conseguenti alla necessità di mantenere in primo piano i principi etici e morali della lotta contro l’aggressore.

Le relazioni internazionali, tuttavia, soprattutto in materia di mediazione dei grandi conflitti armati, hanno necessità di Fatti, per cui quello maggiormente atteso, prima di avviare le Cancellerie sui territori neutri della trattativa, è il responso del campo di battaglia. In tal senso, il Punto “X” di caduta si coagulerà sul convincimento dei contendenti della necessità di raggiungere un accordo in base al principio di “non-vittoria” per entrambi, quando cioè non si sarà più disposti a veder salire il proprio livello di danno. La Russia rinuncerà a fare dell’Ucraina uno stato vassallo, e Kiev si amputerà di una porzione di territorio per mettere fine alla gangrena della guerra che la sta consumando. In questo quadro, “X” rappresenta quello si potrebbe definire l’equilibrio delle rovine: enormi macerie e distruzioni, con decine di migliaia di perdite di civili e militari per l’aggredito; usura delle forze, perdita di migliaia di mezzi e di molti uomini per l’aggressore, per cui per quest’ultimo diventa difficile, con il crescere del numero dei caduti, continuare a vendere politicamente alla propria opinione pubblica l’idea di una “Operazione Speciale”, ormai divenuta guerra aperta.

A meno che, una volta risolta la questione della dipendenza energetica dell’Europa dalla Russia, a tenere ancora in piedi per molto tempo uno scenario di guerra a bassa intensità (sul modello già sperimentato dagli Usa della resistenza irakena e afgana) ci siano altri interessi strategici e geopolitici, come un “regime-change” a danno di Putin e l’indebolimento congiunto di Mosca e Pechino attraverso il progressivo de-coupling politico ed economico tra Eurasia e Occidente.

Anche perché, obiettivamente, in Ucraina si trovano oggi a collidere le due grandi piattaforme continentali del liberismo democratico e dell’illiberalismo autocratico, totalmente de-ideologizzate rispetto allo schieramento della Prima guerra fredda, che aveva visto su fronti contrapposti il comunismo e l’anticomunismo, dato che l’Occidente non ha mai avuto un testo ideologico che facesse da contro-Manifesto a quello di Marx ed Engel del XIX secolo.

Come la Roma della decadenza imperiale, la nostra civiltà ha smarrito il senso dell’uso della forza, limitandosi a sviluppare un’idea molto fluida e anti-identitaria di Stato di Diritto (contrapposto, quindi, allo Stato-Nazione) e di Mercatismo, per cui “tutti gli uomini sono uguali nel desiderio illimitato di consumo”. La Russia di Putin (e con lei molti altri suoi alleati di fatto e di diritto) ci dicono che la nostra è la strada sbagliata e per farcelo capire l’Ucraina non è che un inizio! Perché, poi, senza la Forza, chi difenderà il Buon Diritto?