Turchia leader nel mercato dei droni da guerra

Come è noto il ruolo militare della Turchia è stato decisivo almeno su quattro fronti di crisi: quello siriano, quello libico, quello del Mediterraneo orientale e quello del Nagorno Karabakh. Le armi che hanno permesso ad Ankara di determinare la superiorità delle truppe azere su quelle armene in Nagorno Karabakh, come l’esercito di Tripoli su quello di Bengasi, in Libia, sono stati i mercenari ma soprattutto i droni. Infatti la strategia militare turca, negli ultimi anni, si è orientata sullo sviluppo di veicoli senza pilota, aprendo un mercato dei suoi prodotti anche nell’Europa centro-orientale.

Uno dei suoi prodotti militari di punta è il drone da combattimento Anka, costruito dalla compagnia aerospaziale turca, di proprietà statale, che ha dato il suo meglio nelle imprese in Siria, Libia e Nagorno Karabakh. Dopo questi successi i droni turchi vanno a ruba, riscuotendo un clamoroso consenso soprattutto tra i Paesi ex sovietici. I clienti più affezionati sono Ucraina e Azerbaigian. Il presidente polacco Andrzej Duda, a fine maggio, ha stipulato un contratto con Ankara per l’acquisto di dodici droni Bayraktar Tb2, destinati all’esercito polacco desideroso di acquisire “velivoli lenti” tecnologicamente aggiornati. In quella occasione il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha dichiarato che la Turchia è nei primi quattro posti dei produttori mondiali di droni. Ismail Demir, capo della Ssb, l’agenzia governativa che sovrintende all’industria della difesa nazionale, ha aggiunto che “in termini di rapporto qualità-prezzo siamo i migliori”.

Il vice primo ministro lettone e ministro della Difesa, Artis Pabriks, durante un incontro ufficiale ad Ankara, a giugno, visitando i laboratori (visitabili) della società privata Baykar, il cui direttore tecnico è Selçuk Bayraktar, genero del presidente turco Erdogan, ha elogiato l’alto livello di ricerca e sviluppo dell’industria della difesa turca. La Lettonia ha già programmato l’acquisto di droni da combattimento Bayraktar Tb2, manifestando pubblicamente la necessità di una cooperazione militare “costruttiva” con la Turchia, che ricordo è membro della Nato, considerando che la Lettonia è componente dell’Unione Europea e dell’Alleanza Atlantica.

In meno di un decennio la Turchia è diventata uno dei più importanti produttori di droni del mondo, insieme a colossi tecnologici come Stati Uniti, Israele e Cina. Nel 2020 i suoi Uav (veicoli aerei senza pilota), efficienti ed economici, sono stati determinanti nel rovesciare le sorti di tre conflitti, mettendo fuori uso sistemi di difesa aerea, veicoli blindati, carri armati, depositi di armamenti e munizioni delle forze avversarie in diversi teatri operativi. Inoltre, questi successi hanno rafforzato l’immagine della Turchia sullo scenario geopolitico e strategico.

Nel giugno 2020, in Libia, l’utilizzo dei droni Tb2 e dei droni kamikaze Kargu, prodotti dalla Ostim Technopark, hanno contribuito alla disfatta dell’esercito nazionale libico del maresciallo della Cirenaica, Khalifa Haftar, distruggendo le sue speranze di conquistare Tripoli, a beneficio del Governo di unità nazionale della Tripolitania, Faïez Sarraj, supportato da Ankara.

A marzo dello stesso anno a Idlib, il Tb2 distrusse diversi sistemi di difesa aerea Pantsir di matrice russa, nonché armamenti e installazioni dell’esercito siriano fedele a Bashar Al-Assad, che, nonostante il supporto aereo russo, ha dovuto rimandare la riconquista dell’ultima roccaforte della ribellione, nel Nord-Est della Siria. Infine, nell’autunno del 2020, questi stessi Tb2 hanno permesso alle forze azere, supervisionate ed equipaggiate dall’alleato turco, di neutralizzare buona parte della difesa aerea, dell’artiglieria e degli armamenti armeni.

Un altro obiettivo delle strategie turche è quello di importare nel Mediterraneo crisi ad esso esterne, soprattutto dal Golfo Persico e dall’Asia, con nuovi attori finora ufficialmente marginali. Inoltre, le dinamiche politiche e religiose che orbitano attorno al movimento dei Fratelli Musulmani, oggi sostenuti chiaramente dalla Turchia alleata del Qatar, in contrapposizione frontale con l’Egitto alleato degli Emirati Arabi, pongono la Turchia nel ruolo di attore protagonista nel complesso panorama delle contrapposizioni sub confessionali tra wahhabiti e salafiti.

Per concludere, le “guerre turche” non si esprimono solo sotto forma diciamo “convenzionale”, come descritto nelle aree di crisi citate, ma soprattutto dal punto di vista strategico, mirate a influire con il mercato, prodotto dalla tecnologia, dei droni in questo caso, sui negoziati internazionali nel quadro delle mai celate aspirazioni “neo-ottomane”.