La Cina boicotta le aziende occidentali preoccupate per le sorti degli uiguri

Il governo cinese sta boicottando i brand di abbigliamento occidentali per aver espresso preoccupazione in merito al lavoro forzato nello Xinjiang, la più grande regione della Cina. Le aziende subiscono pressioni perché elimino dai loro siti web le informazioni relative alle politiche aziendali sui diritti umani, cambino idea in merito alla decisione di non acquistare il cotone prodotto nello Xinjang e rimuovano le mappe che raffigurano Taiwan come un Paese indipendente. Lo sconto si è inasprito dopo che il 22 marzo l’Unione europea e il Regno Unito si sono uniti a Usa e Canada per imporre sanzioni contro alcuni funzionari cinesi per le violazioni dei diritti umani compiute nello Xinjiang, una remota regione autonoma nella parte nord-occidentale della Cina. Esperti di diritti umani affermano che almeno un milione di musulmani sono detenuti in un massimo di 380 campi di internamento, dove vengono sottoposti a torturestupri di massalavoro forzato e sterilizzazioni.

Le aziende occidentali che fanno affari in Cina affrontano sempre più un dilemma spiacevole: come sostenere i valori occidentali e prendere le distanze dalle violazioni dei diritti umani senza provocare ritorsioni da parte del governo cinese e senza perdere l’accesso a uno dei mercati più grandi e in più rapida crescita del mondo. La disputa in corso ruoto attorno alle accuse secondo cui il governo cinese sta costringendo più di 500mila uiguri e altre minorante etniche e religiose musulmane a raccogliere cotone nello Xinjiang, che produce l’85 per cento del cotone cinese e un quinto dell’offerta mondiale. In circa il 70 per cento dei campi di cotone della regione, il raccolto viene fatto manualmente. Le accuse di lavoro forzato riguardano tutte le filiere occidentali che coinvolgono il cotone dello Xinjiang come materia prima. Sia l’Unione europea sia gli Stati Uniti importano dalla Cina più del 30 per cento dei loro capi d’abbigliamento e di forniture tessili.

Nell’ottobre 2020, la Better Cotton Initiative (Bci) con sede a Ginevra, un influente gruppo no-profit che promuove la produzione di cotone sostenibile, ha sospeso le licenze sul cotone prodotto nello Xinjang, a causa di accuse e di “rischi crescenti” di lavoro forzato. La dichiarazione da allora è stata rimossa dal sito web della Bci e, cosa preoccupante, non è nemmeno accessibile su Internet Archive.

Dopo che la Bci, che conta più di 1.800 membri e copre l’intera catena di fornitura globale del cotone, ha sospeso le licenze sul cotone prodotto nello Xinjang, tutti i suoi membri – tra cui Adidas, con sede in Germania, Burberry con sede nel Regno Unito, i marchi svedesi di H&M e Ikea e la Nike con sede negli Stati Uniti – hanno affermato che avrebbero smesso di utilizzare il cotone dello Xinjiang, in linea con le direttive del gruppo.

All’epoca, H&M, il secondo più grande brand di abbigliamento al mondo, ha pubblicato la seguente dichiarazione sul suo sito web:

“Il gruppo H&M è profondamente preoccupato per i rapporti delle organizzazioni della società civile e dei media che includono accuse di lavoro forzato e discriminazione delle minoranze etnico-religiose nella regione autonoma uigura dello Xinjiang (Xuar). Vietiamo severamente qualsiasi tipo di lavoro forzato nella nostra catena di fornitura, a prescindere dal Paese o dalla regione...

“Non lavoriamo con stabilimenti di produzione di abbigliamento situati nello Xuar e non acquistiamo prodotti da questa regione. Divulghiamo in modo trasparente nel nostro elenco di fornitori pubblici i nomi 

dei produttori di filati e i luoghi dove sorgono le fabbriche manifatturiere e i cotonifici, e continueremo a farlo e ad accelerare ulteriormente questa trasparenza per la nostra catena di fornitura globale.

“Inoltre, abbiano condotto un’indagine in tutte le fabbriche di abbigliamento con cui lavoriamo in Cina con l’obiettivo di garantire che i lavoratori siano impiegati in conformità con il nostro Sustainability Commitment, e che si rispettino le nostre linee guida sui lavoratori immigrati”.

La dichiarazione, all’epoca in gran parte inosservata, è stata riportata alla luce dopo l’annuncio delle sanzioni dell’Ue. La Lega della Gioventù Comunista, il movimento giovanile del Partito Comunista Cinese, in un post su Weibo, l’equivalente cinese di Twitter, ha dichiarato: “Diffondere voci per boicottare il cotone dello Xinjiang, e al tempo stesso voler fare soldi in Cina? Un pio desiderio!”.

Lo scalpore suscitato dal divieto di H&M sul cotone prodotto nello Xinjiang si è intensificato rapidamente sui social media a livelli quasi febbrili, con molti che hanno invocato un boicottaggio dell’azienda a livello nazionale. Le applicazioni mobili cinesi che offrono servizi di ride-hailing e cartografici hanno bloccato H&M. Le principali piattaforme di e-commerce cinesi hanno eliminato il brand dalle loro strutture. I furenti proprietari dei negozi hanno rescisso i contratti di locazione e costretto H&M a chiudere alcuni dei suoi 500 store in Cina, il quarto mercato più esteso dell’azienda, dietro Germania, Stati Uniti e Gran Bretagna.

Il contraccolpo nazionalista cinese si è presto diffuso ad altre aziende di abbigliamento e calzature occidentali – tra cui Adidas, Burberry, Calvin Klein, Lacoste, New Balance, Nike, Puma, Tommy Hilfiger, Uniqlo e Zara – dopo che i media statali avevano criticato i marchi per aver espresso le loro preoccupazioni per lo Xinjiang. Più di 30 celebrità cinesi hanno annunciato di aver annullato i contratti come testimonial con i brand occidentali. Qualcuno ha affermato di opporsi ai tentativi di “screditare la Cina”.

L’Associated Press ha riportato che la Cina sta “cancellando” i marchi occidentali da Internet:

“In una versione high-tech dell’aerografia usata dalla Cina e da altri regimi autoritari per eliminare i nemici politici dalle foto storiche, i circa 500 negozi di H&M in Cina non erano presenti sull’app di ride-hailing Didi Chuxing o sui servizi di mappe gestiti da Alibaba e Baidu. La sua app per smartphone è scomparsa dagli app store.

“Non è chiaro se le aziende cinesi abbiano ricevuto ordini di rimuovere la presenza on-line di H&M, ma le imprese cinesi dovrebbero adeguarsi senza che venga loro detto di farlo. Le autorità di regolamentazione hanno ampi poteri di punire le aziende che non appoggiano la politica ufficiale...

“Il Partito Comunista spesso fa pressione sui marchi stranieri di abbigliamento, sui brand del travel e su altri marchi per quanto riguarda le azioni dei loro governi o nel tentativo di costringerli ad adottare le sue posizioni su Taiwan, sul Tibet e su altre questioni delicate.

“La maggior parte si conforma perché la Cina è uno dei mercati più grandi e in più rapida crescita per i marchi mondiali della moda, dell’elettronica e per altri brand di consumo”.

Xu Guixiang, un portavoce del governo dello Xinjiang, ha dichiarato: “Non credo che un’azienda debba politicizzare il proprio comportamento economico. H&M può continuare a fare soldi nel mercato cinese? Non più. Avventurarsi in questa decisione e farsi coinvolgere nelle sanzioni non è ragionevole. È come sollevare un masso e gettarselo sui piedi”.

In una dichiarazione del 31 marzo, H&M ha affermato di volersi “impegnare a riguadagnare la fiducia dei nostri clienti, colleghi e partner commerciali in Cina”. La dichiarazione, che non menzionava lo Xinjiang, sembrava essere un tentativo fallito di trovare un equilibrio tra placare il governo cinese e rassicurare i gruppi occidentali per i diritti umani. 

“Perché H&M non si scusa apertamente con i consumatori?” si è chiesta China Central Television, di proprietà statale, definendo la dichiarazione di H&M un “articolo di pubbliche relazioni di second’ordine, pieno di parole vuote prive di sincerità”.

Il portavoce del ministero del Commercio, Gao Feng, ha affermato che il lavoro forzato nello Xinjiang è “inesistente e del tutto immaginario” e che tali accuse equivalgono a calunnie: “Ci opponiamo a qualsiasi forza esterna che interferisca nelle questioni relative allo Xinjiang e negli affari interni della Cina. Ci opponiamo anche alle sanzioni imposte a individui ed entità cinesi sulla base di bugie e false informazioni, e con il pretesto delle cosiddette questioni relative ai diritti umani nello Xinjiang”.

Le autorità cinesi hanno successivamente fatto pressioni su H&M e su altri marchi perché modificassero “le mappe problematiche della Cina” sui loro siti web. La Cyberspace Administration of China, si è opposta a come Taiwan, il Paese insulare indipendente che Pechino rivendica come parte del suo territorio, sia raffigurato nelle versioni taiwanesi dei loro siti web. Dopo che H&M ha ceduto alle pressioni cinesi e ha cambiato la mappa, il governo ha ordinato all’azienda svedese di “porre immediatamente rimedio” alla sua raffigurazione delle acque contese del Mar Cinese Meridionale, il 90 per cento delle quali è rivendicato da Pechino. H&M ha obbedito, solo per irritare il Vietnam, che rivendica parte di quelle acque.

Nel frattempo, nel tentativo di contrastare le accuse di violazioni dei diritti umani nello Xinjiang, il governo cinese ha prodotto un nuovo musical – imitando apparentemente il classico americano “Sound of Music” – che ritrae lo Xinjiang come un idillio rurale di coesione etnica, privo di repressione, sorveglianza di massa e perfino dell’Islam professato dalla maggioranza della popolazione uigura. Il musical, “Wings of Songs” tenta di riformulare la realtà culturale della regione, secondo l’Agence France-Presse, che ha aggiunto: “Il musical omette le telecamere di sorveglianza e i controlli di sicurezza diffusi nello Xinjiang. Inoltre, sono decisamente assenti i riferimenti all’Islam – nonostante più della metà della popolazione dello Xinjiang sia musulmana – e non ci sono moschee o donne che indossano il velo”.

I marchi occidentali e le filiere dello Xinjiang

Nel marzo 2020, l’Australian Strategic Policy Institute, in un rapporto dal titolo “Uiguri in vendita”, ha rivelato che gli uiguri lavoravano in fabbriche – in condizioni di lavoro forzato – che fanno parte delle catene di distribuzione di più di 80 noti marchi globali dei settori dell’abbigliamento, automobilistico e tecnologico. Tra le aziende figurano: Abercrombie & Fitch, Acer, Adidas, Alstom, Amazon, Apple, Asus, Bmw, Bombardier, Bosch, Calvin Klein, Candy, Carter’s, Cerruti 1881, Cisco, Dell, Electrolux, Fila, Founder Gap, General Motors, Google, H&M, Hitachi, Hp, Jaguar, L.L. Bean, Lacoste, Land Rover, Lenovo, LG, Mercedes-Benz, MG, Microsoft, Mitsubishi, Nike, Nintendo, Nokia, Panasonic, Polo Ralph Lauren, Puma, Samsung, Sharp, Siemens, Skechers, Sony, Tommy Hilfiger, Toshiba, Uniqlo, Victoria’s Secret, Volkswagen e Zara.

Nel luglio 2020, il Financial Times ha riportato che i brand occidentali tra cui Brooks Brothers, Hugo Boss, Lacoste e Ralph Lauren avevano ricevuto carichi di capi d’abbigliamento da un’azienda cinese la cui filiale sta facendo fronte a delle sanzioni statunitensi a causa di presunti lavori forzati nello Xinjiang.

Nel maggio 2016, il Wall Street Journal ha riferito che molti marchi multinazionali – tra cui Adidas, C&A, Calvin Klein, Campbell’s Soup Company, Coca-Cola, Disney, Esprit, Gap, H&M and Kraft Heinz e Patagonia – stavano direttamente o indirettamente beneficiando delle fabbriche utilizzando presumibilmente il lavoro forzato nello Xinjiang. 

Alcune aziende hanno respinto le accuse, altre hanno promesso di investigare e altre ancora si sono impegnate a sospendere le forniture dallo Xinjiang. Di seguito, sono riportate le risposte e le dichiarazioni selezionate dei brand di moda, l’attuale obiettivo dell’ira cinese:

  • Adidas. In una dichiarazione si afferma che “nel 2019, dopo aver saputo delle accuse contro diverse aziende che si rifornivano dallo Xinjiang, in Cina, dove le minoranze etniche sarebbero state costrette al lavoro forzato nelle filande, noi abbiamo esplicitamente richiesto ai nostri fornitori di tessuti di non procurarsi filati dalla regione dello Xinjiang. Adidas non ha mai prodotto merci nello Xinjiang e non ha alcun rapporto contrattuale con alcun fornitore dello Xinjiang”.
  • Burberry. La casa di moda britannica, membro della Better Cotton Initiative, è stato il primo marchio di lusso a subire il contraccolpo cinese a causa della questione legata allo Xinjiang. Burberry ha perso un “brand ambassador” in Cina e il suo logo è stato rimosso da un popolare videogioco.
  • Gap. In una dichiarazione si legge: “Possiamo confermare che non ci riforniamo di indumenti dallo Xinjiang. (...) Abbiamo attuato una nuova politica che vieta esplicitamente ai fornitori di Gap Inc. di acquistare direttamente o indirettamente prodotti, componenti o materiali dallo Xinjiang nel processo di gestione degli ordini per conto di Gap Inc.
  • Marks & Spencer. La catena britannica di grandi magazzini è stato uno dei primi grandi marchi a sostenere una campagna per fermare il lavoro forzato nello Xinjiang. Nel gennaio 2020, l’azienda ha sottoscritto un appello a intervenire, lanciato da “The Coalition to End Forced Labour in the Uyghur Region”, che consta di più di 300 gruppi della società civile, e finalizzato a interrompere i rapporti con i fornitori in Cina che traggono profitto dal lavoro forzato nello Xinjiang.
  • Nike. In una dichiarazione si afferma: “Siamo preoccupati per le segnalazioni di lavoro forzato nella regione autonoma uigura dello Xinjiang (Xuar) e collegate alla stessa. Nike non si rifornisce di prodotti dallo XUAR e abbiamo ribadito ai nostri fornitori a contratto di non utilizzare tessuti o filati provenienti dalla regione”.
  • New Balance. Un comunicato fa sapere: “Riconosciamo che il rischio di lavoro forzato aumenta man mano che si prosegue verso l’alto nella catena di approvvigionamento, dove abbiamo anche meno visibilità e influenza. Stiamo espandendo la mappatura della catena di approvvigionamento del filato di cotone, esplorando tecnologie e metodi per garantire meglio l’origine delle materie prime”.
  • Zara. La società madre di Zara, la spagnola Inditex, ha rimosso dal suo sito web una dichiarazione sulla politica a tolleranza zero dell’azienda riguardo al lavoro forzato. La dichiarazione, che può essere visionata su Internet Archive, afferma: “Prendiamo atto molto seriamente delle segnalazioni di pratiche sociali e lavorative improprie in qualsiasi parte della filiera dell’abbigliamento e del tessile. Siamo a conoscenza di una serie di segnalazioni di questo tipo che denunciano presunti abusi sociali e lavorativi in varie catene di fornitura tra gli uiguri nello Xinjiang (Cina) come in altre regioni, e che sono molto preoccupanti. A seguito di un’indagine interna, possiamo confermare che Inditex non ha rapporti commerciali con nessuna fabbrica nello Xinjiang”.

L’attivista per i diritti umani di Hong Kong Johnson Yeung ha twittato: “Di fronte alle pressioni dei media statali cinesi e dei consumatori cinesi Inditex Spain e Zara rimuovono segretamente dal loro sito web la propria dichiarazione su #Xinjiang Cotton. Temo sinceramente che le aziende parteciperanno di nuovo alle atrocità contro gli uiguri per giurare fedeltà. Restate in attesa”.

Commenti selezionati

Lo studioso cinese Richard Ebeling, scrivendo per l’American Institute for Economic Research, ha spiegato il motivo per cui il governo cinese sta perseguitando gli uiguri: Gli uiguri, come i tibetani, e altre minoranze in Cina, sono vittime dell’imperialismo politico ed etnico cinese. Il governo cinese ha tentato di garantire l’unificazione politica e l’integrazione, in particolare, del Tibet e dello Xinjiang con una politica di ‘sterilizzazione’ etnica e culturale. Da decenni, le autorità cinesi a Pechino hanno istigato le migrazioni della popolazione cinese di etnia Han in queste due aree per ‘indebolire’ e ridurre a una minoranza demografica gli uiguri e i tibetani all’interno dei loro territori. Il governo cinese ha tentato di perseguitare e sradicare la professione dell’Islam e del Buddismo, rispettivamente, tra queste popolazioni. L’esercito cinese ha profanato i templi religiosi e i luoghi di culto, ha ucciso e imprigionato i leader religiosi, ha costretto le donne di entrambi i gruppi a sposare uomini cinesi di etnia Han per ‘purificare’ geneticamente lo Xinjiang e il Tibet dalle loro popolazioni autoctone e ha costretto o proibito l’apprendimento e l’uso delle diverse lingue locali e la pratica delle tradizioni culturali. Anche se, naturalmente, non è mai stato detto ufficialmente né pubblicamente, la politica del governo cinese per garantire la solidarietà politica e l’unità in ogni angolo del territorio della Cina, significa rendere il Paese un unico gruppo di individui appartenenti alla stessa razza, i cinesi Han”.

Il magazine Economist, in un editoriale, ha scritto che i brand occidentali si dibattono sempre più tra i consumatori cinesi nazionalisti e quelli coscienziosi:

“Per più di un anno, alcune grandi aziende straniere di abbigliamento e di tecnologia hanno camminato lungo una linea sottile a causa degli abusi dei diritti umani commessi dalla Cina contro gli uiguri, una minoranza etnica per lo più musulmana della regione nord-occidentale dello Xinjiang. Queste aziende si sono adoperate per eliminare dalle loro catene di distribuzione il lavoro forzato degli uiguri, centinaia di migliaia dei quali raccolgono il cotone in condizioni apparentemente coercitive. Quello che non hanno fatto è vantarsi di questi sforzi, timorosi di irritare il Partito Comunista e 1,4 miliardi di consumatori cinesi...

“Un furore on-line alimentato questa settimana dalle autorità cinesi sta a indicare che Pechino potrebbe stancarsi di questo doppio gioco. Il governo cinese, sempre più incline a punire i detrattori delle sue politiche riguardo allo Xnjiang, costringe le aziende straniere a fare una scelta che esse hanno cercato accuratamente di evitare: appoggiare la Cina o uscire dal mercato cinese.

“In passato, le autorità cinesi avevano scatenato proteste nazionaliste contro le aziende straniere, per poi reprimerle dopo aver espresso la propria posizione. Questa volta la campagna sembra parte di un contrattacco più ampio e duraturo contro coloro che criticano le politiche del governo nello Xinjiang, dove sono stati incarcerati più di un milione di uiguri in un gulag, a causa delle loro convinzioni religiose e culturali...

“Il Partito Comunista si considera sempre più in grado di esercitare pressioni economiche sugli altri, utilizzando il ‘potente campo gravitazionale’ della seconda economia mondiale...

“I marchi occidentali che hanno tenuto il terreno nello Xinjiang potrebbero temere di essere visti come amici del Partito Comunista, provocando un contraccolpo tra gli acquirenti in Occidente, che si aspettano sempre più che le aziende si comportino in modo responsabile su tutto, dal trattamento dei lavoratori al cambiamento climatico. (...) Le aziende potrebbero anche prevedere che il fervore nazionalista in Cina si raffredderà. E stanno con due piedi in una scarpa...

“Tutto ciò potrebbe cambiare poiché la rabbia ufficiale della Cina per le critiche mosse alle sue politiche in merito allo Xinjiang e la pressione degli attivisti per i diritti umani e dei consumatori occidentali continuano a intensificarsi. I sostenitori dei diritti umani chiedono già un boicottaggio da parte delle aziende delle Olimpiadi invernali che si terranno il prossimo anno a Pechino. (...) [Le aziende] Sanno che rispondere alle pressioni cinesi rinunciando ai propri impegni in materia di diritti umani sembra indifendibile nei loro mercati interni. Allo stesso tempo, sono comprensibilmente preoccupate per le conseguenze in Cina. La scelta tra il redditizio mercato cinese e i valori che le aziende professano nel resto del mondo sta diventando inevitabile...”.

L’emittente pubblica svizzera Swf ha scritto che il conflitto ha funzionato a favore del governo cinese: “L’indignazione pubblica e il boicottaggio avvantaggiano il governo cinese in diversi modi: a livello nazionale, il boicottaggio distrae dalle accuse di violazioni dei diritti umani e presenta la questione come un attacco dell’Occidente alla Cina. Il caso H&M funge anche da esempio lampante in relazione ad altri Paesi. Il messaggio alle aziende internazionali è: non si scherza con la Cina”.

Il Frankfurter Allgemeine Zeitung ha evidenziato il conflitto morale affrontato dai Paesi occidentali:

“Le aziende occidentali sono in conflitto: in Occidente, molti dei loro consumatori si rifiutano di indossare una maglietta prodotta da lavoratori forzati. In Cina, che è un luogo di produzione e un mercato importante per loro, le aziende sono sotto pressione quando criticano apertamente il lavoro forzato e difficilmente possono accontentare entrambe le parti.

“Prendiamo in considerazione Hugo Boss. Il brand della città tedesca di Metzingen, noto per i suoi abiti da uomo, sta attualmente dimostrando come un’azienda stia cercando una via d’uscita da un dilemma morale ed economico, e alla fine perde due volte.

“La piattaforma online cinese Weibo – una specie di Twitter nazionale – ha recentemente invocato il boicottaggio di Hugo Boss. Due attori di spicco hanno interrotto la loro collaborazione con l’azienda tedesca e gli utenti dei social media cinesi si sono fatti beffe del brand tedesco, sbuffando.

Cos’è successo?

“Qualche giorno fa, Hugo Boss ha detto su Weibo che rispetta la sovranità nazionale della Cina, che il cotone dello Xinjiang è tra i migliori al mondo, e che continuerà ad essere acquistato. Probabilmente questa affermazione sarebbe stata difficilmente notata in Occidente se il portale mediatico in lingua inglese Hong Kong Free Press non ne avesse parlato.

“Lo scorso settembre, l’azienda ha detto a un’emittente americana che tutti i loro fornitori dovevano dimostrare che i loro prodotti non provenivano dallo Xinjiang. All’improvviso si è creata l’impressione che Hugo Boss stesse dicendo qualcosa di diverso in Cina rispetto all’Occidente.

“Dopo che la pubblicazione di Hong Kong ha riportato le dichiarazioni contrastanti, Boss ha cancellato quella su Weibo. Piuttosto, l’azienda si riferisce ora a una dichiarazione in lingua inglese sul suo account Weibo, in cui si dice con riferimento allo Xinjiang: ‘Hugo Boss non tollera il lavoro forzato’.

“A una domanda posta da Die Zeit, un portavoce di Hugo Boss ha risposto dicendo che il primo messaggio di Weibo ‘non era autorizzato’. E ha aggiunto: ‘La nostra posizione riguardo alla situazione è ovviamente immutata rispetto a quella di qualche tempo fa’.

“Ma con poco sforzo, è possibile trovare su Internet una versione precedente della dichiarazione del gruppo, che è stata cancellata dal suo sito Web pochi giorni fa, e che è molto più dura del messaggio che viene ora diffuso. (...) Prometteva quanto segue: ‘Garantiamo che da ottobre 2021 le nostre nuove collezioni non conterranno cotone o altri materiali provenienti dalla regione dello Xinjiang’”.

Il quotidiano tedesco Die Welt ha scritto che fintanto che la Germania dipenderà dalla Cina, la critica morale serve a ben poco: Un esempio del disaccordo [transatlantico] sul giusto approccio alla Cina è l’Accordo tra Unione europea e Cina sugli investimenti, che l’Ue, sotto la guida di Angela Merkel, ha promosso (...) ignorando tutte le richieste dell’amministrazione Biden. L’accordo potrebbe superficialmente migliorare un po’ la situazione degli investitori europei in Cina. Ma soprattutto rappresenta un traguardo prestigioso per Xi Jinping e gli rende più facile puntualizzare, se necessario, che l’Occidente non è in grado di trovare una posizione comune sulla Cina. Nemmeno i suoi difensori affermerebbero che l’accordo aiuterebbe a influenzare positivamente la situazione dei diritti umani in Cina. In questi giorni in particolare, gli europei stanno sperimentando di nuovo che la Cina non è disposta nemmeno ad avviare un dialogo con l’Occidente sulle questioni dei diritti umani. Al contrario, Pechino reagisce in modo sempre più aggressivo a qualsiasi tipo di critica... Le 5.200 aziende tedesche attive in Cina avranno fornito alla Cancelleria tedesca un quadro molto chiaro della sensibilità dei loro partner commerciali cinesi negli ultimi anni. Ecco perché Daimler rettifica rapidamente un post sui social media sul Tibet, se Pechino se ne accorge mostrando fastidio. Ed è per questo che non si sente nulla dalla Volkswagen sulla situazione degli uiguri, anche se, o meglio perché, l’azienda ha uno stabilimento nella provincia dello Xinjiang. Le aziende tedesche coprono una buona metà delle esportazioni dell’Ue in Cina. L’industria di esportazione tedesca ha poco interesse ad offuscare questo bilancio con zelo morale. La dipendenza economica dalla Cina, tuttavia, indebolisce ulteriormente il già basso impatto delle ragioni morali. Finché l’Europa, e in questo caso la Germania in particolare, non sarà disposta a ridurre questa dipendenza, le denunce per violazioni dei diritti umani in Cina continueranno, nella migliore delle ipotesi, a innescare disinvolte reazioni difensive da parte di Pechino”.

(*) Tratto dal Gatestone Institute

Traduzione a cura di Angelita La Spada