A Doha (Quatar), sabato 29 febbraio, si è celebrato un nuovo “ferale” compromesso tra uno Stato, quello statunitense, con un ruolo da “discutibile guardiano planetario”, ed i talebani, espressione ideologica della sintesi di una complessa combinazione tra i principi della shari’a e la tradizione pashtun, espressa dalla dottrina pashtunwali. L’Afganistan ha avuto nella storia recente dei ruoli significativi, soprattutto se messi in relazione con gli Stati Uniti; quasi 20 anni fa nell’indimenticabile data dell'11 settembre 2001, al-Qaeda, tramite suoi affiliati, è riuscita a colpire gli Stati Uniti nel suo “cuore” e nella sua anima, sia a New York che a Washington. Osama bin Laden e gli altri leader dei movimenti jihadisti internazionali, supportati da una interpretazione dell'islam sunnita con “caratteristica” deobandi (scuola giuridica di Abu Hanifa), hanno assunto un ruolo di protettori degli ufficiali attentatori delle Torri gemelle. L’Afghanistan, che negli anni 60’ e 70’ del secolo scorso era “illuminato” dalla “Libertà”, dove le ragazze studiavano e si abbigliavano alla moda “occidentale”, diventa, oltre che un “oscuro stato” nel quale alle figlie e alle nipoti delle ragazze di quegli anni viene tolta dal burqa sia l’identità che la Libertà, anche uno Stato protettore dei più ricercati terroristi del pianeta. I talebani e Washington assunsero ciascuno delle decisioni e delle responsabilità che segnarono, in modo indelebile, la storia dell'Afghanistan e del mondo; i talebani, anche se ufficialmente non erano complici degli attacchi dell'11 settembre, si rifiutarono di consegnare i jihadisti rifugiatisi nel Paese ai statunitensi; quest’ultimi, dopo una schiacciante vittoria in una guerra durata solo tre mesi, “celebrata” sul campo dai mujaheddin afgani contro al-Qaeda ed i talebani, decisero di “trascinare” la comunità internazionale in un'occupazione del Paese senza limiti temporali.
Come accade spesso nei scenari geopolitici legati da interessi, da obiettivi comuni, o da “dottrine”, nel 2003, Washington sceglie di deporre definitivamente il presidente dell’Iraq Saddam Hussein e completare quell’infelice opera di frantumazione degli equilibri del Vicino e Medio oriente iniziata nei primi mesi del 1991 proprio in Iraq, occupando questo Stato ed aprendo la “terra attraversata dal Tigri e dall’Eufrate”, al forse più drammatico periodo della storia della Mesopotamia.
L’Iraq era un paese estraneo all’influenza di al-Qaeda, ma rientrava in un progetto di destabilizzazione globale come se si volesse rinegoziare la “spartizione dell’ex Impero Ottomano” tracciata dal Sykes-Picot nel “noto progetto segreto” del 1916 (Asia Minor Agreement) e dal quale, per note ragioni storiche, gli Stati Uniti erano rimasti fuori.
Lo spirito misto di revanscismo e di vendetta di Washington e di George Walker Bush in particolare, si manifestarono con quell’"operazione” in cui una devastante tecnologia militare, con bombe a profonda penetrazione terrestre, accompagnata dalle forze speciali di terra, annichilì i leader di al-Qaeda uccidendone molti, tra cui Osama bin Laden ed arrestandone altri in Afganistan ma soprattutto in Pakistan. Gli Stati uniti con questa operazione di guerra, ma ufficialmente una “pulizia terroristica”, oltre che produrre un’incommensurabile numero di vittime, anche oltre 2500 soldati statunitensi, sdoganò quelle poche “regole” che tenevano circoscritti i “principi e le norme” internazionali in un ambito di “minima etica comportamentale”.
L'accordo di pace firmato a Doha sabato 29 febbraio, tra la “diplomazia” Usa, rappresentata dal capo negoziatore Zalmay Khalilzad (era presente anche il responsabile della diplomazia Usa Mike Pompeo) ed il rappresentante politico dei Talebani, Abdul Ghani Baradar, ha quindi un enorme valore storico e strategico, ma un modesto valore politico oltre essere un pericoloso precedente.
È evidente che la pace nell’area afgana non può conclamarsi con questo accordo, ma come primo risultato potrebbe assopire, con tutte le riserve, quelle tensioni e quei drammi sociali che da diciotto anni martoriano questo popolo. Inoltre la complessità dell’intesa sottoscritta si esplicita soprattutto se si considera il principale punto debole dell'accordo di Doha, che è il Governo afghano, che non è un firmatario, anche se è stato tenuto al corrente dei negoziati. Il contenuto del “patto” ripercorre quelle promesse elettorali che da Barack Obama a Donald Trump, promettevano un graduale ritiro militare USA dall’Afganistan (e dall’Iraq), chiedendo in cambio ai Talebani la fine del sostegno ai gruppi jihadisti internazionali. Da ora in poi il ruolo dei Talebani è rafforzato; insieme al governo di Kabul dovranno dimostrare di essere in grado di non sostenere e proteggere i vari gruppi jihadisti e riuscire ad imporre nel Paese un solido “cessate il fuoco”, progettando forse un futuro non “limpido” per il popolo afgano.
A Doha è stato sottoscritto un’accordo tra nemici, ed è senza dubbio una sconfitta sia per Washington che per gli alleati della Nato. A quanto risulta i talebani hanno, a ragione, visto la “sottoscrizione” come una vittoria e l’hanno “pubblicizzata” come un vero successo a valle di un confronto anche militare.
La “vittoria dei talebani”, al di la della percezione e delle manifestazioni di giubilo che hanno riportato in Patria, è comunque un successo diplomatico di spessore mondiale, non fosse per il fatto che a Doha, su “tavolo di Pace”, è stato sottoscritto un accordo tra un rappresentante di un gruppo di integralisti salafiti, figli dell’”impero del terrore”, ed il capo negoziatore (ad hoc) di Washington, rappresentato da Zalmay Khalilzad, “in forza” al più potente stato del pianeta.
Vedremo se tra 14 mesi, data del completo ritiro delle forze Usa dal territorio afgano, questa sconfitta americana, mascherata da “pace”, avrà almeno effetti positivi per le politiche elettorali di Trump, ricordando che anche il presidente del Mali, Ibrahim Boubacar Keïta, è in procinto di scendere a compromesso con i jihadisti dello Stato islamico del Grande Sahra.
Aggiornato il 03 marzo 2020 alle ore 16:58
