Il futuro degli Ebrei

“Quale sarà la condizione della comunità ebraica tra 50 anni?”. Questa la domanda posta a settanta intellettuali, politici e leader religiosi. Quel che segue è la risposta di David Harris, direttore esecutivo dell’Ajc.

Se me lo permettete, vorrei essere sincero. Non ho idea di come sarà la condizione ebraica nell'anno 2065. Anzi, ho difficoltà a prevedere come andranno le cose domani. In effetti, se mi fosse stata fatta una simile domanda nel 1965, avrei mai potuto prevedere la Guerra dei Sei Giorni che sarebbe avvenuta due anni dopo, con le sue conseguenze?

O il sorprendente successo del movimento degli ebrei sovietici, quando la parola “emigrazione” non esisteva nel vocabolario del Cremlino? O la caduta dell'Urss e dei suoi Paesi satelliti, e la rinascita delle comunità ebraiche in luoghi dove la vita ebraica veniva considerata ormai prossima alla fine?

O, a proposito, che nazioni come la Bulgaria, la Polonia e la Romania avrebbero un giorno parlato di Israele come un partner "strategico"?

O che la Germania sarebbe diventata il Paese in cui la comunità ebraica crescesse più rapidamente che in qualunque altro posto al mondo?

O che Israele avrebbe firmato trattati di pace con l'Egitto nel 1979 e con la Giordania nel 1994?

O il fiorire delle buoni rapporti tra gli Stati Uniti e Israele, proprio mentre quelli di Israele con la Francia appassivano?

O la rinascita dell'antisemitismo nell'Europa occidentale,alimentato principalmente dal condizionamento contro Israele e contro gli ebrei di una parte significativa dalla cresciuta popolazione mussulmana nel continente e dalle reazioni dell'estrema destra a questa immigrazione?

O che la popolazione di Israele triplicasse e più, passando da 2,5 milioni a oltre 8 milioni?

O il salvataggio di decine di migliaia di ebrei etiopi, che avevano sognato della terra di Sion per secoli ma che credevano, nel loro isolamento, di essere forse gli ultimi ebrei rimasti sulla Terra?

O la caduta delle ultime barriere rimaste alla piena partecipazione degli ebrei nella società americana, ora che annoveriamo ebrei nella Fortune 500, tra i rettori dell'Ivy League, e tra i candidati alle primarie per la presidenza degli Stati Uniti? Oppure il ruolo cruciale svolto dalla politica estera di Israele in Asia, in cui troviamo l'India tra le nuove amicizie da sfoggiare?

O la comparsa di Internet, che ha creato forme precedentemente inimmaginabili di connettività sociale ebraica, tra cui Jdate [sito di incontri per ebrei single, N.d.T.]? O l'investitura di donne rabbini, l'istituzione di congregazioni inclusive delle comunità LGBT, o lo sviluppo della rete di mondiale di Chabad [movimento ebraico ortodosso N.d.T.]? No, nel 1965 non avrei potuto prevedere questi sorprendenti sviluppi.

Quindi, cosa può essere anche lontanamente prevedibile dal punto di vista che abbiamo oggi? In primo luogo, che Israele continuerà a crescere e prosperare. È vero che le fratture religiose, etniche e sociali nella società israeliana non scompariranno improvvisamente. Ma lo Stato riuscirà in qualche modo a gestirle, e ad aprire il suo percorso nel ventunesimo secolo, distinguendosi come leader globale nell'impresa, nella sicurezza informatica, nella gestione delle risorse idriche, nella lotta al terrorismo, nelle energie rinnovabili, nella ricerca medica, e nelle tecnologie innovative.

In secondo luogo, mentre la regione in cui si trova Israele potrà forse un giorno migliorare e offrire nuove opportunità di cooperazione regionale, fino a quel giorno lo stato ebraico rimarrà pronto ad affrontare qualunque nuova minaccia dovesse emergere da altri Stati o gruppi. Si racconta che Dio era così arrabbiato con il mondo, che annunciò che ci sarebbe stata una gigantesca inondazione di lì a due settimane. Udendo la notizia, il Presidente francese disse al popolo che il mondo sarebbe finito in 14 giorni, per cui nessuno avrebbe dovuto più lavorare, ma solo godersi la vita fino all'ultimo minuto. Nello stesso momento, il primo ministro israeliano annunciava al popolo israeliano: "Abbiamo esattamente due settimane per imparare a vivere sott'acqua".

 

(*) Direttore esecutivo dell’American Jewish Committee (Ajc)

Aggiornato il 01 aprile 2017 alle ore 16:48