Sinistra senza operai
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Di tanto in tanto la sinistra scopre l’acqua calda: l’ultima riguarda gli operai che votano a destra definiti per l’occasione “ignoranti e populisti”. La verità, però, è che la fuga dei lavoratori dai partiti della sinistra è iniziata almeno trent’anni fa e, da allora, non si è mai davvero arrestata.

Nei primi anni Novanta, quando la Lega conquistava consensi nelle fabbriche e nei distretti industriali del Nord, il fenomeno era già sotto gli occhi di tutti. Nel 1996 numerose inchieste giornalistiche raccontavano di operai iscritti alla Fiom che votavano per Umberto Bossi e che dichiaravano di non sentirsi più rappresentati dal Pds. In alcune zone del bresciano, il voto leghista tra i lavoratori raggiungeva percentuali che sfioravano il 30 per cento.

Non si trattava di una semplice parentesi protestataria, come molti politici e analisti si affrettarono a sostenere. Quel voto rappresentava qualcosa di più profondo: la progressiva rottura del vecchio patto elettorale tra la sinistra e il mondo delle fabbriche. Un processo lento, ma destinato a proseguire negli anni successivi, attraversando trasformazioni economiche, sociali e culturali che la sinistra avrebbe dovuto osservare e comprendere, anziché liquidare come deviazioni temporanee.

Un fenomeno che giunge fino alle ultime elezioni politiche del 2022. Secondo i dati Ipsos, Fratelli d’Italia ottiene il 34,6 per cento dei consensi tra gli operai, contro il 26 per cento dell’elettorato complessivo. La Lega ne intercetta il 13,4 per cento e il Movimento 5 Stelle il 16,4 per cento. Il Pd si ferma all’11,4 per cento, contro il 19,1 per cento registrato nell’insieme dell’elettorato. Numeri che non raccontano soltanto una sconfitta elettorale, ma che rimandano a una vera e propria mutazione “antropologica”: essere economicamente vulnerabili non obbliga nessuno a essere progressista.

Gli operai, al pari di tutte le altre categorie sociali, votano sulla sicurezza, sull’immigrazione, sulle tasse, sulla casa, sul costo della vita, sui salari, sulla qualità dei servizi pubblici, sulla possibilità di garantire un futuro ai propri figli, sui pericoli che avvertono essere presenti (ma trascurati) nel quartiere in cui vivono. Tutto ciò la destra lo ha capito, mentre la sinistra naviga ancora a vista.

Non è stata la destra a “rubare”, nottetempo, gli operai alla sinistra. È stata la sinistra ad averli persi lentamente, elezione dopo elezione, trasformazione sociale dopo trasformazione sociale. E quando un partito viene abbandonato dalla categoria sociale che per decenni ha considerato il proprio cuore politico, non può cavarsela accusando (come è accaduto recentemente) quel ceto “di essere ignorante”. Si tratta di una spiegazione politicamente suicida.

Gli operai non sono diventati improvvisamente meno intelligenti, meno democratici o meno interessati alla politica. Hanno semplicemente smesso di “considerare naturale il legame tra la propria condizione sociale e il voto a sinistra”. E hanno iniziato, come fanno milioni di altri cittadini, a scegliere sulla base di un insieme di interessi, paure, aspettative e convinzioni che non possono essere ricondotti alla sola appartenenza di classe.

A sinistra se ne facciano una ragione. Il voto dei lavoratori non è più una proprietà privata, né un’eredità da tramandare di generazione in generazione.

Aggiornato il 14 settembre 2026 alle ore 09:52